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15 maggio 2010

perduto aprile (ritorno alla torre d’avorio)

Di quanto è successo e succede tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera raccolgo istantanee già sbiadite che sparpaglio incoerenti.
Fiori gialli e fiocchi di neve, lacrime e un ultimo abbraccio; in mezzo, la metafora della vita.
Gli studenti di quest’anno: meno partecipi, interessati, interessanti. Le lezioni si stanno trascinando con troppa stanchezza e poca soddisfazione.
Guardo negli occhi centinaia di sconosciuti e premo un tasto per il prossimo: dalla loro finestra compaio/scompaio d’improvviso, lasciando (forse) il ricordo di un’immagine. La parentesi più divertente vissuta nella rete, che come i volti casuali mi ha presto annoiato e si è già chiusa.
Per migliorare l’umore non è bastato ridere tutta la sera con chi è ancora viva e favolosa e piangere quella successiva con chi ha perso il dono della musica; almeno ci ho provato.
Il primo ritorno cela incognite, ma a tratti mi rende felice; il secondo è stato misterioso e si è dissolto; il terzo ha una scadenza definita, e per questo è malinconico.
Fuori dalla mia testa, la vita che non posso controllare segue il suo corso, con tutti gli sviluppi inattesi o già scritti – e se mi fermo a guardare non mi capacito dei sogni e dell’ottimismo che ci siamo permessi. Unico respiro: l’ironia.

6 dicembre 2009

attualmente, nella torre d’avorio

Attualmente non riesco proprio a togliermi di dosso questa alienante sensazione di precarietà. Le promesse di chi mi dà lavoro, le parole di chi è vicino, le scaglie di affetto di chi è lontano non bastano a trovare un motivo e a costruire la proiezione del futuro.

Attualmente non ho ancora imparato come ci si comporta tra esseri umani. Non rispondo a domande dirette o implicite – per pigrizia e codardia. Dico troppi «no». Non faccio mai un passo per primo. M’illudo che le mie azioni siano chiare e logiche per chiunque. E illudo, mio malgrado.

Attualmente non ho le idee chiare su quel che è stato, e se possa fare da base abbastanza solida per costruire qualcosa. Ma non sono l’unico ad avere dubbi, e la circospezione, ora, è meglio dell’avventatezza.

Attualmente parlare di pg e definirlo Ossessione Perduta è un volgare indice della mia ipocrisia lessicale: in realtà sono riuscito a perdere lui, non l’ossessione. E in proposito, è sconfortante scoprire che chiunque io conosca ha un’ossessione, e non è riuscito a liberarsene: solo le persone molto semplici o fortunate non sanno cosa significhi sentir gocciolare, talvolta, sangue dalla ferita.

Attualmente continuo a immaginarmi protagonista di un musical: basta cambiare qualche parola, e ogni canzone di qualsiasi spettacolo si adatta alla mia vita da disadattato. In questi giorni, l’orfanella fortunata diventa l’uomo in attesa di chi non tornerà (So maybe now these prayer’s the last one of its kind: won’t you please come get your baby, maybe…) che ritrova la speranza (Bet your bottom dollar that tomorrow there’ll be sun) e dà un senso alla sua vita volando al di là dell’oceano (Good night, sleep tight in NYC) per ritrovare infine il sorriso (You’re never fully dressed without a smile) grazie al vero amore (I don’t need anything but you). E, per un po’, il sorriso ritorna.

Attualmente scrivo troppo poco. Ma non ho perso passione per questo diario: l’ho persa per il racconto – anche altrui. E se ogni tanto m’impongo la fatica che costa ciascuna di queste parole, è perché, alla fine, questo è un piccolo regalo che mi faccio per domani (Tomorrow, tomorrow. I love you, tomorrow: you’re always a day away).

(Applausi, sipario.)

18 ottobre 2009

torre d’avorio (dentro e fuori)

Il caldo canicolare e d’improvviso i rigori di un inverno anticipato: chiunque incontri non può fare a meno di commentare il clima apparentemente impazzito, e davvero non sai più di quale frase del repertorio abusare; ma trovarsi in metropolitana tra la ragazza con sandali e ombelico scoperto e il quarantenne con sciarpa e piumino è in effetti spiazzante.

Appuntamenti al buio: consigliano un ciclo di ricarica completo al mese per tenere in buono stato la batteria del telefono; così, segnare sull’agenda di fare lo stesso con uno sconosciuto, con uguale frequenza: la ricarica di adrenalina è un’ottima alternativa alle droghe sintetiche, senza controindicazioni, per superare le fatiche della settimana lavorativa – e talvolta conosci anche persone con le quali è piacevole conversare.

Pulizie autunnali sul sito della socialità: cancellare l’amicizia è nuovo pretesto per dispensare frustrazione o rancore; ottima ragione dunque per farlo, di quando in quando.

Pulizie autunnali nella soffitta dei ghiacci: sarebbero un’ottima idea, se solo l’avessi, di quando in quando.

Umore pessimo: farsene una ragione; probabilmente nella mesta città padana sarà la costante per il resto della propria e altrui esistenza – e ciò spiega perché i milanesi cerchino di fuggire appena possono, per un pomeriggio o per la vita.

Repetita mactant: la sveglia, la strada, l’ufficio, la pausa, la casa, la cena, la sera, il letto – e se va tutto bene, sono arrivato solo a metà.

Repetita iuvant: quando sono triste, mi basta piangere un po’ con Celia Roth o Audrey Tatou e tutto migliora – anche io.

28 febbraio 2009

turris eburnea mmix

«È già l’ultimo giorno di febbraio? Devo scrivere assolutamente sul blog: non voglio che manchi un mese nel calendario dell’archivio…»
Da quando trascorro le domeniche a preparare la lezione del giorno seguente, ho smesso di seguire blog – il mio e quelli altrui. Mi dico che sono troppo stanco e non ho tempo, ma credo semplicemente di non avere voglia. L’umore è pessimo, perché ho la sensazione che siano per me tempi senza equilibrio o sbilanciati verso il basso, e cose da dire ne ho sempre meno. Ma non sono il solo, probabilmente.

«Sono stato un po’ nel panico e non mi sono fatto vivo, scusa. E se ci si beccasse in settimana?»
È incredibile come detesti locuzioni fruste ma non riesca a farne a meno nella conversazione. Troppi libri comperati e non letti, temo.
Comunque la vita da recluso, in questi primi mesi dell’anno, è stata ancora più intensa. Isolato nella torre d’avorio. Non immaginavo che a un capodanno popolato di amici vecchi e nuovi sarebbe seguito un anno così solitario. I pochi che mi hanno cercato (oh! uno spunto di riflessione non da poco, questo) hanno chiacchierato con un grumo di angosce, al di là della cornetta. Non dev’essere stato piacevole, immagino.

«Vorrei che teneste spento il cellulare, ma se suona e volete rispondere, almeno uscite dalla classe.»
Sono uno dei pochi che spegne il telefono portatile durante la notte, al ristorante, al cinema, e inoltre dimentica di accenderlo. (E ora che ci penso, non è un “riaccenderlo”, ma proprio “accenderlo”, perché per me la sua condizione naturale, come quella di qualsiasi elettrodomestico, è quella di essere spento. Molto strano, me ne rendo conto: sono sorpreso anch’io da questa rivelazione.)
Insomma, mi sembra che pochi sappiano fare a meno della reperibilità perenne, secondo me banalmente terrorizzati all’idea di perdere contatto con la rete anti-solitudine dei conoscenti anche durante le due ore di un film o in quei pochi minuti sulla metropolitana o sul cesso.
D’altronde, mi accorgo di essere vecchio non tanto per l’approssimarsi dei quarant’anni (anche se…), né perché mi trovo a pensare che i giovani siano maleducati a tenere acceso il telefono durante le lezioni (ma lo sono, cazzo!), né perché mi ritrovo a dire, con termini nuovi, quello che ci ripetevano irritati i professori (e la cosa un po’ mi fa sorridere), ma perché quando andavo a scuola non c’erano telefoni cellulari e internet, e questo mi rende più simile a mio nonno che a un ventenne, mi sembra.

«Ma davvero, quanto tempo…»
Mi ero fatto una promessa: avrei ritrovato di nuovo la mia più grande amica del passato, persa quindici anni fa, solo se avessi costruito qualcosa di importante, in me o attorno a me. Abbiamo fatto colazione assieme, due sabati fa. Lei è sempre la stessa, si è fermata ad allora: vive e fa parte di un passato per me morto, e questo mi ha intristito. Ma alcuni giorni dopo, ripensandoci, ho sentito un chicco di felicità, perché in effetti qualcosa d’importante, in questi anni, l’ho ottenuto, e la più grande amica del presente, anche se un po’ lontana, c’è.

«Dottore, desidera un caffè?»
Poche settimane fa, d’improvviso, mi sono accorto che so scrivere con il computer senza guardare la tastiera; era un’abilità che invidiavo molto alle segretarie e ora eccola anche nelle mie mani, non richiesta. È come quando scopri che sai ancora parlare una lingua imparata vent’anni prima e mai usata: le capacità che ti sorprendono. Un giorno scoprirò di saper volare, forse.

29 maggio 2008

dalla torre d’avorio (vivo cantando)

Da un po’ di tempo mi trovo molto antipatico: poca ironia, troppa rabbia. Immagino che questo sentimento sia largamente condiviso, e mi stupisco davvero quando talvolta qualcuno afferma il contrario. L’esperimento di felicità programmata non ha avuto buon esito. Diecimila minuti non sono bastati perché il destino ci facesse ritrovare. Ma forse è meglio così. Comunque ho scoperto con stupore che scrivere fuori contesto e con passione sui siti di annunci è come accendere una lampadina per le falene. Mi annoio troppo rapidamente di tutto. E pensare che mi facevo un vanto della capacità di sopportazione; invece somiglio a un adolescente figlio del telecomando e della tastiera. Si avvicina l’estate: il tempo è orrendo, ma fa già troppo caldo. E con questo clima vorrei una vacanza; non il bel viaggio già deciso, che sarà un tour de force, ma qualche giorno a poltrire lontano da casa, senza telefoni, internet, suoni e immagini. Le onde, la focaccia ligure a colazione. Non è un sogno, è un bisogno. Perdo troppo tempo e sonno appassionandomi a cose sempre più sciocche, come le canzonette spagnole anni Sessanta (Desde que llegaste ya no vivo llorando: vivo cantando, vivo soñando. Sólo quiero que me digas qué está pasando, que estoy temblando de estar junto a ti). Aiuto.

1 aprile 2008

varie dall’eburnea torre

Non pubblicare appunti per più di tre settimane mi fa sentire un po’ in colpa – non so però nei confronti di chi: me? i lettori affezionati? la divinità che sorveglia i blogger? – e un po’ frustrato, perché i post accennati smozzicati assemblati e incompiuti sono ormai dieci. Constato che per me scrivere non è facile, spesso – o per lo meno, che iniziare è più facile che finire (è il contrario, nelle storie d’amore). Per mesi ho disertato i cinema, e non ricordavo neppure quale fosse stato l’ultimo film che avevo visto: Van Sant all’Anteo? Arcand al Brera? (il Brera: ha chiuso tre mesi fa.) Ma sabato – evento – mi sono scrollato di dosso un po’ di naftalina per Virzì. Grazie, Paolo (tutt’e due, intendo). Alcune mattine fa è comparso in ufficio un nuovo collega. Simpatico, carino, interessante. Interessato, lui? Credo di no («Esco da una storia di otto anni con un tipo»). Interessato, io? Sì, all’inizio. Almeno finché non ho visto due paia delle sue scarpe. Il reportage-romanzo di Saviano ha venduto più di un milione di copie. In quanti hanno letto quella che hanno comprato? Pochi, visto che la psicosi da mozzarella tossica è cominciata solo ora. Ignoranti, senza memoria e criminali, gli italiani. Ne daranno prova anche tra un paio di settimane, con la matita copiativa in una mano e il fotocellulare nell’altra? La nuova famiglia allargata inizia a replicare i fastidiosi costumi di quella classica: discorsi inutili o noiosi, discussioni irritanti o assurde, domande superflue o incomprensibili, affetto simulato o inadeguato. Al pranzo del lunedì dopo Pasqua avrei voluto prendere mia madre sottobraccio e, dimentichi degli altri, passeggiare chiacchierando per la campagna solo con lei – quando vivevamo insieme non la sopportavo; ora, che le parlo al telefono ogni cinque o sei giorni e la vedo ogni tre settimane, mi manca. Avevo espresso un desiderio, all’inizio dell’anno. È ancora troppo presto per disperare? Gli amici, talvolta, si allontanano. Quando succede, talvolta, ci mancano. Finché, talvolta, ritornano. Milano ha vinto la data della sua morte: sette anni di disgrazia per i suoi abitanti, che vorrebbero più verde, più servizi, più vita e troveranno più affari illeciti, più arroganza, più disequilibrio. Perché in Italia ogni occasione è un’occasione mancata, e comunque non c’è più la mezza stagione. Sono la barzelletta degli amici per la ormai cronica incapacità di dare un indirizzo a questa casa. Non l’ho voluto neppure sull’elenco telefonico, e mai gesto fu più premonitore. Comunque, è deciso che entro un mese e mezzo tutto dovrà, se non essere perfetto, almeno funzionare – e così finalmente mi dedicherò alle gioie della cucina, tipo preparare uova à la coque.

12 luglio 2007

en bref de la tour d’ivoire

Non so più come spostare i capelli per coprire la stempiatura a destra; forse è giunta l’età in cui devo accettare i segni della vecchiaia. Stanotte ho sognato che tradivo un amico andando a letto con il suo fidanzato; senso di colpa paralizzante come quando da piccolo ho rubato gomme profumate alla Standa – e ho contestualmente smesso di andare in chiesa perché mi mancava il coraggio di confessare al prete il furto (poco tempo dopo mi chiesi come avevo fatto a perdere tutto quel tempo fingendo di venerare una divinità nella cui esistenza non avevo mai creduto). Mi sono accorto con orrore che alcune suonerie composte da Sakamoto ed Eno per Nokia mi commuovono; perché poi abbia scaricato da internet e ascolti suonerie è una faccenda ben più allarmante, che non intendo analizzare. Rileggere le poesie di quindici anni fa m’imbarazza: allora ne ero orgoglioso, oggi grondano ampollosità; i temi e lo sguardo, però, sono tristemente sempre gli stessi. Durante il giorno, insabbiato di fronte al monitor, cerco di dare un motivo a quello che mi scorre davanti sul nastro trasportatore, e di combattere sonno e noia: il risultato è che, sbadigliando con occhio vacuo, non trovo alcun senso e metto solo un po’ di ordine tra documenti e cartelle (pensavo: se il mio appartamento fosse un computer non somiglierebbe a un magazzino abbandonato). Sindrome di Stoccolma: ieri ho incontrato i compagni del Corso di Masochismo Applicato e mi sono ritrovato a considerare l’ipotesi di andare avanti; se l’anno prossimo mi dovessi iscrivere al secondo anno, tu, lettore, sei autorizzato a rapirmi e a torturarmi come in Arancia meccanica, palpebre spalancate a vedere in fila tutti gli spettacoli messi in scena negli ultimi cinque anni nella Palestra che chiamano Teatro.

22 aprile 2007

altre note dalla torre d’avorio

A giudicare dall’eco continuo dei clacson che soffia in casa con la brezza, l’Inter deve aver vinto il campionato di calcio – per quel che serve. È un momento di tale apatia che quasi stento a credere, al risveglio mattutino, di essere davvero vivo. L’argomento principale della passata settimana, in giro per la città, era la scadenza dei punti Fidaty; questa settimana non si è parlato che di eventi fuorisalone; chissà il tema stimolante della prossima. Ho rivisto l’Oggetto dell’Ossessione Perduta: non saprei dire se mi ha fatto bene o male; forse non mi ha fatto nulla, e il bene sarebbe questo – ma non ne sono del tutto persuaso. Ho trovato il coraggio di spedire un curriculum vitæ, il primo in tre anni, e ci credevo così tanto che il loro silenzio mi ha un po’ ferito. Al Castello di Carte i conti non tornano e si sentono tremolii sempre più forti: continua la fuga dei roditori, e quella eccellente di Sanguinaria Perniciosa lascia un vuoto (non certo nei nostri cuori) che sarà colmato da un nuovo innesto della Carta Matrigna – temo l’ennesimo despota incapace. Sempre al Castello, ho constatato per l’ennesima volta che le cose spesso non sono come sembrano: gli abusi famigliari di cui si legge sui quotidiani sono a volte troppo vicini – e sarebbe stato meglio non saperlo. La commedia di fine anno al Corso di Masochismo Applicato prevede che interpreti un becero à la “via Torino al sabato”, e questo mi demoralizza perché non vedo alcuno sbocco divertente – a parte l’ironia che sia proprio io a incarnarlo. Se qualcuno dovesse suggerire che anche il male al collo di questi ultimi due giorni abbia origini psicosomatiche, lo manderei a cacare. Tori Amos, a un primo distratto ascolto, cerca di tornare sulla retta via, quella dei primi album; Dolores O’Riordan rifà da sola il compitino dei Cranberries; Rufus Wainwright cavalca ancora, troppo deciso, l’onda che gli ha dato la prima spinta. Devo chiedere a qualcuno della Carta Matrigna (al suo traduttore non posso: ne subisco il fascino ma lui non subisce il mio, e un’interazione – anche verbale – pare impossibile) chi è il colpevole dello scempio fatto alle raccolte di David Sedaris in italiano: anche l’ultimo libro è un inspiegabile assemblaggio di racconti, questa volta di quattordici e dieci anni fa. Una persona molto vicina, non più giovane, ha dovuto cambiare lavoro: adesso è pagata a ore, come me e come tutto il personale di servizio, e intasca all’ora meno di un terzo di quanto guadagno io, che mi considero povero – in questo Paese la vita al ribasso è una realtà inquietante. Credo che mi obbligherò a usare il computer a casa per un tempo massimo prestabilito (tipo mezz’ora se non scrivo, altrimenti un’ora e mezza), un po’ come se, bambino, dovessi sottostare alle regole restrittive e idiote di genitori ottusi. È tutta la giornata che mangiucchio le unghie; non lo faccio mai: pessimo segno. Per essere più sereno, forse dovrei smetterla di essere così intransigente e accettare ipotesi come l’esistenza della telepatia, degli gnomi o di una qualche divinità.

24 marzo 2007

ivory tower report

Metto il naso fuori dall’Eburnea Torre quasi solo per raggiungere il Castello di Carte e la lezione bisettimanale di masochismo applicato. Indistinto buon umore, però ieri avevo mal di testa, oggi ho sonno, domani sarò scazzato. Principe del pleonasmo, mi colgo a fare constatazioni sempre più inutili. Vorrei poter sfogliare riviste con le pubblicità a sinistra e i testi a destra. Da tempo mi frulla per la testa il motivetto più cretino dell’anno: «Mai dire mai, soprattutto con i gay». Non ho proprio idea del giorno in cui ho fatto sesso l’ultima volta. Spero di ottenere qualche settimana di tempo extra-vita da dedicare al superfluo, tipo i videogiochi. Quando stamattina sono usciti dalla lavatrice, i cuscini di piume sembravano morti. I libri che mi vengono assegnati al Castello mi fanno sentire un sarto alle prese con la Merkel. Le saltuarie ispezioni sulle pagine arancioni servono a ricordarmi quel che c’è in giro – e il motivo per cui sono “non accompagnato”. Aspetto con impazienza documenta 12 per prendere un po’ d’aria dopo l’apnea. Mi manca “casa”. Mi chiedo se cambierà qualcosa quando la mia via, dicono prima dell’estate, sarà a traffico limitato. Vorrei che Doris Day tornasse a recitare. Spero che il prossimo romanzo sia indimenticabile.