26 febbraio 2007

sette frasi decisamente intollerabili

1. «Mi spiace, non posso dare un giudizio perché non me ne intendo.»
2. «Dovete avere uno sguardo extra-quotidiano.»
3. «Destra… Sinistra… Tanto sono tutti uguali.»
4. «Ma quest’estate cosa fai?»
5. «Voi collaboratori sì che siete liberi, mica come noi che dobbiamo timbrare il cartellino.»
6. «Davvero? dopo un anno non hai ancora messo in funzione la cucina?»
7. «Figurati: non cambierò mai idea.»

25 febbraio 2007

prevedibile

Negli ultimi tempi mi sono accorto con stupore di quanto io provi irritazione per l’altrui prevedibilità; quanto questa susciti inarrestabile fastidio e scateni violente reazioni.
Compagni di lavoro e di corso, amici e nemici veri e presunti: con malcelato disgusto cerco di non reagire alla noia che si espande osmotica dall’altrui banalità, ma non sempre mi riesce. E quando non mi riesce, sadico, me ne compiaccio.
Tutto ciò rischia di comportare un pericoloso moto centrifugo che potrebbe lasciarmi ancora una volta da solo; confido, intanto, nel ritorno del sarcasmo e dello snobismo (anch’essi violenti, d’accordo, ma non viscerali), perché così non mi piaccio granché.

D’altra parte, mi auguro siano pochi a vivere un periodo come questo mio, ché – da lungo tempo – della prevedibilità sono ahimè l’imperatore.

23 febbraio 2007

ne parlano tutti?

Allora è una merda.

18 febbraio 2007

legittima difesa

Ammazzo il tempo per evitare che mi ammazzi lui.

11 febbraio 2007

la domenica

Perché mi sono svegliato così presto? Avrò mal di testa per tutto il giorno, è certo.
Resto tre ore sotto il piumone e leggo tutto un libro sul cinema snob, ricevuto ieri sera in regalo; un bel pezzo di un divertente romanzo sul mondo dei call center, ricevuto in regalo qualche giorno fa; qualche inutile articolo sul settimanale del Corriere; un paio di rubriche e un’intervista a Milva su Io donna. Alla fine sono frastornato. Mi ripeto un paio di volte le cose che devo cercare su internet (mutande di Starck, film inedito di Hitchcock, sigle di Saul Bass, album di Battiato), poi alzandomi gira la testa e si stringe lo stomaco, mentre penso: «La mia vita è un casino perché ho una connessione a internet». Credo non ci sia bisogno di approfondire.

Ieri sera: al cinema, primo film da ottobre. Malgrado il caldo consiglio dell’Oggetto dell’Ossessione Perduta, una delusione. Un filmetto pretenzioso e falsamente poetico (e falsamente onirico). Piuttosto, sul tema, meglio Up the sandbox. E soprattutto il film precedente di Gondry; quanto ho sofferto, vedendolo. E quanto l’ho amato.
Nemesi: all’uscita del cinema, pronto a entrare, incontro e saluto l’OOP del mio OOP. Oops.

Oggi mangio a un orario assurdo. Guardo nel frigo e i pomodorini comprati martedì sono già mezzi marci. La muffa, non me n’ero mai accorto, è bellissima. Una pelliccia sfumata e soffice. Tante goccioline luccicanti in cima a ogni stelo. Ma i pomodori che comprava mia madre duravano anche una settimana: forse i pesticidi di cui si nutrivano li aiutavano a rimanere sani più a lungo. Dovrò smetterla con la mania del biologico.

Sono felice di non avere tempo per guardare la televisione.
Oggi l’ho accesa e mi ha investito una Sandra Milo che interpretava (male: è di quelle che pensano si debba recitare anche nella vita, dunque un’idiota) una figlia incinta che aiuta la madre malata terminale a morire; il fatto che la storia fosse vera, e vissuta da lei, è ininfluente, e mi ha prima irritato, poi fatto scoppiare in una clamorosa risata. Nota impressionante: sembrava Bette Davis in Baby Jane.
Mi sposto sulla trasmissione con la Ventura e la trovo intenta in un compitino di giornalismo-spazzatura (che fa: cerca di entrare nella categoria dalla porta di servizio, visto che non ha passato l’esame?), un’intervista agghiacciante a un ignoto sportivo che racconta come ha superato la tragedia della perdita di un braccio in un incidente grazie alla fede religiosa, bla bla bla. Senza parole.

Ora mi sforzo e vado allo spazio che si vuol chiamare Teatro, dove trascorro le sei ore più noiose e costose della settimana, a vedere un misterioso spettacolo ispirato al Quijote. Se proseguo a martellarmi i coglioni sotto una maschera di plastica bianca, o interpretando un struzzo, o a rotolarmi come un’onda sulla moquette più polverosa e zozza, lo faccio solo per poter dire a me stesso, nel mese di giugno: «L’hai portato a termine». Almeno qualcosa, almeno ogni tanto, devo.

E domani, dopo aver pagato le bollette in posta, si torna al Castello di Carte, in balìa di Sanguinaria Perniciosa e di fronte a Creativa Dimezzata e alla sua psico-brama di potere. Pagato a ore, come la più servile delle colf.

Buona settimana, neh?

6 febbraio 2007

a volte

Spesso sono contento di possedere il dono della preveggenza.
A volte, no.