Pierluigi Battista: come Woody Allen, ma del tutto scevro da ironia, crede che bastino un paio di baffi e di occhiali per nascondere le reali intenzioni dei suoi superflui articoli: l’osannante celebrazione dei sultani che detengono il potere.
Mario Luzzato Fegiz: incapace di fare a meno dei suoi pregiudizi, racconta dischi e concerti che evidentemente non ha mai ascoltato e propina sconcertanti banalità, per giunta con stile incerto.
Alessandro Piperno: inabile alla scrittura, è fastidiosamente inutile; spero d’incontrarlo per farmi restituire, se non il tempo, almeno i soldi che ho buttato per acquistare il suo osannato ma piatto, vuoto, scopiazzato esordio letterario.
Antonio D’Orrico: responsabile dell’immorale successo di Faletti e altri inconsistenti scribacchini (vedi Alessandro Piperno), instilla il ragionevole dubbio di essere prezzolato dagli uffici stampa delle Case editrici.
Paolo Isotta: sgradevolmente presuntuoso, ancorato a un passato perduto e a un contemporaneo inesistente, scrive banalità dense d’invidia con uno stile ridicolo.
Guia Soncini: ex pupilla di Giuliano Ferrara, basterebbe solo questo a renderla insopportabile. Ma la tizia scrive, costruendo solo un barocco nulla di frustrazioni che puzza di stantio.
Aldo Grasso: il meno oggettivo tra i critici che fingono di esserlo; il suo opinabile metro di giudizio è la simpatia. Ma il vero problema, quando lo leggi, è che non sai se a scrivere l’articolo sia stato lui o uno dei suoi numerosi, fedelissimi negri.
(E allora perché leggo il Corriere? Perché è a scrocco…)
13 maggio 2009
5 maggio 2009
larmes kitsch
«When did I wake into this dream?
I must have been the only person in the world who didn’t know who she was…
(With the disappearance of the world’s most famous…
…have denied the story…
…too much pressure…)
But my world would never be the same again…
“Drive!”
…when she came into my life.
“It’s beautiful up here, everything seems so peaceful.”
“Who are you?”
“I’m a dancer. I love to dance!”
Didn’t matter. I knew who she was, to me.
“Come away with me.”
“I love you.”
“You must be there. Tomorrow.”
“I don’t care about tomorrow.”
“It’s the right thing to do.”
“No one can steal our dream, no one. Goodbye.”
And then, she was gone.
Has she forgotten? I know I will not.
Her kiss… her smile… her perfume.»
I must have been the only person in the world who didn’t know who she was…
(With the disappearance of the world’s most famous…
…have denied the story…
…too much pressure…)
But my world would never be the same again…
“Drive!”
…when she came into my life.
“It’s beautiful up here, everything seems so peaceful.”
“Who are you?”
“I’m a dancer. I love to dance!”
Didn’t matter. I knew who she was, to me.
“Come away with me.”
“I love you.”
“You must be there. Tomorrow.”
“I don’t care about tomorrow.”
“It’s the right thing to do.”
“No one can steal our dream, no one. Goodbye.”
And then, she was gone.
Has she forgotten? I know I will not.
Her kiss… her smile… her perfume.»
2 maggio 2009
la crisi del settimo anno
Il primo anno è novità, impegno ed emozione.
Il secondo cancella l’entusiasmo e porta consapevolezza delle capacità.
Il terzo rivela le prime delusioni.
Il quarto suggerisce di tradire.
Il quinto porta cambiamenti che mettono alla prova.
Il sesto incupisce per la noia.
Il settimo è quello della crisi: sei incerto fra terrore e desiderio della fine.
Non so se le cose possano andare così nei rapporti di coppia. In quelli di lavoro, sì.
Il secondo cancella l’entusiasmo e porta consapevolezza delle capacità.
Il terzo rivela le prime delusioni.
Il quarto suggerisce di tradire.
Il quinto porta cambiamenti che mettono alla prova.
Il sesto incupisce per la noia.
Il settimo è quello della crisi: sei incerto fra terrore e desiderio della fine.
Non so se le cose possano andare così nei rapporti di coppia. In quelli di lavoro, sì.
27 aprile 2009
qui con me
Tu, con tutta la vita insieme, dal tempo dei primi ricordi.
Tu, con lo sguardo ironico e severo, il gorgo che inghiotte.
Tu, con il mistero dell’affinità, la più perfetta tra gli imperfetti.
Vi vorrei ancora, qui con me.
E talvolta vorrei anche l’amore di qualcuno che forse c’è,
ma non ancora qui con me.
Tu, con lo sguardo ironico e severo, il gorgo che inghiotte.
Tu, con il mistero dell’affinità, la più perfetta tra gli imperfetti.
Vi vorrei ancora, qui con me.
E talvolta vorrei anche l’amore di qualcuno che forse c’è,
ma non ancora qui con me.
22 aprile 2009
piccole correzioni
Stamattina, capelli bagnati e spazzolino che ronzava in bocca, mi chiedevo quale fosse la causa della mia tristezza. Ne ho passate un po’ in rassegna, quindi, con la faccia nell’asciugamano, ho concluso che nessuna è abbastanza forte: non ho buoni motivi per essere triste.
E poi, mentre sbucavo dalla metropolitana fischiettando la melodia che usciva dagli auricolari, mi sono accorto che tutto quel dolore, d’improvviso, non c’era più.
E poi, mentre sbucavo dalla metropolitana fischiettando la melodia che usciva dagli auricolari, mi sono accorto che tutto quel dolore, d’improvviso, non c’era più.
21 aprile 2009
20 aprile 2009
en ce moment
«Il y a eu des nuits où je mourais de toi
Comme on meurt de faim.
Je pensais à ton souffle quand insensiblement
Il devient plus rapide, et je ne dormais pas.
Quand je te regardais, quand je fermais les yeux
En tout temps, en tout lieu j’avais envie de toi.
Lorsque je t’ai donné quelques coups de canif
C’était pour ne pas perdre tout à fait la raison,
C’était pour que tu sois un peu plus attentif
Que tu ne t’installes pas dans ma soumission.
Y a-t-il eu trop de temps, trop de gens entre nous.
En ce moment tu vois, je n’ai vraiment plus goût à rien.
Et il y a des nuits où je meurs de personne
Comme on meurt de quelqu’un.»
Comme on meurt de faim.
Je pensais à ton souffle quand insensiblement
Il devient plus rapide, et je ne dormais pas.
Quand je te regardais, quand je fermais les yeux
En tout temps, en tout lieu j’avais envie de toi.
Lorsque je t’ai donné quelques coups de canif
C’était pour ne pas perdre tout à fait la raison,
C’était pour que tu sois un peu plus attentif
Que tu ne t’installes pas dans ma soumission.
Y a-t-il eu trop de temps, trop de gens entre nous.
En ce moment tu vois, je n’ai vraiment plus goût à rien.
Et il y a des nuits où je meurs de personne
Comme on meurt de quelqu’un.»
11 aprile 2009
dettagli onirici
Il ricordo dei sogni accompagna il sonno difficile che mi perseguita ciclicamente tra la fine dei vent’anni e questi trenta inoltrati.
Persone e luoghi perduti ritornano, misteriosi, e trascinano con loro la certezza che mi terranno sempre compagnia, nel ricordo.
Il vuoto presente dei giorni, la vita lontana delle notti.
Persone e luoghi perduti ritornano, misteriosi, e trascinano con loro la certezza che mi terranno sempre compagnia, nel ricordo.
Il vuoto presente dei giorni, la vita lontana delle notti.
31 marzo 2009
di pietra come il cuore
Chi è stato la famiglia ed è morto, chi ha deciso il nome ed è fuggito, chi ha consumato il mio amore, chi vorrebbe illudermi con le parole, chi m’illude con il silenzio.
E io non sento più nulla: fingo partecipazione, se richiesta. Tutto qui.
L’abbandono mi ha reso pietra, come il cuore.
E io non sento più nulla: fingo partecipazione, se richiesta. Tutto qui.
L’abbandono mi ha reso pietra, come il cuore.
28 febbraio 2009
turris eburnea mmix
«È già l’ultimo giorno di febbraio? Devo scrivere assolutamente sul blog: non voglio che manchi un mese nel calendario dell’archivio…»
Da quando trascorro le domeniche a preparare la lezione del giorno seguente, ho smesso di seguire blog – il mio e quelli altrui. Mi dico che sono troppo stanco e non ho tempo, ma credo semplicemente di non avere voglia. L’umore è pessimo, perché ho la sensazione che siano per me tempi senza equilibrio o sbilanciati verso il basso, e cose da dire ne ho sempre meno. Ma non sono il solo, probabilmente.
«Sono stato un po’ nel panico e non mi sono fatto vivo, scusa. E se ci si beccasse in settimana?»
È incredibile come detesti locuzioni fruste ma non riesca a farne a meno nella conversazione. Troppi libri comperati e non letti, temo.
Comunque la vita da recluso, in questi primi mesi dell’anno, è stata ancora più intensa. Isolato nella torre d’avorio. Non immaginavo che a un capodanno popolato di amici vecchi e nuovi sarebbe seguito un anno così solitario. I pochi che mi hanno cercato (oh! uno spunto di riflessione non da poco, questo) hanno chiacchierato con un grumo di angosce, al di là della cornetta. Non dev’essere stato piacevole, immagino.
«Vorrei che teneste spento il cellulare, ma se suona e volete rispondere, almeno uscite dalla classe.»
Sono uno dei pochi che spegne il telefono portatile durante la notte, al ristorante, al cinema, e inoltre dimentica di accenderlo. (E ora che ci penso, non è un “riaccenderlo”, ma proprio “accenderlo”, perché per me la sua condizione naturale, come quella di qualsiasi elettrodomestico, è quella di essere spento. Molto strano, me ne rendo conto: sono sorpreso anch’io da questa rivelazione.)
Insomma, mi sembra che pochi sappiano fare a meno della reperibilità perenne, secondo me banalmente terrorizzati all’idea di perdere contatto con la rete anti-solitudine dei conoscenti anche durante le due ore di un film o in quei pochi minuti sulla metropolitana o sul cesso.
D’altronde, mi accorgo di essere vecchio non tanto per l’approssimarsi dei quarant’anni (anche se…), né perché mi trovo a pensare che i giovani siano maleducati a tenere acceso il telefono durante le lezioni (ma lo sono, cazzo!), né perché mi ritrovo a dire, con termini nuovi, quello che ci ripetevano irritati i professori (e la cosa un po’ mi fa sorridere), ma perché quando andavo a scuola non c’erano telefoni cellulari e internet, e questo mi rende più simile a mio nonno che a un ventenne, mi sembra.
«Ma davvero, quanto tempo…»
Mi ero fatto una promessa: avrei ritrovato di nuovo la mia più grande amica del passato, persa quindici anni fa, solo se avessi costruito qualcosa di importante, in me o attorno a me. Abbiamo fatto colazione assieme, due sabati fa. Lei è sempre la stessa, si è fermata ad allora: vive e fa parte di un passato per me morto, e questo mi ha intristito. Ma alcuni giorni dopo, ripensandoci, ho sentito un chicco di felicità, perché in effetti qualcosa d’importante, in questi anni, l’ho ottenuto, e la più grande amica del presente, anche se un po’ lontana, c’è.
«Dottore, desidera un caffè?»
Poche settimane fa, d’improvviso, mi sono accorto che so scrivere con il computer senza guardare la tastiera; era un’abilità che invidiavo molto alle segretarie e ora eccola anche nelle mie mani, non richiesta. È come quando scopri che sai ancora parlare una lingua imparata vent’anni prima e mai usata: le capacità che ti sorprendono. Un giorno scoprirò di saper volare, forse.
Da quando trascorro le domeniche a preparare la lezione del giorno seguente, ho smesso di seguire blog – il mio e quelli altrui. Mi dico che sono troppo stanco e non ho tempo, ma credo semplicemente di non avere voglia. L’umore è pessimo, perché ho la sensazione che siano per me tempi senza equilibrio o sbilanciati verso il basso, e cose da dire ne ho sempre meno. Ma non sono il solo, probabilmente.
«Sono stato un po’ nel panico e non mi sono fatto vivo, scusa. E se ci si beccasse in settimana?»
È incredibile come detesti locuzioni fruste ma non riesca a farne a meno nella conversazione. Troppi libri comperati e non letti, temo.
Comunque la vita da recluso, in questi primi mesi dell’anno, è stata ancora più intensa. Isolato nella torre d’avorio. Non immaginavo che a un capodanno popolato di amici vecchi e nuovi sarebbe seguito un anno così solitario. I pochi che mi hanno cercato (oh! uno spunto di riflessione non da poco, questo) hanno chiacchierato con un grumo di angosce, al di là della cornetta. Non dev’essere stato piacevole, immagino.
«Vorrei che teneste spento il cellulare, ma se suona e volete rispondere, almeno uscite dalla classe.»
Sono uno dei pochi che spegne il telefono portatile durante la notte, al ristorante, al cinema, e inoltre dimentica di accenderlo. (E ora che ci penso, non è un “riaccenderlo”, ma proprio “accenderlo”, perché per me la sua condizione naturale, come quella di qualsiasi elettrodomestico, è quella di essere spento. Molto strano, me ne rendo conto: sono sorpreso anch’io da questa rivelazione.)
Insomma, mi sembra che pochi sappiano fare a meno della reperibilità perenne, secondo me banalmente terrorizzati all’idea di perdere contatto con la rete anti-solitudine dei conoscenti anche durante le due ore di un film o in quei pochi minuti sulla metropolitana o sul cesso.
D’altronde, mi accorgo di essere vecchio non tanto per l’approssimarsi dei quarant’anni (anche se…), né perché mi trovo a pensare che i giovani siano maleducati a tenere acceso il telefono durante le lezioni (ma lo sono, cazzo!), né perché mi ritrovo a dire, con termini nuovi, quello che ci ripetevano irritati i professori (e la cosa un po’ mi fa sorridere), ma perché quando andavo a scuola non c’erano telefoni cellulari e internet, e questo mi rende più simile a mio nonno che a un ventenne, mi sembra.
«Ma davvero, quanto tempo…»
Mi ero fatto una promessa: avrei ritrovato di nuovo la mia più grande amica del passato, persa quindici anni fa, solo se avessi costruito qualcosa di importante, in me o attorno a me. Abbiamo fatto colazione assieme, due sabati fa. Lei è sempre la stessa, si è fermata ad allora: vive e fa parte di un passato per me morto, e questo mi ha intristito. Ma alcuni giorni dopo, ripensandoci, ho sentito un chicco di felicità, perché in effetti qualcosa d’importante, in questi anni, l’ho ottenuto, e la più grande amica del presente, anche se un po’ lontana, c’è.
«Dottore, desidera un caffè?»
Poche settimane fa, d’improvviso, mi sono accorto che so scrivere con il computer senza guardare la tastiera; era un’abilità che invidiavo molto alle segretarie e ora eccola anche nelle mie mani, non richiesta. È come quando scopri che sai ancora parlare una lingua imparata vent’anni prima e mai usata: le capacità che ti sorprendono. Un giorno scoprirò di saper volare, forse.
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