20 luglio 2008

otto giorni

Non so se sia mia pigrizia o se in questa città perdutamente provinciale le alternative per uscire a chiacchierare dopo cena con un bicchiere in mano siano sempre: nessuna. Quattro serate su otto nello stesso piccolo locale – soprattutto sul marciapiede antistante – sorridendo, bevendo sambuca birra Cynar, cercando di non pensare al leggero mal di schiena e alle inutilità che sento arrivare dai gruppetti vicini. Eppure ogni volta mi sono divertito, ed era inatteso.

Non so se farò come la mia omonima, l’assistente di Miranda, e inizierò a interessarmi al mondo della moda per non soccombere. Certo, era dal penultimo anno di liceo che non ricevevo bacchettate per il mio modo casuale di abbigliarmi. E pensare che volevo essere carino: maglietta rossa con stella bianca, camicia verde-militare aperta, pantaloni e scarpe nere – molto normale, molto me. Ma Mr. Suede Loafer, con il Blackberry trattenuto dal polso molle, ha ripetutamente definito l’insieme con due dita cacciate in gola, generando diffuso imbarazzo. D’accordo: lo so che Amanda è una sfigata, e che Karen in effetti ha un pessimo gusto. Ma è stato un brutto colpo per la mia autostima, ed era inatteso.

Non so se rivedere dopo vent’anni la casa dell’infanzia da un tetto, durante una festa, con il tramonto più bello di quest’estate e una brezza leggera, sarà l’unica ragione per la quale ricorderò una strana festa. In realtà, aver tentato di seppellire con rancorose palate di sarcasmo il lì presente fidanzato storico dell’ossessione perduta, essermi pentito e scusato sinceramente il giorno successivo con un messaggio e aver ricevuto una risposta in cui si parla di comportamento che non «mi ha fatto onore» sono altre buone ragioni per conservarla nella memoria. Il concetto di onore, in effetti, mi sfugge. E comunque è stata una serata molto piacevole, ed era inatteso.

Non so se mi farò travolgere dalla paura, se troverò un filo logico sul quale sviluppare un lungo percorso, se riuscirò a farmi capire parlando di concetti astratti in inglese, se saprò spiegare come si guarda un’immagine. Ma tutto questo mi sta regalando nuove energie, ed era inatteso.

Non so se i posti disponibili siano limitati, e per far spazio sia necessario che una posizione si liberi. E se l’incontenibile bisogno di dire quel che penso sia solo pericoloso e mi rechi danno, o se qualcuno onesto con se stesso, prima o poi, lo apprezzerà. E se aspettare il tempo che mi sembra appropriato sia “giusto” o irrimediabilmente “troppo”. E se cambiare idea significhi ammettere che si è sbagliato, anche se non lo si pensa. E se la lontananza ti ferisce perché ti rendi conto di quanto vuoi bene a qualcuno, e prima era tutto scontato.
Ecco: anche tutto questo mi scorre attorno e mi porta con sé. Ed era inatteso.

18 luglio 2008

july soap opera

Come sempre in questo strano mese, mi succedono cose insolite, piacevoli e non. Conoscenze, addii, novità, decisioni, delusioni, rischio, passione: luglio mi obbliga a uscire in punta di piedi dalla Torre d’avorio. Certo, la scarsa consuetudine con i miei simili mi rende goffo – e faccio ancora troppi errori; alla mia età è imperdonabile.
Qualche racconto di quel che sta accadendo, e alcune lezioni che ho imparato, quando sarò riuscito a dormire per un paio di notti almeno nove ore: solo dopo un po’ di riposo i pensieri frammentati dalla stanchezza potranno essere archiviati fluendo in parole scritte che abbiano un senso (almeno per me).
Intanto, la vita, a luglio.

4 luglio 2008

rosso

Lontano.
Lontani i desideri
lontane le esperienze
lontani i nostri giorni assieme
lontani i luoghi
lontane le abitudini
lontani gli anni di vita
lontane le parole dette.
È tutto troppo lontano.

Qualcosa riporta al presente
quel che sento perso nel tempo:
è un profumo di muschio bianco,
un certificato elettorale,
un biglietto del cinema, rosso,
un indimenticabile ricordo.

Ma non servono le tue
o le mie lacrime
o il rancore
o il rimpianto:
non voglio,
non posso tornare indietro,
né puoi farlo tu per entrambi.

1 luglio 2008

experimental prophecy

«We were working secretly
For the military.
Our experiment in sound
Was nearly ready to begin.
We only know in theory
What we are doing:
Music made for pleasure,
Music made to thrill.
It was music we were making here until

They told us
All they wanted
Was a sound that could kill someone
From a distance.
So we go ahead,
And the meters are over in the red.
It’s a mistake in the making.

It could feel like falling in love.
It could feel so bad,
But it could feel so good.
It could sing you to sleep
But that dream is your enemy.»

29 giugno 2008

cose di cui non ho bisogno

Pettorali guizzanti stile 5 su 7 in palestra.
Anello al naso stile vacca al macello.
Tatuaggio tribale stile maori de’ noantri.
Capelli rasati stile «Sono maschio perché ho i capelli corti».
Basettoni alla mandibola stile «Avrei voluto esserci nei Mitici Settanta».
Vestiti grondanti firme costose stile coperta di Linus.
Occhiali a goccia stile Cruise, effetto Venditti contro Funari.
Orpelli ornamentali stile specchietto per allodole.
Orpelli hi-tech stile «Butto i miei scarsi guadagni in orpelli hi-tech».
Amicizie superficiali inesauribili stile «Meglio male accompagnato».
Sesso a consumo rapido stile «Non mi aspetto di meglio dalla vita».
Letture, visioni, ascolti da classifica stile «Non mi va che mi si crede ignorante».
Letture, visioni, ascolti elitari stile «Non mi va che mi si creda un bifolco».
Approvazione stile attore insicuro.
Comprensione stile cucciolo bisognoso d’affetto.
Adulazione stile Web 2.0.

28 giugno 2008

l’incontro casuale

Quando l’ho conosciuto era seduto sul sedile posteriore dell’auto del suo datore di lavoro, l’uomo con il quale avevo una relazione. Forse troppo giovane per me, ma mi è piaciuto subito (intanto la mia relazione, appena cominciata, si era già esaurita). Occhi profondi, lunghe ciglia. Flessuoso, profilo eccezionale. Silenzioso, misterioso.
Negli anni ci siamo incrociati più volte, salutati con baci sulle guance, cenni del capo, talvolta ignorati.
Non ho mai capito se gli piaccio. Siamo apparentemente molto diversi – gli stereotipi cui mi rifaccio più o meno consciamente sono diversi dai suoi – e ho sempre pensato che questa fosse ragione di scarso o nullo interesse da parte sua.
A me invece lui piace proprio per questo: perché è tenebroso e diverso da me, perché pare avvolto da un gorgo che può prenderti e portarti lontano. Mi attrae, e come sempre quando qualcuno m’interessa davvero, non so farlo capire. Anzi: faccio e dico tutto quello che non dovrei, sopraffatto dall’emozione e dall’imbarazzo. Come un sedicenne; o meglio: come un sedicenne di vent’anni fa.
Purtroppo non sbaglia chi crede ch’io sia più giovane della mia vera età: la solitudine non ha permesso a modi e pensieri di maturare, e rimango così, nel mezzo del cammino, ma sprovveduto e inadeguato.
E intanto l’omonimo dagli occhi profondi sarà ancora là, e starà bevendo l’ultimo drink con qualcuno che non ha paura di fargli un sorriso.

24 giugno 2008

errori di programmazione

Ricevo la telefonata mentre ho al mio fianco un molesto autore con il quale sto discutendo i ritocchi, smisuratamente marginali, alla copertina del suo libro.
Un numero che non ho registrato nella rubrica, telefono fisso, Milano, 29... La zona è la loro: di quelli che cercano un grafico. Il cuore non capisco se sia fermo o batta troppo in fretta. «Scusa, devo rispondere», e m’involo nel corridoio, lontano da orecchie, invidie e curiosità.

Premo il tasto verde e avverto stupito che il senso di colpa valica l’emozione: come potrò lasciare l’incerta sicurezza degli ultimi sei anni? e il mio nuovo capo, l’uomo grazie al quale l’estratto conto non mi deride a fine trimestre e andare in ufficio non è la condanna perenne, come ai tempi di Sanguinaria Perniciosa?
No, non ci siamo. Il senso di colpa in una situazione come questa è proprio fuori luogo.

Ma la domanda più seria è: non ho neppure sostenuto il primo colloquio. Già m’immagino a dare l’addio al Castello di carte? Io, l’uomo equilibrista, che si getta in una nuova avventura, nella quale probabilmente non mi sarà neppure offerta una parte (perché sono troppo vecchio, troppo costoso, troppo specializzato – o poco flessibile, poco determinato, poco raccomandato)?

Ho appena controllato, ma non è ancora pronto: aspetto con ansia un aggiornamento del mio sistema operativo.

18 giugno 2008

la persistenza della memoria

Ti impegni, ti eserciti, le provi tutte per dimenticare chi hai amato e ti ha fatto soffrire, e alla fine t’illudi di esserci riuscito. Il suo volto, i gesti, le parole talvolta ritornano, ma in quel modo strano e confuso con il quale ricordi i sogni di giorno, e provi più fastidio che dolore, più insofferenza che astio.
Poi cambi il lenzuolo del piumone, e lui è lì: di fianco a te, ora come quella volta prima di fare l’amore, e ti prende in giro perché sei un disastro a rifare il letto, e ridete insieme, e tu senti un tuffo al cuore, e ti accorgi che dopo è ricomparso tutte le volte che hai cambiato le lenzuola, e lo sai: ogni volta che lo farai in futuro, lui sarà con te.

16 giugno 2008

à sa première page

«Un jour se lèvera sur trois branches de lilas
Qu’un enfant regardera comme un livre d’images
Le monde autour de lui sera vide, et c’est ainsi
Qu’il inventera la vie à sa première page .

En dessinant la forme d’une orange
Il donnera au ciel son premier soleil.
En dessinant l’oiseau, il inventera la fleur,
En cherchant le bruit de l’eau, il entendra le cri du cœur.

En dessinant les branches d’une étoile
Il trouvera, l’enfant, le chemin des grands,
Des grands qui ont gardé un regard émerveillé
Pour les fruits de chaque jour et pour les roses de l’amour.»

7 giugno 2008

1978

Io chi sono
Io sono bravo, metto a posto quando c’è disordine, aiuto la mamma. Ho degli amici e litigo un poco con loro perché fanno sempre i cattivi. Mi piace venire all’asilo perché posso fare dei bei disegni e perché gioco. Qualche volta sono intelligente e allora faccio dei bei disegni, dico delle belle cose.

Io in famiglia
Io vado sempre a vedere delle cose con la mamma e il papà. La mia mamma deve andare a lavorare; non mi piace che la mamma vada a lavorare, mi piace che stia sempre con me. Quando lei è a lavorare, sto con la Patrizia. Il mio papà mi porta con lui nel suo studio, ma poche volte, perché non può portarmi: deve lavorare e non può stare con me.

Io chi vorrei essere
Voglio essere una farfalla, è una cosa che mi piace perché le farfalle sono belle e colorate, poi volano e volare mi piace e posso andare sugli alberi, sui fiori. Di sera, posso andare a dormire su una foglia e così posso vedere le stelle e la luna, le macchine che vanno a casa e gli aeroplani che passano nel cielo.