Il buio che in questo mese si è impadronito del cielo è stato rischiarato, nel freddo sottotetto in cui vivo, da uno schermo grazie al quale sono riuscito a contenere l’angoscia per una vita ancora estranea.
Poche le letture, e superficiali, e rari i contatti umani, filtrati dal telefono; ho sedato il tormento con i rassicuranti venditori di quadri e gioielli, con telefilm divertenti e strappalacrime, con trasmissioni di denuncia, con ordinati mondi virtuali retti da regole chiare – opposti al mio, fuori dallo schermo. Spunti per nuove domande, direzioni per nuove strade.
Chissà se un giorno mi servirà conoscere i nomi di artisti che rimarranno ignoti ai più, o quelli di pietre preziose e modelli di oreficeria antica. Forse diventerò pittore e scolpirò sculture, o realizzerò gioielli, come ho desiderato da giovane – e queste informazioni non saranno sprecate.
Chissà se tornerò su un palcoscenico per vivere una storia non mia, e far ridere, e piangere, e amare, e odiare – per addolcire e arricchire con la finzione la severa realtà.
Chissà se la città che è stata il panorama di tutti i miei anni imploderà, sotterrandoci tutti – come s’immagina dopo aver visto lo scempio che ne fa chi la domina e chi la consuma. E chissà se un giorno si racconterà la verità sulla malavita che tiene in piedi il baraccone dello stile milanese. E chissà se l’ex fidanzato che si allontanava per fare cose misteriose prima del sesso, l’altro che aveva continui sbalzi d’umore, l’amico sempre sorridente e con gli occhi fissi… chissà se questi e altri smetteranno di pensare che non mi accorga, illusi, della loro dipendenza, e se ne libereranno. Partecipano al mio gioco, ma barando. Raccontano montagne di bugie. Non si accorgono di essere in gabbia, si abituano alle scorciatoie.
Chissà se l’impegno per raggiungere tutte le stelle in ogni livello, o per salvare l’universo, o per essere sempre gentile con lo scoiattolo vicino di casa, si trasferirà nella realtà, e se saprò accontentarmi del lavoro che faccio, se mi riappacificherò con il genere umano e renderò accogliente questa soffitta che guarda le stelle.
Dicembre è passato così, in una nevicata di pixel. Gli occhi, un po’, bruciano.
Del Natale in famiglia rimane la tristezza dei sorrisi forzati e l’orgoglio di un rapporto difficile ma che dà senso al resto.
Di quest’anno rimangono pochi amici, le incomprensioni, il rancore per un uomo inutile, la delusione per la superficialità.
Per il prossimo… Per il prossimo, esprimo un desiderio.
27 dicembre 2007
25 novembre 2007
pausa di raccoglimento
«When this old world starts getting me down
And people are just too much for me to face
I climb way up to the top of the stairs
And all my cares just drift right in to space.
On the roof it’s peaceful as can be
And there the world below can’t bother me.»
And people are just too much for me to face
I climb way up to the top of the stairs
And all my cares just drift right in to space.
On the roof it’s peaceful as can be
And there the world below can’t bother me.»
11 novembre 2007
una linea sottile
L’ennesimo caso di cronaca nera montato dalla stampa, cioè l’omicidio dell’erasmista inglese a Perugia, mi ha fatto tornare in mente la relazione che ho avuto alcuni anni fa con Chirurgo Bigotto. Un tizio strano, oppresso da gravi regole e contraddizioni, che pareva uscito da un romanzo ottocentesco ambientato nel mondo dell’aristocrazia campana. Tra l’altro, l’unico feticista dei piedi che abbia conosciuto – è buffo e discretamente antierotico, uno che si concentra sulle tue estremità, provocandoti più solletico che piacere.
Se avessi dovuto elencare gli uomini con i quali sono stato a letto, probabilmente lo avrei dimenticato (e ciò, considerata l’esiguità del mio curriculum sessuale, denuncia lo stato penoso in cui versa la mia memoria); dicevo: probabilmente avrei dimenticato Chirurgo Bigotto, ovvero il mio potenziale assassino. Proprio così: una sera, a casa sua, gli dissi che avevo deciso di troncare il rapporto – dopo due settimane di poco impegnativi incontri sessuali – e a quella notizia, che a me pareva ovvia ma dovuta, lui reagì in un modo estremamente aggressivo che mi spaventò molto, chiamandomi più volte con un vezzeggiativo, come in uno strano mantra, e minacciando di strangolarmi, a voce e con le mani attorno al collo, con un folle ghigno e gli occhi spiritati.
Reagii con quella lucida rapidità che conosce chi si è trovato in situazioni di pericolo, abbandonando in pochi istanti la sua casa («È meglio che vada»); raggiunsi l’automobile con i brividi lungo la schiena e le gambe che tremavano.
Uno psicologo da salotto televisivo potrebbe dire un semplicistico: «Siamo tutti potenziali, insospettabili, folli assassini». Ma gli darei ragione, perché sono stato quasi vittima e quasi carnefice: ricordo di aver sentito un forte istinto omicida nei confronti di un mio compagno di scuola quando frequentavo la Terza media, e di aver talvolta pensato, per qualche istante, di eliminare in maniera “definitiva” entrambe le mie Ossessioni, la Banale dell’epoca universitaria e la Perversa, della quale sono riuscito a liberarmi di recente – ma è vivo, non temete, e ancora in giro a far danni.
« You think I don’t see murder in your eye when you’re looking at me.»
Se avessi dovuto elencare gli uomini con i quali sono stato a letto, probabilmente lo avrei dimenticato (e ciò, considerata l’esiguità del mio curriculum sessuale, denuncia lo stato penoso in cui versa la mia memoria); dicevo: probabilmente avrei dimenticato Chirurgo Bigotto, ovvero il mio potenziale assassino. Proprio così: una sera, a casa sua, gli dissi che avevo deciso di troncare il rapporto – dopo due settimane di poco impegnativi incontri sessuali – e a quella notizia, che a me pareva ovvia ma dovuta, lui reagì in un modo estremamente aggressivo che mi spaventò molto, chiamandomi più volte con un vezzeggiativo, come in uno strano mantra, e minacciando di strangolarmi, a voce e con le mani attorno al collo, con un folle ghigno e gli occhi spiritati.
Reagii con quella lucida rapidità che conosce chi si è trovato in situazioni di pericolo, abbandonando in pochi istanti la sua casa («È meglio che vada»); raggiunsi l’automobile con i brividi lungo la schiena e le gambe che tremavano.
Uno psicologo da salotto televisivo potrebbe dire un semplicistico: «Siamo tutti potenziali, insospettabili, folli assassini». Ma gli darei ragione, perché sono stato quasi vittima e quasi carnefice: ricordo di aver sentito un forte istinto omicida nei confronti di un mio compagno di scuola quando frequentavo la Terza media, e di aver talvolta pensato, per qualche istante, di eliminare in maniera “definitiva” entrambe le mie Ossessioni, la Banale dell’epoca universitaria e la Perversa, della quale sono riuscito a liberarmi di recente – ma è vivo, non temete, e ancora in giro a far danni.
« You think I don’t see murder in your eye when you’re looking at me.»
buccia di banana
«Per me, come per tutti voi, il comunismo è l’impresa più criminale della storia dell’uomo.»
Silvio Berlusconi all’assemblea costituente de La Destra di Francesco Storace
Silvio Berlusconi all’assemblea costituente de La Destra di Francesco Storace
4 novembre 2007
fermo e poi via
(Quella tavoletta galleggiante bianca e blu, forata da una parte, rigida e leggera; e l’odore del cloro, gli schiamazzi degli altri bambini… La mente congiunge i ricordi, e par che renda ancor più intenso l’istinto di sopravvivere, di non affogare.)
Se non fossi obbligato a uscire per andarmi a guadagnare quei tre soldi con i quali mi sfamo e poco più, resterei chiuso dentro questo appartamento arroccato in cima alle scale più decadenti della città.
Poltrirei nel letto senza lavarmi per giorni; la barba lunga mi accorgo che esiste solo perché ogni tanto prude il mento, e lo devo grattare.
Vinto da un dolore al collo, arrancherei poi verso il divano, e aspetterei sera guardando televendite di quadri alla televisione, o ammazzando mostri in un videogioco, o cercando informazioni superflue su internet, il computer in grembo.
Aspetterei, insomma, la morte – temendola più di ogni altra cosa ma non frapponendo tra noi altro che la paura.
E invece, le tante ore a produrre apparenza, e le telefonate di chi non si limita a pensarmi, ma mi cerca, mi allontanano dalla soffitta che non è casa e dal suicidio differito: il lavoro che detesto e l’affetto che non chiedo mi salvano e danno un senso temporaneo al vuoto dentro.
(Questa conclusione, benché paia una trovata da “povera gente”, mi è parsa così giusta da metterla qui, a mo’ di finale; se vi avessi annoiato, credete che non s’è fatto apposta.)
Se non fossi obbligato a uscire per andarmi a guadagnare quei tre soldi con i quali mi sfamo e poco più, resterei chiuso dentro questo appartamento arroccato in cima alle scale più decadenti della città.
Poltrirei nel letto senza lavarmi per giorni; la barba lunga mi accorgo che esiste solo perché ogni tanto prude il mento, e lo devo grattare.
Vinto da un dolore al collo, arrancherei poi verso il divano, e aspetterei sera guardando televendite di quadri alla televisione, o ammazzando mostri in un videogioco, o cercando informazioni superflue su internet, il computer in grembo.
Aspetterei, insomma, la morte – temendola più di ogni altra cosa ma non frapponendo tra noi altro che la paura.
E invece, le tante ore a produrre apparenza, e le telefonate di chi non si limita a pensarmi, ma mi cerca, mi allontanano dalla soffitta che non è casa e dal suicidio differito: il lavoro che detesto e l’affetto che non chiedo mi salvano e danno un senso temporaneo al vuoto dentro.
(Questa conclusione, benché paia una trovata da “povera gente”, mi è parsa così giusta da metterla qui, a mo’ di finale; se vi avessi annoiato, credete che non s’è fatto apposta.)
29 ottobre 2007
perso e ritrovato
«Some moments that I’ve had,
Some moments of pleasure.
I think about us lying,
Lying on a beach somewhere.
I think about us diving,
Diving off a rock, into another moment.»
«Just to register emotion, jealousy, devotion
And really feel the part –
I could stay young and chipper
And I’d lock it with a zipper,
If I only had a heart.»
«How could you leave me,
When I needed to possess you?
I hated you. I loved you, too.»
«If happy little bluebirds fly beyond the rainbow,
Why, oh, why can’t I?»
«I spent a lot of my time looking at blue,
The colour of my room and my mood:
Blue on the walls, blue out of my mouth;
The sort of blue between clouds, when the sun comes out,
The sort of blue in those eyes you get hung up about.»
«Living here, in this brand new world
Might be a fantasy,
But it taught me to love
So it’s real, real to me.
And I’ve learned that we must look inside
Our hearts to find
A world full of love,
Like yours, like mine –
Like home.»
Some moments of pleasure.
I think about us lying,
Lying on a beach somewhere.
I think about us diving,
Diving off a rock, into another moment.»
«Just to register emotion, jealousy, devotion
And really feel the part –
I could stay young and chipper
And I’d lock it with a zipper,
If I only had a heart.»
«How could you leave me,
When I needed to possess you?
I hated you. I loved you, too.»
«If happy little bluebirds fly beyond the rainbow,
Why, oh, why can’t I?»
«I spent a lot of my time looking at blue,
The colour of my room and my mood:
Blue on the walls, blue out of my mouth;
The sort of blue between clouds, when the sun comes out,
The sort of blue in those eyes you get hung up about.»
«Living here, in this brand new world
Might be a fantasy,
But it taught me to love
So it’s real, real to me.
And I’ve learned that we must look inside
Our hearts to find
A world full of love,
Like yours, like mine –
Like home.»
25 ottobre 2007
12 ottobre 2007
bradshaw
Ho incontrato Stu lo steward un venerdì, da Fnac.
Stava spulciando tra i CD della Streisand e io, che ero un po’ distante ma so bene dove sono archiviati, ho pensato, vedendolo di spalle: «Ecco un altro pallosissimo finocchio». Tendenzialmente i froci con gusti standard – Ciccone, Carrà e simili – fanno discorsi tra i più inutili e insostenibili.
In quel momento lui si volta e lo riconosco: non ci vediamo da almeno sette anni, e quando guardo i suoi occhi sento ancora quel tuffo al cuore di allora – e so che finiremo a letto. Altro che “pallosissimo finocchio”: mi sono innamorato di lui da subito, quando l’ho conosciuto al collettivo universitario gay che frequentavamo. Come mi accade sempre, non avevo fatto né detto nulla perché lui potesse capire che mi piaceva, e non avvenne nulla tra di noi. Ma ci piacevamo davvero molto entrambi, come scoprii in seguito. E ora, in questo ospitale negozio, la conversazione pare inesauribile, così fissare un appuntamento per il giorno seguente è naturale.
Il sabato sera, nel suo letto – dopo uno dei più divertenti rapporti sessuali di sempre – proseguiamo le confessioni iniziate a tavola qualche ora prima, e a un certo punto lui, che racconta di non aver mai avuto un fidanzato né una relazione anche soltanto illusoriamente continuativa, dichiara di non poter dare alcuna certezza di un “futuro assieme” a nessuno.
Ora; posto che quando mi trovo bene con un ragazzo, il primo pensiero è: «Voglio stare con te per sempre», ma questo è un mio problema grave (Trop de films, de chansons et de livres), e non avendo io detto nulla in proposito, i casi sono due: o il ragazzo legge nel pensiero, o le mie espressioni sono troppo facilmente decifrabili, ed entrambi mi paiono fonti di guai certi.
Ma la questione è un’altra.
Perché molti uomini rifiutano anche solo l’idea di una relazione? La temono o semplicemente non ne sono interessati? Paventano il potenziale monogamico? Non vogliono rinunciare a una parte della loro libertà?
E al contrario, quelli sempre accoppiati (anche se non necessariamente con lo stesso ragazzo), si accontentano con facilità, hanno paura della solitudine o piuttosto credono nei progetti e investono sul loro futuro?
E io, che tipo sono? Al di là dell’ipocondria e della lieve misantropia – come lo snobismo, causata probabilmente da un senso di inadeguatezza fisica o intellettuale –, desidero un rapporto stabile? Sono pronto a fare le rinunce e le scommesse necessarie? Ho superato il terrore di soffrire ancora per qualcuno?
Da Stu lo steward, tre anni fa, sono fuggito, convinto di non voler avere a che fare con uno che rifiuta l’amore. Ma nel frattempo sono forse diventato come lui?
«I’ll face the unknown,
I’ll build a world of my own.
No one knows better than I myself,
I’m by myself, alone.»
Stava spulciando tra i CD della Streisand e io, che ero un po’ distante ma so bene dove sono archiviati, ho pensato, vedendolo di spalle: «Ecco un altro pallosissimo finocchio». Tendenzialmente i froci con gusti standard – Ciccone, Carrà e simili – fanno discorsi tra i più inutili e insostenibili.
In quel momento lui si volta e lo riconosco: non ci vediamo da almeno sette anni, e quando guardo i suoi occhi sento ancora quel tuffo al cuore di allora – e so che finiremo a letto. Altro che “pallosissimo finocchio”: mi sono innamorato di lui da subito, quando l’ho conosciuto al collettivo universitario gay che frequentavamo. Come mi accade sempre, non avevo fatto né detto nulla perché lui potesse capire che mi piaceva, e non avvenne nulla tra di noi. Ma ci piacevamo davvero molto entrambi, come scoprii in seguito. E ora, in questo ospitale negozio, la conversazione pare inesauribile, così fissare un appuntamento per il giorno seguente è naturale.
Il sabato sera, nel suo letto – dopo uno dei più divertenti rapporti sessuali di sempre – proseguiamo le confessioni iniziate a tavola qualche ora prima, e a un certo punto lui, che racconta di non aver mai avuto un fidanzato né una relazione anche soltanto illusoriamente continuativa, dichiara di non poter dare alcuna certezza di un “futuro assieme” a nessuno.
Ora; posto che quando mi trovo bene con un ragazzo, il primo pensiero è: «Voglio stare con te per sempre», ma questo è un mio problema grave (Trop de films, de chansons et de livres), e non avendo io detto nulla in proposito, i casi sono due: o il ragazzo legge nel pensiero, o le mie espressioni sono troppo facilmente decifrabili, ed entrambi mi paiono fonti di guai certi.
Ma la questione è un’altra.
Perché molti uomini rifiutano anche solo l’idea di una relazione? La temono o semplicemente non ne sono interessati? Paventano il potenziale monogamico? Non vogliono rinunciare a una parte della loro libertà?
E al contrario, quelli sempre accoppiati (anche se non necessariamente con lo stesso ragazzo), si accontentano con facilità, hanno paura della solitudine o piuttosto credono nei progetti e investono sul loro futuro?
E io, che tipo sono? Al di là dell’ipocondria e della lieve misantropia – come lo snobismo, causata probabilmente da un senso di inadeguatezza fisica o intellettuale –, desidero un rapporto stabile? Sono pronto a fare le rinunce e le scommesse necessarie? Ho superato il terrore di soffrire ancora per qualcuno?
Da Stu lo steward, tre anni fa, sono fuggito, convinto di non voler avere a che fare con uno che rifiuta l’amore. Ma nel frattempo sono forse diventato come lui?
«I’ll face the unknown,
I’ll build a world of my own.
No one knows better than I myself,
I’m by myself, alone.»
7 ottobre 2007
attesa
No, non sono (ancora) morto. Poche parole, nell’attesa che si compia questo trentatreesimo anno.
Molto nervoso, insoddisfatto, stanco, insofferente. Ma con un po’ di apatia che almeno scongiura il cattivo umore.
Ottobre sotto il piumone, a confidare in un sonno ristoratore.
Sempre solo, come sette anni fa. Allora, per fuggire la solitudine iniziai a frequentare chi mi ha quasi ucciso, uno in autostrada, un altro con il miele avvelenato dell’egoismo. Chissà ’sta volta cosa accadrà, chi troverò (o ritroverò), e se basterà ancora solo uno sguardo.
«All we have is life and mind
And love we find with a friend.
Oh, let the movie end…»
Molto nervoso, insoddisfatto, stanco, insofferente. Ma con un po’ di apatia che almeno scongiura il cattivo umore.
Ottobre sotto il piumone, a confidare in un sonno ristoratore.
Sempre solo, come sette anni fa. Allora, per fuggire la solitudine iniziai a frequentare chi mi ha quasi ucciso, uno in autostrada, un altro con il miele avvelenato dell’egoismo. Chissà ’sta volta cosa accadrà, chi troverò (o ritroverò), e se basterà ancora solo uno sguardo.
«All we have is life and mind
And love we find with a friend.
Oh, let the movie end…»
30 settembre 2007
desolante panorama
Anche se ce n’è sempre una copia in ufficio, non leggo mai quella rivista di gossip politico che ha tra i suoi collaboratori Baget Bozzo, Ferrara, Guzzanti, Socci, Vespa. Qualche giorno fa ho derogato a questa regola, una delle decine che m’impongo in maniera più o meno cosciente, perché ho visto il richiamo in copertina di una delle rarissime interviste a Bernardo Caprotti, il signor Esselunga.
Dovete sapere che una delle cose di cui mi vergogno è la mia assoluta fedeltà nei confronti della creatura di quest’uomo, notoriamente allergico al concetto “diritti del lavoratore” e munifico finanziatore di Forza Italia. È più forte di me: una volta alla settimana torno a casa con due sacchetti gialli, soddisfatto di aver trovato tutto quel che mi sfama, pagandolo meno che in altri supermercati, e persino di aver barattato le preziose informazioni sui miei consumi in cambio di punti Fìdaty (nomen omen). Quanto è bella la lampada che mi regaleranno?
Ecco: lui è dispotico e finanzia Berlusconi, e io finanzio lui (il sillogismo lo chiudete voi, a me manca il coraggio). Comunque, Caprotti nell’intervista inveisce contro la Coop, raccontando fatti di favori politici e fiscali assai gravi, inquietanti e al limite della legalità. Certo, è la parola di uno squalo, amplificata da un giornale di destra, ma è l’ennesima mina che contribuisce a rendere ancor più pencolante l’immagine che ho della Sinistra italiana, sulla cui pulizia ho creduto con stolta cecità per anni.
Ma non è né di questo né della pubblicazione di un approfondimento sul caso Piero Gelmini (59 accusatori, interviste a ragazzi molestati; lo squallido ritratto della Chiesa cattolica – a proposito: aspetto con curiosità le polemiche che seguiranno la messa in onda domani sera di preti omosessuali a caccia di sesso ripresi con una telecamera nascosta).
C’è una mezza pagina nella sezione del giornale “Il nostro tempo” (il senso è evidentemente «Si stava meglio quando si stava peggio»; altri articoli raccontano l’uso massiccio di Viagra da parte dei ventenni e il raddoppio dei divorzi negli ultimi dieci anni) che s’intitola “Non fu solo un bacio quella sera al Colosseo”. Del caso scrissi qui in maniera provocatoria – il titolo giocava su un doppio senso, e la chiusa era affidata in maniera scontata a Pirandello: la verità cambia secondo il punto di vista. Non mi ha quindi stupito leggere che nel verbale dei carabinieri si denuncino i due perché sorpresi in un luogo pubblico nel mezzo di un pompino; mi ha colpito e indignato («Signora mia!») vedere proprio il verbale, stampato per intero, in un leggibilissimo formato 4x5 centimetri, e completo di nomi, cognomi, indirizzi e altri dati personali dei ragazzi.
Il messaggio mi pare chiaro: voi due, vergognatevi; voialtri, attenzione a quello che fate – è tornata l’esposizione pubblica con la gogna al collo.
«Until they become conscious they will never rebel, and until after they have rebelled they cannot become conscious.»
Dovete sapere che una delle cose di cui mi vergogno è la mia assoluta fedeltà nei confronti della creatura di quest’uomo, notoriamente allergico al concetto “diritti del lavoratore” e munifico finanziatore di Forza Italia. È più forte di me: una volta alla settimana torno a casa con due sacchetti gialli, soddisfatto di aver trovato tutto quel che mi sfama, pagandolo meno che in altri supermercati, e persino di aver barattato le preziose informazioni sui miei consumi in cambio di punti Fìdaty (nomen omen). Quanto è bella la lampada che mi regaleranno?
Ecco: lui è dispotico e finanzia Berlusconi, e io finanzio lui (il sillogismo lo chiudete voi, a me manca il coraggio). Comunque, Caprotti nell’intervista inveisce contro la Coop, raccontando fatti di favori politici e fiscali assai gravi, inquietanti e al limite della legalità. Certo, è la parola di uno squalo, amplificata da un giornale di destra, ma è l’ennesima mina che contribuisce a rendere ancor più pencolante l’immagine che ho della Sinistra italiana, sulla cui pulizia ho creduto con stolta cecità per anni.
Ma non è né di questo né della pubblicazione di un approfondimento sul caso Piero Gelmini (59 accusatori, interviste a ragazzi molestati; lo squallido ritratto della Chiesa cattolica – a proposito: aspetto con curiosità le polemiche che seguiranno la messa in onda domani sera di preti omosessuali a caccia di sesso ripresi con una telecamera nascosta).
C’è una mezza pagina nella sezione del giornale “Il nostro tempo” (il senso è evidentemente «Si stava meglio quando si stava peggio»; altri articoli raccontano l’uso massiccio di Viagra da parte dei ventenni e il raddoppio dei divorzi negli ultimi dieci anni) che s’intitola “Non fu solo un bacio quella sera al Colosseo”. Del caso scrissi qui in maniera provocatoria – il titolo giocava su un doppio senso, e la chiusa era affidata in maniera scontata a Pirandello: la verità cambia secondo il punto di vista. Non mi ha quindi stupito leggere che nel verbale dei carabinieri si denuncino i due perché sorpresi in un luogo pubblico nel mezzo di un pompino; mi ha colpito e indignato («Signora mia!») vedere proprio il verbale, stampato per intero, in un leggibilissimo formato 4x5 centimetri, e completo di nomi, cognomi, indirizzi e altri dati personali dei ragazzi.
Il messaggio mi pare chiaro: voi due, vergognatevi; voialtri, attenzione a quello che fate – è tornata l’esposizione pubblica con la gogna al collo.
«Until they become conscious they will never rebel, and until after they have rebelled they cannot become conscious.»
25 settembre 2007
mr. turnstiles
«I feel like I’m not out of bed yet…»
Il lunedì inizia lento e faticoso, come da tradizione.
Ma al secondo incontro casuale, il ragazzo del metrò – con il suo sguardo curioso e impudico – si fa ricordare per tutto il giorno, e lo rende radioso.
Se la sorte ci farà trovare una terza volta, non potrò proprio fare altro che sorridergli con più convinzione e parlargli.
In effetti, per conoscere qualcuno, dobbiamo contare solo sulla fortuna e sulle nostre forze: l’appuntamento combinato ieri sera da un’amica (perspicacia e psicologia: zero) è stato del tutto improbabile. Mi vedete, fidanzato con un fotografo di moda quarantenne, camicia sbottonata fino all’ombelico e accessori fichetti, discorsi milanesi infarciti di anglicismi, fascino da discoteca a molte piste, per giunta a sua volta fidanzato e che infine si chiama come mio padre?
Ora vado in ufficio. Incrocio le dita perché l’orario, il treno, la carrozza siano quelli giusti…
«Gotta pick up a date, maybe seven or eight,
By your way, in just one day.»
Il lunedì inizia lento e faticoso, come da tradizione.
Ma al secondo incontro casuale, il ragazzo del metrò – con il suo sguardo curioso e impudico – si fa ricordare per tutto il giorno, e lo rende radioso.
Se la sorte ci farà trovare una terza volta, non potrò proprio fare altro che sorridergli con più convinzione e parlargli.
In effetti, per conoscere qualcuno, dobbiamo contare solo sulla fortuna e sulle nostre forze: l’appuntamento combinato ieri sera da un’amica (perspicacia e psicologia: zero) è stato del tutto improbabile. Mi vedete, fidanzato con un fotografo di moda quarantenne, camicia sbottonata fino all’ombelico e accessori fichetti, discorsi milanesi infarciti di anglicismi, fascino da discoteca a molte piste, per giunta a sua volta fidanzato e che infine si chiama come mio padre?
Ora vado in ufficio. Incrocio le dita perché l’orario, il treno, la carrozza siano quelli giusti…
«Gotta pick up a date, maybe seven or eight,
By your way, in just one day.»
23 settembre 2007
uacciuuari-uari
«Sapone da bucato, addio schifezza nera. Un serio sindacato non è rosso di sera. Il suon dell’avvenire, un disco per cretini. La solfa del destino, la cacca dei bambini. I fuochi artificiali, io non l’ho fatto apposta. L’Italia dei maiali, nel vento la risposta. Pattuglie di soldati, addio schifezza nera. I furbi e gli scafati, monnezza più sincera. Addio mia bella Napoli, sento fischiare il treno… Di lama di un coltello, di foce nella fogna. Mia nonna col martello e i pesci con la rogna. Che pace nei latrati, carogne da pietire. Bufasce Maddalena, mi sento di svenire. Ti sputerei nell’occhio: così, per ricambiare di tutte le miserie che mi fai risputare. L’oriente della paglia coi fiori nel taschino. Rimettiti la maglia, per solfa del destino. Addio mia bella Napoli, sento fischiare il treno… Evaristo, stai qua…»
20 settembre 2007
19 settembre 2007
giro-girotondo, casca il mondo
Insinuare che una persona è omosessuale equivale ancora oggi a infamarla: caso recente di cui si sono occupati i quotidiani è quello del presidente venezuelano. Nessun giornale, però, ha fatto notare che Chavez, considerato avversario pericoloso e filoterrorista da G.W. Bush, è a capo della nazione con le più grandi riserve di petrolio greggio, esportato per il 70% negli Stati Uniti. Lascio a voi le possibili conclusioni da trarre; io penso a tentativi di destituzione attraverso i pettegolezzi come alternativa a un’invasione armata.
Del resto, la tematica gay sembra appassionare i militari americani: indimenticabile la recente notizia dell’invenzione di un’arma chimica per far diventare omosessuali i nemici grazie a un’esplosione di feromoni.
La violenza della polizia è un fenomeno globale, altro che dittature dichiarate o Terzo mondo. Nessuno potrà dimenticare quel che avvenne all’ombra del ghigno berlusconiano durante una famigerata riunione del Gruppo degli Otto; vedere oggi su YouTube l’arresto di uno studente della Florida, causato dall’intervento polemico durante un dibattito con John Kerry, è scioccante quanto lo fu seguire le notizie da Genova. Le domande del ragazzo, Andrew Meyer, meritano risposte: perché Kerry, oggi saltato sul carro dell’ambientalismo di Al Gore, non chiese l’impeachment di Bush, che gli scippò indebitamente la vittoria alle ultime elezioni presidenziali? E perché nasconde di essere un massone?
Invece, nessun commento, e soprattutto nessun intervento durante il feroce e immotivato arresto, condito dalla tortura inflitta con una pistola elettrica. Che si sappia: nel Paese della Libertà, chi fa domande scomode va in galera.
Per quanti giorni si parlerà ancora di Grillo e della sua definitiva deriva demagogica? Dei battibecchi insulsi con questo e quello? Dei politici, giornalisti, opinionisti schierati in suo favore o contro di lui? Questo movimento “contro-contro-contro” ricorda solo a me quello padano di quindici anni fa e, più indietro nel tempo, quelli che accesero la miccia del nazionalsocialismo e del fascismo? A quando un vero rinnovamento della politica italiana (e delle teste degli italiani) senza il bisogno di un capopopolo urlante?
La stampa vive di pubblicità e spazzatura (beh, grazie a questa galleggia tutta l’editoria: ne so qualcosa). Così, accanto a notizie che annaffiano il seme della paura innestato da tempo («Quale futuro? Che ne sarà dei miei risparmi? Si morirà in un attentato o per un nuovo virus?»), compare l’inconfondibile viso da trans di Simona Ventura. A proposito: anche quest’anno, mio boicottaggio degli spettacoli televisivi che inscenano realtà romanzata. È dura non poter partecipare alle infinite discussioni su quanto sia fico o sfigato tizio, ma sono felice di barattare un po’ d’immondizia in meno nel cervello con l’asocialità.
Intanto, al Castello di Carte si lavora non meno di nove ore al giorno con ritmi forsennati e si è comunque in ritardo. Ma perché poi darsi tanto da fare? Il crollo ha ormai la certezza un conto alla rovescia…
Già che ci siamo, per caso sapete di qualcuno che cerchi un art director o un grafico o un editor o un copywriter o un redattore, insomma: un operaio della comunicazione? Occorre fuggire per tempo. E poi, après moi, le déluge.
Del resto, la tematica gay sembra appassionare i militari americani: indimenticabile la recente notizia dell’invenzione di un’arma chimica per far diventare omosessuali i nemici grazie a un’esplosione di feromoni.
La violenza della polizia è un fenomeno globale, altro che dittature dichiarate o Terzo mondo. Nessuno potrà dimenticare quel che avvenne all’ombra del ghigno berlusconiano durante una famigerata riunione del Gruppo degli Otto; vedere oggi su YouTube l’arresto di uno studente della Florida, causato dall’intervento polemico durante un dibattito con John Kerry, è scioccante quanto lo fu seguire le notizie da Genova. Le domande del ragazzo, Andrew Meyer, meritano risposte: perché Kerry, oggi saltato sul carro dell’ambientalismo di Al Gore, non chiese l’impeachment di Bush, che gli scippò indebitamente la vittoria alle ultime elezioni presidenziali? E perché nasconde di essere un massone?
Invece, nessun commento, e soprattutto nessun intervento durante il feroce e immotivato arresto, condito dalla tortura inflitta con una pistola elettrica. Che si sappia: nel Paese della Libertà, chi fa domande scomode va in galera.
Per quanti giorni si parlerà ancora di Grillo e della sua definitiva deriva demagogica? Dei battibecchi insulsi con questo e quello? Dei politici, giornalisti, opinionisti schierati in suo favore o contro di lui? Questo movimento “contro-contro-contro” ricorda solo a me quello padano di quindici anni fa e, più indietro nel tempo, quelli che accesero la miccia del nazionalsocialismo e del fascismo? A quando un vero rinnovamento della politica italiana (e delle teste degli italiani) senza il bisogno di un capopopolo urlante?
La stampa vive di pubblicità e spazzatura (beh, grazie a questa galleggia tutta l’editoria: ne so qualcosa). Così, accanto a notizie che annaffiano il seme della paura innestato da tempo («Quale futuro? Che ne sarà dei miei risparmi? Si morirà in un attentato o per un nuovo virus?»), compare l’inconfondibile viso da trans di Simona Ventura. A proposito: anche quest’anno, mio boicottaggio degli spettacoli televisivi che inscenano realtà romanzata. È dura non poter partecipare alle infinite discussioni su quanto sia fico o sfigato tizio, ma sono felice di barattare un po’ d’immondizia in meno nel cervello con l’asocialità.
Intanto, al Castello di Carte si lavora non meno di nove ore al giorno con ritmi forsennati e si è comunque in ritardo. Ma perché poi darsi tanto da fare? Il crollo ha ormai la certezza un conto alla rovescia…
Già che ci siamo, per caso sapete di qualcuno che cerchi un art director o un grafico o un editor o un copywriter o un redattore, insomma: un operaio della comunicazione? Occorre fuggire per tempo. E poi, après moi, le déluge.
12 settembre 2007
talvolta
«You’re like me,
We’re both alone.
What’s the problem
I don’t know
With the same high,
The same eyes,
But you can’t borrow my clothes all the time.
Bad things,
Dead things,
Sad things have to happen
Sometimes.»
We’re both alone.
What’s the problem
I don’t know
With the same high,
The same eyes,
But you can’t borrow my clothes all the time.
Bad things,
Dead things,
Sad things have to happen
Sometimes.»
8 settembre 2007
settimana xxxvi
In ufficio, il logorio subdolo e le malattie associate a stress e ambiente malsano uccidono, e il peggio è che assisti al tuo decesso anticipato senza poter reagire – come invidio mantenuti e figli di papà.
Josie Ratzinger fa il suo sporco lavoro, e la cosa più pericolosa è ascoltarlo e commentare ciò che predica.
Rende un po’ tristi desiderare per cinque anni il ritorno in un certo luogo assieme a una certa persona e non riuscire a farlo solo perché la data di scadenza è il 23 settembre.
Non mi aspettavo che perdere temporaneamente un lettore affezionato potesse essere causa di frustrazione e mancanza di argomenti.
Quando devi frequentare una farmacia ti accorgi che alcuni medicinali utili costano troppo, altri superflui troppo poco.
Forse alla nostra quasidemocrazia purulenta potrebbe essere utile una rivoluzione, prima che si assesti la dittatura; d’altra parte «le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso».
Volevo resistere all’onda Hairspray, onorando la memoria dell’originale di John Waters e la mia posizione snob anti-moda, ma ho ascoltato la canzone di Michelle Pfeiffer, cazzo.
Spero, in una delle prossime notti, di riuscire a dormire otto ore senza interruzione; gradirei un po’ di rosa sulle palpebre inferiori, in luogo di questo bluastro.
Un modem, un pianoforte, un videogioco e alcuni libri: ho davvero ancora bisogno di rapporti umani?
Incontro tra Franca Valeri e Alberto Arbasino a Mantova; mi sarebbe piaciuto sentirli: chissà se comparirà il video su YouTube – di certo, se posso permettermi una battuta di pessimo gusto, sarà mosso.
Mi chiedo in che occasione, oltre a “mai”, potrei indossare le calze con la faccia di Che Guevara che mia madre mi ha portato dalla Polonia.
A chi mi ha domandato stupito perché non abbia mai letto un Harry Potter ho risposto che preferirei finire tutto Dostoevskij e Mann, ma in verità non lo leggo perché temo potrebbe piacermi.
Josie Ratzinger fa il suo sporco lavoro, e la cosa più pericolosa è ascoltarlo e commentare ciò che predica.
Rende un po’ tristi desiderare per cinque anni il ritorno in un certo luogo assieme a una certa persona e non riuscire a farlo solo perché la data di scadenza è il 23 settembre.
Non mi aspettavo che perdere temporaneamente un lettore affezionato potesse essere causa di frustrazione e mancanza di argomenti.
Quando devi frequentare una farmacia ti accorgi che alcuni medicinali utili costano troppo, altri superflui troppo poco.
Forse alla nostra quasidemocrazia purulenta potrebbe essere utile una rivoluzione, prima che si assesti la dittatura; d’altra parte «le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso».
Volevo resistere all’onda Hairspray, onorando la memoria dell’originale di John Waters e la mia posizione snob anti-moda, ma ho ascoltato la canzone di Michelle Pfeiffer, cazzo.
Spero, in una delle prossime notti, di riuscire a dormire otto ore senza interruzione; gradirei un po’ di rosa sulle palpebre inferiori, in luogo di questo bluastro.
Un modem, un pianoforte, un videogioco e alcuni libri: ho davvero ancora bisogno di rapporti umani?
Incontro tra Franca Valeri e Alberto Arbasino a Mantova; mi sarebbe piaciuto sentirli: chissà se comparirà il video su YouTube – di certo, se posso permettermi una battuta di pessimo gusto, sarà mosso.
Mi chiedo in che occasione, oltre a “mai”, potrei indossare le calze con la faccia di Che Guevara che mia madre mi ha portato dalla Polonia.
A chi mi ha domandato stupito perché non abbia mai letto un Harry Potter ho risposto che preferirei finire tutto Dostoevskij e Mann, ma in verità non lo leggo perché temo potrebbe piacermi.
28 agosto 2007
emozioni speciali
(segue)
Se c’è una cosa che davvero mi irrita, è il commento idiota al post di un blog.
Uno scrive tre righe senza pretese, a mo’ di diario, e arriva ad avvoltoio la lettrice o il lettore che pensa di aver capito tutto: «Lo so cosa vuoi dire, ci sono passata. Leggerti è sempre un’emozione splendida. Sei una persona speciale.»
Se c’è una cosa che mi sembra assurdamente idiota, è MySpace.
Quattro brutte foto, un po’ di filmati, due parole in libertà, una grafica agghiacciante e il sistema degli inviti e delle “amicizie”: «Grazie di avermi aggiunto come tuo amico. Mi hai emozionato. Sei una persona speciale.»
Se c’è una cosa che mi fa imbufalire, è Flickr (in generale), ma anche chi commenta le fotografie su Flickr (in particolare).
Si aprono le gabbie, e sciami di presuntuosi fotografucci della domenica ronzano con la loro reflex digitale d’ordinanza. Escono di casa con il solo scopo di scattare la foto da pubblicare, spesso dopo paziente e smodato fotoritocco: il taglio più ardito, la luce più estrema, l’oggetto d’arte più inconsueto, il ritratto in bianco e nero al tizio discinto che fa boccuccia.
I commenti sono l’esaltazione di questo troppo che traveste il niente: «Bella saturazione. Sai dare emozioni. Sei una persona speciale.»
Ecco: se dovessi definire i personaggi che animano queste mie idiosincrasie, dovrei prendere in prestito una definizione preziosa, opera di un amico di altri tempi. Con snobismo malcelato, li definirei “Protagonisti del nulla”.
Se c’è una cosa che davvero mi irrita, è il commento idiota al post di un blog.
Uno scrive tre righe senza pretese, a mo’ di diario, e arriva ad avvoltoio la lettrice o il lettore che pensa di aver capito tutto: «Lo so cosa vuoi dire, ci sono passata. Leggerti è sempre un’emozione splendida. Sei una persona speciale.»
Se c’è una cosa che mi sembra assurdamente idiota, è MySpace.
Quattro brutte foto, un po’ di filmati, due parole in libertà, una grafica agghiacciante e il sistema degli inviti e delle “amicizie”: «Grazie di avermi aggiunto come tuo amico. Mi hai emozionato. Sei una persona speciale.»
Se c’è una cosa che mi fa imbufalire, è Flickr (in generale), ma anche chi commenta le fotografie su Flickr (in particolare).
Si aprono le gabbie, e sciami di presuntuosi fotografucci della domenica ronzano con la loro reflex digitale d’ordinanza. Escono di casa con il solo scopo di scattare la foto da pubblicare, spesso dopo paziente e smodato fotoritocco: il taglio più ardito, la luce più estrema, l’oggetto d’arte più inconsueto, il ritratto in bianco e nero al tizio discinto che fa boccuccia.
I commenti sono l’esaltazione di questo troppo che traveste il niente: «Bella saturazione. Sai dare emozioni. Sei una persona speciale.»
Ecco: se dovessi definire i personaggi che animano queste mie idiosincrasie, dovrei prendere in prestito una definizione preziosa, opera di un amico di altri tempi. Con snobismo malcelato, li definirei “Protagonisti del nulla”.
26 agosto 2007
una stella che brilla
Chiamatemi Ismaele.
I miei occhi sono grigi come mare d’inverno.
Sulla mia lingua c’è il sapore aspro di una sfera di metallo.
È quella piccola cosa che mi rende speciale.
La pioggia batte ritmicamente sul davanzale della finestra.
Anche il mio cuore batte.
Batte per un ricordo, batte per una nuova Emozione.
In casa ora non c’è nessun altro.
Ma non sono solo, la solitudine è uno stato mentale.
Oggi compio gli anni, è un momento importante.
È il giro di boa.
Ho provato a conoscere il mondo, in questi anni.
E ci sono riuscito.
Vita, morte.
Passione e dolore.
Gli sguardi, il Ricordo.
La forza del Destino.
Apro gli occhi come fosse la prima volta.
Mi guardo allo specchio e mi riconosco.
Sono io. Ogni giorno diverso, ma sempre uguale.
Ho ancora nuovi sogni in un cassetto.
Sogni di Felicità.
Sogni di Amore.
Sogni di Gioia.
Sogni.
Ieri il cielo era terso, pulito come i miei pensieri.
Ho atteso il crepuscolo nella brezza leggera.
Anche il mio cuore era leggero, e puro.
Ho visto una stella cadente e ho espresso un Desiderio.
Ho pensato:
«Il giorno che scriverò puttanate simili sul mio blog, anzi: il giorno che mi accorgerò anche solo di pensare banalità e frasi vuote di questo genere (il genere in cui incappo con orrore su vari blog, zeppi di parole a casaccio vomitate da poveretti, simili a perversi Peter Pan), vado a farmi dare una raddrizzatina in un centro di recupero di Piero Gelmini».
Ecco quello che ho desiderato.
(segue)
I miei occhi sono grigi come mare d’inverno.
Sulla mia lingua c’è il sapore aspro di una sfera di metallo.
È quella piccola cosa che mi rende speciale.
La pioggia batte ritmicamente sul davanzale della finestra.
Anche il mio cuore batte.
Batte per un ricordo, batte per una nuova Emozione.
In casa ora non c’è nessun altro.
Ma non sono solo, la solitudine è uno stato mentale.
Oggi compio gli anni, è un momento importante.
È il giro di boa.
Ho provato a conoscere il mondo, in questi anni.
E ci sono riuscito.
Vita, morte.
Passione e dolore.
Gli sguardi, il Ricordo.
La forza del Destino.
Apro gli occhi come fosse la prima volta.
Mi guardo allo specchio e mi riconosco.
Sono io. Ogni giorno diverso, ma sempre uguale.
Ho ancora nuovi sogni in un cassetto.
Sogni di Felicità.
Sogni di Amore.
Sogni di Gioia.
Sogni.
Ieri il cielo era terso, pulito come i miei pensieri.
Ho atteso il crepuscolo nella brezza leggera.
Anche il mio cuore era leggero, e puro.
Ho visto una stella cadente e ho espresso un Desiderio.
Ho pensato:
«Il giorno che scriverò puttanate simili sul mio blog, anzi: il giorno che mi accorgerò anche solo di pensare banalità e frasi vuote di questo genere (il genere in cui incappo con orrore su vari blog, zeppi di parole a casaccio vomitate da poveretti, simili a perversi Peter Pan), vado a farmi dare una raddrizzatina in un centro di recupero di Piero Gelmini».
Ecco quello che ho desiderato.
(segue)
22 agosto 2007
baciami, stronzo
Le uniche due volte che non ho aspettato fosse l’altro a fare la prima mossa (a prendere l’iniziativa, srotolare la lingua in bocca – ditela come volete) sono stato rifiutato. Una batosta clamorosa, per uno abituato ad avere un decente favore sociale.
Vi racconto com’è andata.
Venti e qualcosa anni, accompagno a casa questo ragazzo molto carino con il quale ho trascorso una serata piacevole; m’interessa e pare interessato a me e a quel che gli racconto. Insomma, seduto in automobile, al momento di salutarci, lo guardo negli occhi e – forte dei miei cinque anni in più – avvicino le labbra alle sue. Lui lascia che le appoggi ma le tiene serrate; apre in fretta la portiera dell’auto, dice «Ciao» e s’infila nel portone, lasciandomi di sasso a guardare l’aria al mio fianco, come in un film.
Trentun anni, rispondo a un messaggio sulle Pagine Arancioni e incontro questo bel giovane che viene dall’Europa dell’Est. Un po’ troppo “bene” e “in carriera”, dunque non esattamente il mio tipo, ma il tempo che passiamo a chiacchierare è molto gradevole (anche per lui, mi sembra). E succedono anche eventi inconsueti che rendono la serata memorabile. Insomma, seduto in automobile, al momento di salutarci, lo guardo negli occhi e – forte dei miei sette anni in più – sto per avvicinare le labbra alle sue. Lui non lascia neppure che le appoggi; sorride, apre in fretta la portiera dell’auto, dice «È stata una molto bella serata» e s’infila nel portone, lasciandomi di sasso a guardare ancora l’aria al mio fianco, come in un film.
La domanda che ci si fa in questi casi («Cosa c’è di sbagliato in me?») è errata. Quella giusta è: «Cosa c’è di sbagliato in questi giovani presuntuosetti, che se vengono dall’Est non hanno neppure il gusto di salutarti con una frase in italiano corretto, malgrado le costosissime scuole internazionali?», oppure la sua variante: «Ma pensano di averlo solo loro?» (a quali compromessi si scende per non ammettere i fallimenti…)
Poi si torna a casa e, a scelta, si sta alzati in ricognizione fino alle quattro davanti alle Pagine Arancioni, oppure si cerca su internet il numero di telefono di un convento con vista mare.
Sconsacrato, ovvio, per andarci alla prima occasione con il prossimo tizio che a fine serata, lui, ci srotolerà la lingua in bocca.
Vi racconto com’è andata.
Venti e qualcosa anni, accompagno a casa questo ragazzo molto carino con il quale ho trascorso una serata piacevole; m’interessa e pare interessato a me e a quel che gli racconto. Insomma, seduto in automobile, al momento di salutarci, lo guardo negli occhi e – forte dei miei cinque anni in più – avvicino le labbra alle sue. Lui lascia che le appoggi ma le tiene serrate; apre in fretta la portiera dell’auto, dice «Ciao» e s’infila nel portone, lasciandomi di sasso a guardare l’aria al mio fianco, come in un film.
Trentun anni, rispondo a un messaggio sulle Pagine Arancioni e incontro questo bel giovane che viene dall’Europa dell’Est. Un po’ troppo “bene” e “in carriera”, dunque non esattamente il mio tipo, ma il tempo che passiamo a chiacchierare è molto gradevole (anche per lui, mi sembra). E succedono anche eventi inconsueti che rendono la serata memorabile. Insomma, seduto in automobile, al momento di salutarci, lo guardo negli occhi e – forte dei miei sette anni in più – sto per avvicinare le labbra alle sue. Lui non lascia neppure che le appoggi; sorride, apre in fretta la portiera dell’auto, dice «È stata una molto bella serata» e s’infila nel portone, lasciandomi di sasso a guardare ancora l’aria al mio fianco, come in un film.
La domanda che ci si fa in questi casi («Cosa c’è di sbagliato in me?») è errata. Quella giusta è: «Cosa c’è di sbagliato in questi giovani presuntuosetti, che se vengono dall’Est non hanno neppure il gusto di salutarti con una frase in italiano corretto, malgrado le costosissime scuole internazionali?», oppure la sua variante: «Ma pensano di averlo solo loro?» (a quali compromessi si scende per non ammettere i fallimenti…)
Poi si torna a casa e, a scelta, si sta alzati in ricognizione fino alle quattro davanti alle Pagine Arancioni, oppure si cerca su internet il numero di telefono di un convento con vista mare.
Sconsacrato, ovvio, per andarci alla prima occasione con il prossimo tizio che a fine serata, lui, ci srotolerà la lingua in bocca.
20 agosto 2007
blood, sweat and fears
Per ora Ho spostato un comunista è accanto a La donna della domenica e sono ancora chiuse una trentina di scatole, ma ho faticato tutto il pomeriggio; alla fine su e giù per le scale con scatole piegate, impolverato e sudato.
Temo che i quaranta metri di ripiani non basteranno: forse dovrò lasciare prigioniero qualcosa di inutile.
Il pollice avrà anche lui, come il suo omologo e i due indici, una cicatrice. Mi ricorderà questa piccola impresa.
Comunque, una gran bella giornata.
In questi giorni, una reclusione felice. Nemmeno un momento di solitudine: è il nuovo corso post-Ossessione, bellezza.
Domani si torna al Castello di Carte, per la prima volta contento, grazie a Seduttore Semplice e alle novità che sta portando (ma Carta Matrigna in questa settimana non avrà fatto crollare il Castello, vero?)
Oggi qualcuno è tornato dalla Germania, dove pare che buona parte dei milanesi si sia data appuntamento in questo agosto; domani sera da un’amica a cena. Gelato o vino?
Infine, dei miei lettori affezionati qualcuno non mi ha mai lasciato solo. Una soddisfazione.
«Like the lights of home before me
Or an angel, who’s watching o’er me
This will be my shining hour
’til I’m with you again.»
Temo che i quaranta metri di ripiani non basteranno: forse dovrò lasciare prigioniero qualcosa di inutile.
Il pollice avrà anche lui, come il suo omologo e i due indici, una cicatrice. Mi ricorderà questa piccola impresa.
Comunque, una gran bella giornata.
In questi giorni, una reclusione felice. Nemmeno un momento di solitudine: è il nuovo corso post-Ossessione, bellezza.
Domani si torna al Castello di Carte, per la prima volta contento, grazie a Seduttore Semplice e alle novità che sta portando (ma Carta Matrigna in questa settimana non avrà fatto crollare il Castello, vero?)
Oggi qualcuno è tornato dalla Germania, dove pare che buona parte dei milanesi si sia data appuntamento in questo agosto; domani sera da un’amica a cena. Gelato o vino?
Infine, dei miei lettori affezionati qualcuno non mi ha mai lasciato solo. Una soddisfazione.
«Like the lights of home before me
Or an angel, who’s watching o’er me
This will be my shining hour
’til I’m with you again.»
16 agosto 2007
special thanks
Nei giorni scorsi un amico mi ha raccontato a lungo la sofferenza causata da quello che definisce Oggetto Eccitante/Frustrante, ovvero l’egocentrico ragazzo dotato di ultrafascino che monopolizza i suoi pensieri.
Come già immaginano i lettori più affezionati, ascoltare e commentare queste vicende è stato come fissare la mia immagine allo specchio. Le somiglianze tra i due Oggetti – i loro comportamenti, le reazioni che suscitano in noi sudditi – sono sconcertanti.
Ammetto che nella scelta del nome lui è stato più puntuale e onesto: chiamo Oggetto dell’Ossessione Perduta un tizio che in realtà ho sempre ritrovato – anche grazie ai suoi consunti meccanismi sadici di presenza, ormai quasi divertenti da smascherare. Quasi.
Tre mattine fa, al risveglio, mi accorgo che è cambiato qualcosa; senza che l’abbia deciso, d’improvviso.
Mi alzo e sento che, esorcizzata dai racconti dell’amico, la mia ossessione si è dissolta. Di tutto il dolore resta solo lo stupore di averlo provato.
Guardo le foto, ascolto la sua voce in un filmato e finalmente individuo i processi che determinano il suo fascino e il suo potere; li riconosco e li scardino, li decifro e svapora la loro forza.
Sono finalmente libero. Spossato, il passo incerto, ma le novità già si vedono: una nuova voglia di fare – lavori, viaggi, amicizie.
Assai banale, tutto ciò; ne convengo. Molto piccino, molto da casalinga soap opera-dipendente. Ma forse è inevitabile, la mediocrità delle esperienze: quando le vivo mi sembrano altissime, nel raccontarle mi accorgo che non avevano alcuna magia. Un po’ come avviene con gran parte delle storie d’amore.
(24/12/2000 – 12/8/2007: molti amici mi hanno sostenuto in questi anni. Impresa non da poco, considerando il mio carattere… complicato. Grazie per l’affetto a Lex, Lou, Chicco, Chiara, Chris; per l’appoggio a Maxwell, Paolo, Ale, Celia, Stefania, Alessio, Lella, Federica; per la pazienza a Luca, Paolino, Andrea, Charles, Tom, Stefano, Francesca.)
Come già immaginano i lettori più affezionati, ascoltare e commentare queste vicende è stato come fissare la mia immagine allo specchio. Le somiglianze tra i due Oggetti – i loro comportamenti, le reazioni che suscitano in noi sudditi – sono sconcertanti.
Ammetto che nella scelta del nome lui è stato più puntuale e onesto: chiamo Oggetto dell’Ossessione Perduta un tizio che in realtà ho sempre ritrovato – anche grazie ai suoi consunti meccanismi sadici di presenza, ormai quasi divertenti da smascherare. Quasi.
Tre mattine fa, al risveglio, mi accorgo che è cambiato qualcosa; senza che l’abbia deciso, d’improvviso.
Mi alzo e sento che, esorcizzata dai racconti dell’amico, la mia ossessione si è dissolta. Di tutto il dolore resta solo lo stupore di averlo provato.
Guardo le foto, ascolto la sua voce in un filmato e finalmente individuo i processi che determinano il suo fascino e il suo potere; li riconosco e li scardino, li decifro e svapora la loro forza.
Sono finalmente libero. Spossato, il passo incerto, ma le novità già si vedono: una nuova voglia di fare – lavori, viaggi, amicizie.
Assai banale, tutto ciò; ne convengo. Molto piccino, molto da casalinga soap opera-dipendente. Ma forse è inevitabile, la mediocrità delle esperienze: quando le vivo mi sembrano altissime, nel raccontarle mi accorgo che non avevano alcuna magia. Un po’ come avviene con gran parte delle storie d’amore.
(24/12/2000 – 12/8/2007: molti amici mi hanno sostenuto in questi anni. Impresa non da poco, considerando il mio carattere… complicato. Grazie per l’affetto a Lex, Lou, Chicco, Chiara, Chris; per l’appoggio a Maxwell, Paolo, Ale, Celia, Stefania, Alessio, Lella, Federica; per la pazienza a Luca, Paolino, Andrea, Charles, Tom, Stefano, Francesca.)
15 agosto 2007
epilogo
«Did I say that I loathe you?
Did I say that I want to
Leave it all behind?
– I can’t take my mind off of you…
’Til I find somebody new.»
Did I say that I want to
Leave it all behind?
– I can’t take my mind off of you…
’Til I find somebody new.»
13 agosto 2007
senza parole (pausa di riscossa)
Da alcuni giorni non riesco a scrivere. Non mi riesce neppure di assemblare concetti semplici senza fermarmi all’improvviso, in apnea di parole.
La settimana senza lavoro è dedicata alla casa: l’ho abbandonata per due anni e somiglia a un magazzino particolarmente disordinato e sporco. Devo a lei (e a me) un bel po’ di cura e attenzioni.
Ieri ho improvvisamente risolto una questione lunga e dolorosa; ne parlerò presto, quando torneranno le parole.
Intanto, che belle le strade vuote e Milano in attesa.
La settimana senza lavoro è dedicata alla casa: l’ho abbandonata per due anni e somiglia a un magazzino particolarmente disordinato e sporco. Devo a lei (e a me) un bel po’ di cura e attenzioni.
Ieri ho improvvisamente risolto una questione lunga e dolorosa; ne parlerò presto, quando torneranno le parole.
Intanto, che belle le strade vuote e Milano in attesa.
10 agosto 2007
as i am sometimes
«I can be an asshole of the grandest kind,
I can withhold like it’s going out of style,
I can be the moodiest baby –
And you’ve never met anyone who’s
As negative as I am sometimes.»
I can withhold like it’s going out of style,
I can be the moodiest baby –
And you’ve never met anyone who’s
As negative as I am sometimes.»
7 agosto 2007
con lui, senza di lui
Quando i pensieri non hanno direzione, perdo la vita davanti a monitor e tastiera. La solitudine, il silenzio, l’assenza, la gelosia. I giorni che sembrano inutili.
Poi scrivo un indirizzo e ho un sussulto, sento una fitta improvvisa al cuore: si apre una pagina e compare inattesa una sua foto che mi guarda.
No, non guarda me. I suoi occhi tristi sono nella mia direzione, ma so che guardano un altro che, invisibile, è davanti a me con la sua macchina fotografica. Un altro che lo ha posseduto, che è riuscito dove ho fallito. Un altro che lui non ha amato: lo ha usato – e si è fatto usare. Un altro che chiama “amico”.
Lo guardo, lo guardo ancora e mi chiedo cosa vedo in lui che non mi permette di dimenticarlo. Scruto ogni particolare del suo viso, le rughe, il naso, gli occhiali, e non trovo nulla. O meglio: trovo tutto, tranne le parole per esprimerlo.
L’addio cinematografico di un anno fa non è stato definitivo. Come in un matrimonio: «finché morte non vi separi» – e forse è sempre così, l’amore. O l’ossessione.
Non piango per amore, ma l’ho fatto, e molto, per i due che non mi hanno voluto.
È che un amore così intenso non ricambiato è impossibile da capire e accettare. Libera tutte le paure da adolescente («Cosa c’è di sbagliato in me?» «Cosa posso cambiare per piacergli?»), rende insicuri, crea illusioni delle quali mi nutro come un avvoltoio.
Come dice, dottore? Ah, sì, è tardi. Allora buona serata, ci vediamo dopodomani.
Poi scrivo un indirizzo e ho un sussulto, sento una fitta improvvisa al cuore: si apre una pagina e compare inattesa una sua foto che mi guarda.
No, non guarda me. I suoi occhi tristi sono nella mia direzione, ma so che guardano un altro che, invisibile, è davanti a me con la sua macchina fotografica. Un altro che lo ha posseduto, che è riuscito dove ho fallito. Un altro che lui non ha amato: lo ha usato – e si è fatto usare. Un altro che chiama “amico”.
Lo guardo, lo guardo ancora e mi chiedo cosa vedo in lui che non mi permette di dimenticarlo. Scruto ogni particolare del suo viso, le rughe, il naso, gli occhiali, e non trovo nulla. O meglio: trovo tutto, tranne le parole per esprimerlo.
L’addio cinematografico di un anno fa non è stato definitivo. Come in un matrimonio: «finché morte non vi separi» – e forse è sempre così, l’amore. O l’ossessione.
Non piango per amore, ma l’ho fatto, e molto, per i due che non mi hanno voluto.
È che un amore così intenso non ricambiato è impossibile da capire e accettare. Libera tutte le paure da adolescente («Cosa c’è di sbagliato in me?» «Cosa posso cambiare per piacergli?»), rende insicuri, crea illusioni delle quali mi nutro come un avvoltoio.
Come dice, dottore? Ah, sì, è tardi. Allora buona serata, ci vediamo dopodomani.
6 agosto 2007
parola (del signore) torna indietro
«Mi sembra ci sia in atto una strategia mondiale di questa lobby – come chiamarla? – ebraico-radical chic, che partendo dalla Chiesa americana tende a indebolire la Chiesa tutta.»
Piero Gelmini, prete cattolico lautamente sovvenzionato da Silvio Berlusconi, oggi indagato («Sta soffrendo le sue piaghe insieme a Cristo…») per abusi sessuali ai danni di ospiti della sua comunità per la conversione di tossicodipendenti. Il perfetto italiano medio: prediche interessate e azioni incoerenti.
«Se l’ho detto, mi è sfuggito.»
Piero Gelmini, prete cattolico lautamente sovvenzionato da Silvio Berlusconi, oggi indagato («Sta soffrendo le sue piaghe insieme a Cristo…») per abusi sessuali ai danni di ospiti della sua comunità per la conversione di tossicodipendenti. Il perfetto italiano medio: prediche interessate e azioni incoerenti.
«Se l’ho detto, mi è sfuggito.»
4 agosto 2007
tutto un mondo intorno (pausa di scoramento)
«Accumulo cidì • Vado in palestra • Vivo in Loreto • Vivo in Porta Venezia • Vivo in un loft con altri quattro amici • Voglio una casa con un grande terrazzo e tanti fiori • Compro i libri alla Babele • Faccio Design • Studio Architettura • Lavoro in tivù • Faccio l’autore • Sono sempre sul pezzo • Farò tanti soldi • Me ne andrò a Barcellona • Facevo il commesso da H&M • Faccio il commesso da D&G • Fatturo solo con Partita IVA • Vesto solo DSquared • Mi tolgo gli occhiali di Gucci • Mi metto gli occhiali di Tom Ford • Ho la Smart cabrio • Ho il Macintosh • Ho l’iPod pieno di canzoni anni Ottanta • Che brava Madonna • Che brava Raffaella • Vado a correre al parco con l’iPod a palla • Guardami, guardami, sto appoggiato al bancone • Bevo solo Vodka/Red Bull e Negroni • Sono un tipo Cool-glamour • Uh-uh, come sono Cool-glamour • Mi metto le Adidas col completo Armani • Vado al Lelephant • Vado al Billy • Le mie amiche sono troppo delle pazze • Sono permaloso • Sono unico • Sono rasato • Sono rasato sopra • Sono rasato sotto • Mi piacciono tutti gli animali • Per carità, vai via con quel gatto • Voglio solo cani di taglia media • Chattiamo su Skype • Ti faccio vedere le foto dei miei addominali • Ti mando una canzone troppo Eighties • Questa sera organizzo cena in casa • Portatemi solo bollicine • Il popper sì, divento tutto rosso • Mi interessano i ragazzi con la macchina veloce • A me piace la Bi-em-vù • A me piace la vecchia Mini • Che bello Il diavolo veste Prada • Che bravo Ivan Cotroneo • Mi piace tanto vedere Amici in tivù • Miguel Bosè è un genio • Lo ascolto sempre a occhi chiusi • Mi piacciono le foto di Helmut Newton • Sono troppo nel mio mood • Ho Fastweb • Mi scarico un film di Ozpetek • Pasolini • Fassbinder • Almodóvar • Mi guardo Sex and the City con le mie amiche • E ridiamo come delle pazze • Chiamo l’idraulico a casa anche se non ho delle perdite • Nessun gay fa il muratore, purtroppo • Adoro le divise • Adoro i pompieri • Mangio solo cibo bio • E compro solo sushi-pack • Mi sento divina • DJ Belais • DJ Genet • Vado in palestra • Mi ammazzo di Abdominal • Pectoral machine • Beauty machine • Leg extension • Andiamo in dark? • No, meglio la Biennale • Mi piace molto il cinema americano • Colazione da Tiffany • Ufficiale gentiluomo • Pretty Woman • I miei genitori non mi capiscono • Mio padre mi dice solo: • “(…) se saprei che mio figlio è ricchione • Gli spacco la schiena” • La mia mamma piange in cucina.»
31 luglio 2007
blowing kisses
«Il concetto di osceno va e viene.» Gianni Vattimo
«Si voltò: erano due carabinieri.
— Che cosa fai così sdraiato per terra? — domandarono a Pinocchio.
— Assisto questo mio compagno di scuola.
— Che gli è venuto male?
— Par di sì!…»
Linea sottile tra sopruso e rispetto, verità e menzogne, lecito e proibito.
Così è (se vi pare).
«Si voltò: erano due carabinieri.
— Che cosa fai così sdraiato per terra? — domandarono a Pinocchio.
— Assisto questo mio compagno di scuola.
— Che gli è venuto male?
— Par di sì!…»
Linea sottile tra sopruso e rispetto, verità e menzogne, lecito e proibito.
Così è (se vi pare).
30 luglio 2007
20 luglio 2007
julio
Il mio scoglio sopra il mare, le serate in automobile, i bagni La palma, il salvataggio dell’angelo custode, l’amore breve, Baby Jane al Bryant park…
La vita, a luglio.
La vita, a luglio.
17 luglio 2007
rapporto kinsey
«According to the Kinsey Report
Ev’ry average man you know
Much prefers to play his favorite sport
When the temperature is low,
But when the thermometer goes ’way up
And the weather is sizzling hot,
Mr. Pants, for romance, is not –
’Cause it’s too darn hot,
It’s too darn hot.»
Ev’ry average man you know
Much prefers to play his favorite sport
When the temperature is low,
But when the thermometer goes ’way up
And the weather is sizzling hot,
Mr. Pants, for romance, is not –
’Cause it’s too darn hot,
It’s too darn hot.»
12 luglio 2007
en bref de la tour d’ivoire
Non so più come spostare i capelli per coprire la stempiatura a destra; forse è giunta l’età in cui devo accettare i segni della vecchiaia. Stanotte ho sognato che tradivo un amico andando a letto con il suo fidanzato; senso di colpa paralizzante come quando da piccolo ho rubato gomme profumate alla Standa – e ho contestualmente smesso di andare in chiesa perché mi mancava il coraggio di confessare al prete il furto (poco tempo dopo mi chiesi come avevo fatto a perdere tutto quel tempo fingendo di venerare una divinità nella cui esistenza non avevo mai creduto). Mi sono accorto con orrore che alcune suonerie composte da Sakamoto ed Eno per Nokia mi commuovono; perché poi abbia scaricato da internet e ascolti suonerie è una faccenda ben più allarmante, che non intendo analizzare. Rileggere le poesie di quindici anni fa m’imbarazza: allora ne ero orgoglioso, oggi grondano ampollosità; i temi e lo sguardo, però, sono tristemente sempre gli stessi. Durante il giorno, insabbiato di fronte al monitor, cerco di dare un motivo a quello che mi scorre davanti sul nastro trasportatore, e di combattere sonno e noia: il risultato è che, sbadigliando con occhio vacuo, non trovo alcun senso e metto solo un po’ di ordine tra documenti e cartelle (pensavo: se il mio appartamento fosse un computer non somiglierebbe a un magazzino abbandonato). Sindrome di Stoccolma: ieri ho incontrato i compagni del Corso di Masochismo Applicato e mi sono ritrovato a considerare l’ipotesi di andare avanti; se l’anno prossimo mi dovessi iscrivere al secondo anno, tu, lettore, sei autorizzato a rapirmi e a torturarmi come in Arancia meccanica, palpebre spalancate a vedere in fila tutti gli spettacoli messi in scena negli ultimi cinque anni nella Palestra che chiamano Teatro.
9 luglio 2007
sogno di novembre
Non vedevo la spiaggia
e mi spostai
sulla scogliera;
c’era quel promontorio
e il mare lucido,
il sole tiepido,
i suoi riflessi.
E da lì tutte loro
in fila
si gettano dallo strapiombo
e io,
io prima impietrito,
io poi di corsa
verso il ciglio.
E loro, nel mare laggiù
loro sono balene,
con gli occhi
ricolmi di lacrime.
Per chi?
Per me?
e mi spostai
sulla scogliera;
c’era quel promontorio
e il mare lucido,
il sole tiepido,
i suoi riflessi.
E da lì tutte loro
in fila
si gettano dallo strapiombo
e io,
io prima impietrito,
io poi di corsa
verso il ciglio.
E loro, nel mare laggiù
loro sono balene,
con gli occhi
ricolmi di lacrime.
Per chi?
Per me?
4 luglio 2007
ma dopo un tale amore
«And now as broken glasses show
A hundred lesser faces, so
My rags of heart can like, wish, and adore
But after one such love, can love no more.»
A hundred lesser faces, so
My rags of heart can like, wish, and adore
But after one such love, can love no more.»
2 luglio 2007
buona la prima
Qualche sbavatura, ma il debutto è andato; ancora due repliche e abbiamo finito.
L’ho detestato, questo spettacolo, ma – trionfo di banalità – quando sarà archiviato so già che lo rimpiangerò.
– Rifiuto, nostalgia: perversa costante.
L’ho detestato, questo spettacolo, ma – trionfo di banalità – quando sarà archiviato so già che lo rimpiangerò.
– Rifiuto, nostalgia: perversa costante.
29 giugno 2007
breve aggiornamento (con molte parentesi)
Di ritorno da un’amena località marina (com’è noto, la città di Parigi, che possiede un imponente faro, è collegata al mare da fiumi e canali, e – come potrà confermare il mio squisito ospite – passeggiare per i suoi boulevard e sul Lungosenna è azione simile a quella esperibile in una località della Costa Azzurra), sono reclutato per gli ultimi giorni di prove prima della débâcle teatrale (tutte le sere fino al prossimo martedì a ripetere azioni inutili e frustranti).
Nel mentre, combatto contro una bronchite (il clima della Ville lumière non è quello di Nizza, devo ammettere – e la forza non è più quella di un ventenne) resistendo all’invito di assumere antibiotici (ma mi passerà, senza?) e cerco di assemblare pezzi sparsi d’arredo (arrivano le librerie: da non credere…), di lavoro, di relazioni amicali e famigliari (sarà da figlio degenere sentire la propria madre ogni quattro o cinque giorni e vederla una volta al mese?).
Comunque, casomai interessasse a qualcuno, il concerto («non c’è due senza tre») è stato onestamente, oggettivamente strepitoso. Punto.
E sul sabato sera al Bataclan, la Nuit des Crazyvores: se qualcuno ve la spacciasse come una serata “alla Glitter”, non credeteci. È come il pornografico Borgo del tempo perso (nomen omen, cfr. extraterrestre). Solo i cocktail fanno cacare come al locale luccicante.
Infine, mangiare al ristorante giapponese costa meno che nelle brasserie (misteri di una città che ha affittato l’anima ai turisti).
Ecco, è tutto. Ci si ritrova qui alla fine dell’ultimo stanco (o perplesso) applauso.
Nel mentre, combatto contro una bronchite (il clima della Ville lumière non è quello di Nizza, devo ammettere – e la forza non è più quella di un ventenne) resistendo all’invito di assumere antibiotici (ma mi passerà, senza?) e cerco di assemblare pezzi sparsi d’arredo (arrivano le librerie: da non credere…), di lavoro, di relazioni amicali e famigliari (sarà da figlio degenere sentire la propria madre ogni quattro o cinque giorni e vederla una volta al mese?).
Comunque, casomai interessasse a qualcuno, il concerto («non c’è due senza tre») è stato onestamente, oggettivamente strepitoso. Punto.
E sul sabato sera al Bataclan, la Nuit des Crazyvores: se qualcuno ve la spacciasse come una serata “alla Glitter”, non credeteci. È come il pornografico Borgo del tempo perso (nomen omen, cfr. extraterrestre). Solo i cocktail fanno cacare come al locale luccicante.
Infine, mangiare al ristorante giapponese costa meno che nelle brasserie (misteri di una città che ha affittato l’anima ai turisti).
Ecco, è tutto. Ci si ritrova qui alla fine dell’ultimo stanco (o perplesso) applauso.
22 giugno 2007
«non c’è due senza tre»
Valigia? Da fare.
Gas? Da chiudere.
Impermeabile? Sì.
Biglietti? Sì.
Attacco d’ansia? Sì.
Crisi di panico? Sì.
Bene, mi sembra che ci sia tutto.
Au revoir, les gars.
Gas? Da chiudere.
Impermeabile? Sì.
Biglietti? Sì.
Attacco d’ansia? Sì.
Crisi di panico? Sì.
Bene, mi sembra che ci sia tutto.
Au revoir, les gars.
18 giugno 2007
glitter and be gay
«…That’s the part I play.
Here I am in Paris, France…»
Il migliore dei Candide possibili.
Here I am in Paris, France…»
Il migliore dei Candide possibili.
16 giugno 2007
so long farewell auf wiedersehen good-bye
E alla fine la Regina di Picche se n’è andata davvero dal Castello di Carte.
Con la Regina di Cuori, il Fante e la Regina di Fiori e il Due di Picche (io sono universalmente noto come il Jolly dell’ufficio) resterò in paziente attesa che a settembre arrivi il suo supplente, Seduttore Semplice: l’uomo dei Grandi Cambiamenti Annunciati.
Sanguinaria ci mancherà – e qualcuno, secondo me, la rimpiangerà.
Da lunedì chi storpierà in maniera creativa ogni nome di persona? Chi dirà con tono minaccioso «Te lo segnalo…» e con aria pseudo-ingenua «Te la do al novanta»? Chi si farà odiare da tutti, complotterà con il Due di Picche, userà il suo blando potere per soggiogare i sottoposti, fingerà di non sentire e alzerà le suonerie dei telefoni al massimo volume, avrà un muffoso gusto anni ottanta, vivrà un rapporto simbiotico con la madre, malsopporterà figlio, marito, tata e colf? Chi?
Comunque, come mi succede talvolta con notiziole sceme, romanzetti da poco e filmacci rosa, oggi mi sono un po’ commosso, mentre la salutavo. Lei aveva gli occhi pieni di lacrime (non si sbagliava chi affermava che può avere rare reazioni umane, dunque!) e, in maniera simile alla specularità di uno sbadiglio, anche i miei si sono inumiditi più del dovuto. L’ultimo, ennesimo, favore che le ho fatto è stato regalarle un addio che avesse una parvenza di partecipazione emotiva.
Cazzo, non ce la faccio proprio a non sembrare un bravo ragazzo.
Con la Regina di Cuori, il Fante e la Regina di Fiori e il Due di Picche (io sono universalmente noto come il Jolly dell’ufficio) resterò in paziente attesa che a settembre arrivi il suo supplente, Seduttore Semplice: l’uomo dei Grandi Cambiamenti Annunciati.
Sanguinaria ci mancherà – e qualcuno, secondo me, la rimpiangerà.
Da lunedì chi storpierà in maniera creativa ogni nome di persona? Chi dirà con tono minaccioso «Te lo segnalo…» e con aria pseudo-ingenua «Te la do al novanta»? Chi si farà odiare da tutti, complotterà con il Due di Picche, userà il suo blando potere per soggiogare i sottoposti, fingerà di non sentire e alzerà le suonerie dei telefoni al massimo volume, avrà un muffoso gusto anni ottanta, vivrà un rapporto simbiotico con la madre, malsopporterà figlio, marito, tata e colf? Chi?
Comunque, come mi succede talvolta con notiziole sceme, romanzetti da poco e filmacci rosa, oggi mi sono un po’ commosso, mentre la salutavo. Lei aveva gli occhi pieni di lacrime (non si sbagliava chi affermava che può avere rare reazioni umane, dunque!) e, in maniera simile alla specularità di uno sbadiglio, anche i miei si sono inumiditi più del dovuto. L’ultimo, ennesimo, favore che le ho fatto è stato regalarle un addio che avesse una parvenza di partecipazione emotiva.
Cazzo, non ce la faccio proprio a non sembrare un bravo ragazzo.
14 giugno 2007
guilty pleasures
Ieri una collega del Castello di Carte mi ha regalato il libro più famoso di Madeleine Wickham, del quale l’autrice si vergognò al punto da firmarlo con uno pseudonimo. Come si può notare, m’imbarazzo anch’io a nominarlo, così lascio al lettore la briga di scoprire di che si tratti.
Stamattina però, seduto sul cesso e poi in metropolitana (sperando che pochi riconoscessero la copertina), ho letto una quarantina di pagine e, pur constatandone l’inconsistenza, mi sono meravigliato della quantità di risate che provoca. «Perché», mi sono chiesto, «non l’ho divorato sette anni fa, quando ne parlavano tutti?»
È orribile quando ti rendi conto che l’ultrasnobismo talvolta censura piccoli indecenti piaceri.
Stamattina però, seduto sul cesso e poi in metropolitana (sperando che pochi riconoscessero la copertina), ho letto una quarantina di pagine e, pur constatandone l’inconsistenza, mi sono meravigliato della quantità di risate che provoca. «Perché», mi sono chiesto, «non l’ho divorato sette anni fa, quando ne parlavano tutti?»
È orribile quando ti rendi conto che l’ultrasnobismo talvolta censura piccoli indecenti piaceri.
12 giugno 2007
11 giugno 2007
hypochondria, meine liebe
Una spiacevole fine della settimana, il corpo che d’improvviso ignora le regole basilari della sopravvivenza e un po’ di agitazione conseguente. Se solo avessi meno paura delle malattie…
Riposo e attenzioni parentali: quanto di meglio per addolcire la dura vita di un non più giovane milanese, solitamente abbandonato a sé (per sua scelta, e altrui).
Prima di arrivare al prossimo sabato mi aspettano quattro giorni di lavoro al Castello di Carte (con il cambio della guardia: alla Regina di picche subentra un Fante o un Re del quale non si vede il colore), una sola lezione di Masochismo Applicato (ne mancano cinque alla débâcle, ma tra Candide e il soggiorno all’estero, per me saranno un paio – però temo per l’incolumità delle domeniche), un’ora al supermercato (non posso vivere di urfidi ghiaccioli al limone), una mezz’ora a quello biologico (non posso vivere senza riso soffiato per la colazione), il nuovo telefilm preferito (nella versione stereo del satellite, scaricato il giorno dopo), almeno un film tra quelli in attesa negli hard disk (c’è un tale disordine che avrò almeno tre o quattro doppioni), qualche riga sgarzola su queste pagine, la lettura dei miei blogger di fiducia, qualche chiacchiera con gli amici, almeno una telefonata un po’ più lunga.
Un programma che, pur nella sua scialba convenzionalità, mi pare meglio delle ipotesi prospettate dall’ipocondria nei giorni passati. E che, a rileggerlo, potrebbe far da spunto per una presa per il culo musicale alla moda.
Riposo e attenzioni parentali: quanto di meglio per addolcire la dura vita di un non più giovane milanese, solitamente abbandonato a sé (per sua scelta, e altrui).
Prima di arrivare al prossimo sabato mi aspettano quattro giorni di lavoro al Castello di Carte (con il cambio della guardia: alla Regina di picche subentra un Fante o un Re del quale non si vede il colore), una sola lezione di Masochismo Applicato (ne mancano cinque alla débâcle, ma tra Candide e il soggiorno all’estero, per me saranno un paio – però temo per l’incolumità delle domeniche), un’ora al supermercato (non posso vivere di urfidi ghiaccioli al limone), una mezz’ora a quello biologico (non posso vivere senza riso soffiato per la colazione), il nuovo telefilm preferito (nella versione stereo del satellite, scaricato il giorno dopo), almeno un film tra quelli in attesa negli hard disk (c’è un tale disordine che avrò almeno tre o quattro doppioni), qualche riga sgarzola su queste pagine, la lettura dei miei blogger di fiducia, qualche chiacchiera con gli amici, almeno una telefonata un po’ più lunga.
Un programma che, pur nella sua scialba convenzionalità, mi pare meglio delle ipotesi prospettate dall’ipocondria nei giorni passati. E che, a rileggerlo, potrebbe far da spunto per una presa per il culo musicale alla moda.
9 giugno 2007
infiniti
«I get this writer’s block,
It comes as quite a shock.»
Ricevere un regalo inatteso per posta. Fare un viaggio attraverso le lettere di uno sconosciuto. Incontrare lui con la sua nuova corte e provare ancora fastidio. Sorprendersi per una telefonata. Chiedersi se l’affetto incondizionato per il più grande amico è ricambiato. Bussare alla sua porta e non sapere se voglio che la apra. Aspettare invano una risposta che avrebbe rivoluzionato le giornate. Pensare a chi è lontano senza riuscire a dire che mi manca. Cercare informazioni inutili ed evitare quelle importanti. Guardare la tastiera del computer e non capire se mi piace stare solo.
«I’m livin’ in the past,
My clock’s an hour fast,
Should really go and make a coffee
But I can’t be arsed.
I’ve lost my mobile phone,
You’ll have to call my home;
On second thoughts just leave a message
When you hear the tone.»
It comes as quite a shock.»
Ricevere un regalo inatteso per posta. Fare un viaggio attraverso le lettere di uno sconosciuto. Incontrare lui con la sua nuova corte e provare ancora fastidio. Sorprendersi per una telefonata. Chiedersi se l’affetto incondizionato per il più grande amico è ricambiato. Bussare alla sua porta e non sapere se voglio che la apra. Aspettare invano una risposta che avrebbe rivoluzionato le giornate. Pensare a chi è lontano senza riuscire a dire che mi manca. Cercare informazioni inutili ed evitare quelle importanti. Guardare la tastiera del computer e non capire se mi piace stare solo.
«I’m livin’ in the past,
My clock’s an hour fast,
Should really go and make a coffee
But I can’t be arsed.
I’ve lost my mobile phone,
You’ll have to call my home;
On second thoughts just leave a message
When you hear the tone.»
7 giugno 2007
sashimi a mezzogiorno
Uscire a colazione (dopo un anno che non lo vedi) con l’uomo che, valutando pro e contro, pensi possa essere il miglior partito che hai avuto per le mani in passato, è un po’ frustrante – soprattutto se:
hai usato le tue più collaudate maniere seducenti, ma a causa della scarsa pratica le trovi orribilmente appannate;
hai la sensazione che potreste senza difficoltà finire a letto assieme, ma si fermerebbe tutto lì e non è quel che vorresti da lui ora (né allora);
è ancora fidanzato con il tuo ex che oggi più detesti e disprezzi – li hai fatti incontrare tu due anni fa, e lo sapevi che erano fatti uno per l’altro;
lo trovi ancora scandalosamente affascinante e, addirittura, più bello di come lo ricordavi;
ti accorgi con imbarazzo che non articoli con precisione le parole e i pensieri si accavallano – come si dice? «È l’ormone…»;
usciti dal ristorante non perde occasione per abbracciarti e quando vi salutate ti bacia sulle guance con un’intensità eccessiva.
Torni in ufficio e ti domandi: «Il suo è il classico comportamento del traditore recidivo: davvero sopporteresti di avere una relazione con un uomo così?»
Ti rispondi: «No», e ti senti molto, molto più sollevato.
hai usato le tue più collaudate maniere seducenti, ma a causa della scarsa pratica le trovi orribilmente appannate;
hai la sensazione che potreste senza difficoltà finire a letto assieme, ma si fermerebbe tutto lì e non è quel che vorresti da lui ora (né allora);
è ancora fidanzato con il tuo ex che oggi più detesti e disprezzi – li hai fatti incontrare tu due anni fa, e lo sapevi che erano fatti uno per l’altro;
lo trovi ancora scandalosamente affascinante e, addirittura, più bello di come lo ricordavi;
ti accorgi con imbarazzo che non articoli con precisione le parole e i pensieri si accavallano – come si dice? «È l’ormone…»;
usciti dal ristorante non perde occasione per abbracciarti e quando vi salutate ti bacia sulle guance con un’intensità eccessiva.
Torni in ufficio e ti domandi: «Il suo è il classico comportamento del traditore recidivo: davvero sopporteresti di avere una relazione con un uomo così?»
Ti rispondi: «No», e ti senti molto, molto più sollevato.
6 giugno 2007
hope you like it
«I’ve written you a song,
A beautiful routine.
(I hope you like it.)
My technique can’t be wrong
I learned it from the screen.
(I hope you like it.)
I studied all the rhymes that all the lovers sing,
Then just for you I wrote this little thing.
Blah, blah, blah, blah, moon,
Blah, blah, blah, above.
Blah, blah, blah, blah, croon,
Blah, blah, blah, love.
Tra la la la, tra la la la la, merry month of May,
Tra la la la, tra la la la la, ‘neath the clouds of gray.
Blah, blah, blah, your hair
Blah, blah, blah, your eyes
Blah, blah, blah, blah, care,
Blah, blah, blah, blah, skies.
Tra la la la, tra la la la la, cottage for two
Blah, blah, blah, blah, blah, darling, with you.»
A beautiful routine.
(I hope you like it.)
My technique can’t be wrong
I learned it from the screen.
(I hope you like it.)
I studied all the rhymes that all the lovers sing,
Then just for you I wrote this little thing.
Blah, blah, blah, blah, moon,
Blah, blah, blah, above.
Blah, blah, blah, blah, croon,
Blah, blah, blah, love.
Tra la la la, tra la la la la, merry month of May,
Tra la la la, tra la la la la, ‘neath the clouds of gray.
Blah, blah, blah, your hair
Blah, blah, blah, your eyes
Blah, blah, blah, blah, care,
Blah, blah, blah, blah, skies.
Tra la la la, tra la la la la, cottage for two
Blah, blah, blah, blah, blah, darling, with you.»
5 giugno 2007
la magia del palcoscenico
Siamo un branco di sprovveduti nelle mani di un incapace sadico.
Il corso, del resto, è di Masochismo Applicato; avrei fatto meglio ad abbandonare dopo il primo trimestre.
Lo “spettacolo” del “regista” andato in scena due settimane fa era semplicemente orrendo. Un vero cul de sac, un mucchio di banalità disarmanti e un tema potenzialmente interessante soffocato dall’inettitudine delle attici – e soprattutto dello sceneggiatore, lo stesso “regista”.
Costui è lo stesso incapace sadico nelle cui mani screpolate siamo finiti.
Così io sarò un innamorato alla Peynet sullo sfondo dell’azione, ma contemporaneamente (testuali parole del “regista”) un Wile E. Coyote al quale un duo di serve fa continui scherzi idioti. Stasera mi hanno bruciato una mano sfregandola con una corda; non per finta, la mano mi fa male. A oggi (siamo in scena fra tre settimane) neanche una riga di testo assegnata.
Eppure una storia esiste: è Les Précieuses Ridicules di Molière, una commedia leggera che si presterebbe anche a letture interessanti. Questa, comunque, non lo è.
Spero che a nessuno venga la pessima idea di venirci a vedere: non riuscirebbe neppure a ridere di noi (è un avvertimento, cari amici che pensate di comparire proditoriamente tra lo sparuto pubblico della palestra che chiamano teatro).
L’anno prossimo, corso di tedesco e yoga.
Il corso, del resto, è di Masochismo Applicato; avrei fatto meglio ad abbandonare dopo il primo trimestre.
Lo “spettacolo” del “regista” andato in scena due settimane fa era semplicemente orrendo. Un vero cul de sac, un mucchio di banalità disarmanti e un tema potenzialmente interessante soffocato dall’inettitudine delle attici – e soprattutto dello sceneggiatore, lo stesso “regista”.
Costui è lo stesso incapace sadico nelle cui mani screpolate siamo finiti.
Così io sarò un innamorato alla Peynet sullo sfondo dell’azione, ma contemporaneamente (testuali parole del “regista”) un Wile E. Coyote al quale un duo di serve fa continui scherzi idioti. Stasera mi hanno bruciato una mano sfregandola con una corda; non per finta, la mano mi fa male. A oggi (siamo in scena fra tre settimane) neanche una riga di testo assegnata.
Eppure una storia esiste: è Les Précieuses Ridicules di Molière, una commedia leggera che si presterebbe anche a letture interessanti. Questa, comunque, non lo è.
Spero che a nessuno venga la pessima idea di venirci a vedere: non riuscirebbe neppure a ridere di noi (è un avvertimento, cari amici che pensate di comparire proditoriamente tra lo sparuto pubblico della palestra che chiamano teatro).
L’anno prossimo, corso di tedesco e yoga.
3 giugno 2007
inchiostro simpatico
C’è un po’ di sole, finalmente. Le nuvole si spostano a una velocità inconsueta.
È da una settimana che non esco la sera, ma finalmente un lungo sonno. Ne giova l’umore; da stasera per una settimana melatonina e ora di scadenza: mezzanotte, comunque.
Ieri ho riso come accade di rado vedendo il terzo spettacolo di Luttazzi in tre giorni e ho pianto per il cartone animato più cupo di sempre, Una tomba per le lucciole. Con alcune stronzate di contorno, una decina di ore imbozzolato nel divano.
Poco fa, risveglio ascoltando Invisible ink («But nobody wants to hear this tale: the plot is clichéd, the jokes are stale – and baby, we’ve all heard it all before»). Triste, ma necessaria. Subito dopo, Make your own kind of music («Even if nobody else sings along»), Deliver us («Al ti-ra veh al tif-chad») e Di questo e d’altro («E non combattere mai, e non arrendersi mai»).
Nella posta in arrivo, pubblicità del Carrefour e un messaggio spam da Dorian Grayson.
Un sorriso inatteso: tutto sommato, ci sono ancora buone ragioni per tirare avanti un’altra settimana.
È da una settimana che non esco la sera, ma finalmente un lungo sonno. Ne giova l’umore; da stasera per una settimana melatonina e ora di scadenza: mezzanotte, comunque.
Ieri ho riso come accade di rado vedendo il terzo spettacolo di Luttazzi in tre giorni e ho pianto per il cartone animato più cupo di sempre, Una tomba per le lucciole. Con alcune stronzate di contorno, una decina di ore imbozzolato nel divano.
Poco fa, risveglio ascoltando Invisible ink («But nobody wants to hear this tale: the plot is clichéd, the jokes are stale – and baby, we’ve all heard it all before»). Triste, ma necessaria. Subito dopo, Make your own kind of music («Even if nobody else sings along»), Deliver us («Al ti-ra veh al tif-chad») e Di questo e d’altro («E non combattere mai, e non arrendersi mai»).
Nella posta in arrivo, pubblicità del Carrefour e un messaggio spam da Dorian Grayson.
Un sorriso inatteso: tutto sommato, ci sono ancora buone ragioni per tirare avanti un’altra settimana.
2 giugno 2007
misantropia
L’irritazione e la noia che mi procurano gli esseri umani negli ultimi giorni sono ormai difficili da celare.
Il sorriso tirato si avvicina a un ghigno, gli occhi tradiscono avversione.
Oh! e mi mangio le unghie; è una cosa che detesto.
Desiderio del giorno: «Mamma, mi compri un lanciafiamme?».
Risparmio quelle tre o quattro persone che hanno ancora un senso, gli altri: arrosto.
Troppa caffeina? umidità?
Certo, un po’ di pulizia sarebbe un bene.
Altro che:
Cappello di carta,
scarpe sporche
e un secchio di calce in mano;
sono io:
un inesperto muratore
con il compito di costruire,
per il mio futuro,
ricordi.
– cazzate di quindici anni fa (quindici?!)
Immaginare un futuro, e non c’è alcuna direzione nel presente; che tristezza.
Sarebbe necessario accettare l’errore. Scegliere. Sbagliare. Ricominciare.
Non vale la fatica, forse. Forse.
(Pensieri sempre più involuti, frasi senza fine né ragione.
Perché sei ancora lì a leggere? Non ti accorgi che stai perdendo tempo? che tutto questo non ha senso?)
Il tempo che rimane sia clemente.
Indicazioni per la sopravvivenza immediata: risposte monosillabiche, ore di sonno superiori a quelle di veglia, stare lontano dai lanciafiamme.
Il resto, come sempre, va da sé.
Il sorriso tirato si avvicina a un ghigno, gli occhi tradiscono avversione.
Oh! e mi mangio le unghie; è una cosa che detesto.
Desiderio del giorno: «Mamma, mi compri un lanciafiamme?».
Risparmio quelle tre o quattro persone che hanno ancora un senso, gli altri: arrosto.
Troppa caffeina? umidità?
Certo, un po’ di pulizia sarebbe un bene.
Altro che:
Cappello di carta,
scarpe sporche
e un secchio di calce in mano;
sono io:
un inesperto muratore
con il compito di costruire,
per il mio futuro,
ricordi.
– cazzate di quindici anni fa (quindici?!)
Immaginare un futuro, e non c’è alcuna direzione nel presente; che tristezza.
Sarebbe necessario accettare l’errore. Scegliere. Sbagliare. Ricominciare.
Non vale la fatica, forse. Forse.
(Pensieri sempre più involuti, frasi senza fine né ragione.
Perché sei ancora lì a leggere? Non ti accorgi che stai perdendo tempo? che tutto questo non ha senso?)
Il tempo che rimane sia clemente.
Indicazioni per la sopravvivenza immediata: risposte monosillabiche, ore di sonno superiori a quelle di veglia, stare lontano dai lanciafiamme.
Il resto, come sempre, va da sé.
1 giugno 2007
when the sun comes out
«Love is funny,
It’s not always peaches, cream and honey,
Just when everything seemed bright and sunny
Suddenly the cyclone came,
I shall never be the same.»
It’s not always peaches, cream and honey,
Just when everything seemed bright and sunny
Suddenly the cyclone came,
I shall never be the same.»
30 maggio 2007
la fortuna è cieca
Tra mille perplessità, ma convinto da una canicola anticipata, venerdì ho acquistato un condizionatore.
Due giorni dopo la temperatura è improvvisamente crollata sotto la media stagionale.
Domani m’iscrivo a Forza Italia. Così, tanto per vedere cosa succede.
Due giorni dopo la temperatura è improvvisamente crollata sotto la media stagionale.
Domani m’iscrivo a Forza Italia. Così, tanto per vedere cosa succede.
29 maggio 2007
à travers un bois inconnu
Lo spettacolo d’arte
non varia
e le conquiste
di questo consumato guitto
crollano all’assalto
del giorno dopo.
Stanco, sono stanco
e senza forze
per attaccare
la nuova scena.
(Oh! Les yeux rouges,
sa triste vie
marche monotone
– ou ne marche pas? –
à travers un bois inconnu)
E l’attore senza guida
non sa dove fermarsi
– non c’è mare che racconti
storie più lontane
né vento.
Che sofferenza assistere
al tuo sdrucito monologo.
Non hai mai saputo recitare
e non ho ancora imparato.
Ma ormai sembra tardi.
(But I only forget
the sad memory of…)
non varia
e le conquiste
di questo consumato guitto
crollano all’assalto
del giorno dopo.
Stanco, sono stanco
e senza forze
per attaccare
la nuova scena.
(Oh! Les yeux rouges,
sa triste vie
marche monotone
– ou ne marche pas? –
à travers un bois inconnu)
E l’attore senza guida
non sa dove fermarsi
– non c’è mare che racconti
storie più lontane
né vento.
Che sofferenza assistere
al tuo sdrucito monologo.
Non hai mai saputo recitare
e non ho ancora imparato.
Ma ormai sembra tardi.
(But I only forget
the sad memory of…)
28 maggio 2007
l’amore breve
Messaggio da: ••••••••
Inviato lunedì 26 luglio 2004 14:21:10
Boh, è complicato: parto lunedì per la ••••••••, ci rimarrò fino a dicembre. Fatto sta che ti ho visto e mi è cascato come un macigno sulla testa: mi son detto, è lui. Desterò forse la tua curiosità, o forse no, ma non potevo aspettare, dovevo farti sapere che io c’ero. Spero di poterti conoscere un po’ in questi mesi, via email o messenger. Ti va?
A
Talvolta ripenso agli amori che ho vissuto e alle lunghe pause tra uno e l’altro; per andare avanti occorre seppellire ciò che si è spento.
Ho amato distrattamente chi si struggeva per me e amato alla follia chi non mi voleva.
Ho commesso molti errori.
Ho pochi rimpianti, ma desidero ancora che il mio sogno perduto si avveri. E avrei voluto rispondere cose diverse a Edo, quel pomeriggio. E ricordo A, e le nostre ventiquattro ore insieme – la testa in una nuvola, il sorriso che sostituisce le parole, la certezza di essersi trovati, per sempre.
Boh, è complicato (l’amore va accudito, curato, nutrito) ma non potevo aspettare.
Per andare avanti occorre seppellire ciò che si è spento. Ma se ci si trova, ed è per sempre, non si sotterra nulla. Si resta, si sbaglia, si sogna.
Inviato lunedì 26 luglio 2004 14:21:10
Boh, è complicato: parto lunedì per la ••••••••, ci rimarrò fino a dicembre. Fatto sta che ti ho visto e mi è cascato come un macigno sulla testa: mi son detto, è lui. Desterò forse la tua curiosità, o forse no, ma non potevo aspettare, dovevo farti sapere che io c’ero. Spero di poterti conoscere un po’ in questi mesi, via email o messenger. Ti va?
A
Talvolta ripenso agli amori che ho vissuto e alle lunghe pause tra uno e l’altro; per andare avanti occorre seppellire ciò che si è spento.
Ho amato distrattamente chi si struggeva per me e amato alla follia chi non mi voleva.
Ho commesso molti errori.
Ho pochi rimpianti, ma desidero ancora che il mio sogno perduto si avveri. E avrei voluto rispondere cose diverse a Edo, quel pomeriggio. E ricordo A, e le nostre ventiquattro ore insieme – la testa in una nuvola, il sorriso che sostituisce le parole, la certezza di essersi trovati, per sempre.
Boh, è complicato (l’amore va accudito, curato, nutrito) ma non potevo aspettare.
Per andare avanti occorre seppellire ciò che si è spento. Ma se ci si trova, ed è per sempre, non si sotterra nulla. Si resta, si sbaglia, si sogna.
26 maggio 2007
j’ai deux amours
«Manhattan Rome est belle,
Mais à quoi bon le nier:
Ce qui m’ensorcelle
C’est Paris, c’est Paris tout entier.»
È un po’ inquietante scoprirsi inconsapevolmente profetici: Passaggi a livello è di tre giorni fa…
Mais à quoi bon le nier:
Ce qui m’ensorcelle
C’est Paris, c’est Paris tout entier.»
È un po’ inquietante scoprirsi inconsapevolmente profetici: Passaggi a livello è di tre giorni fa…
24 maggio 2007
soft spot
Come una mano di vernice, un manto di tristezza sembra avvolgere le persone che incontro.
Nei loro occhi riconosco la mia stessa amarezza.
La causa? desideri inappagati: voglia di fuggire, ambizioni lavorative, struggimenti amorosi.
Il punto debole che viene scoperto e dà il dolore più intenso, nell’attesa che la giostra concluda il giro e riparta con il suo gaio motivetto.
Nei loro occhi riconosco la mia stessa amarezza.
La causa? desideri inappagati: voglia di fuggire, ambizioni lavorative, struggimenti amorosi.
Il punto debole che viene scoperto e dà il dolore più intenso, nell’attesa che la giostra concluda il giro e riparta con il suo gaio motivetto.
23 maggio 2007
passaggi a livello
«La musique, bien différente en cela de la société d’Albertine, m’aidait à descendre en moi-même, à y découvrir du nouveau: la variété que j’avais en vain cherchée dans la vie, dans le voyage…»
singolare polirematica
Secondo me, la cosa immorale è che in questo Paese – una semidittatura da operetta – non ci si possa permettere neppure di avere un’associazione a tutela dei consumatori che sia davvero e soltanto a tutela di.
Tuttavia, visto che chiunque ritiene di poter dare liberamente giudizi di valore e di principio: Joseph! Angelo! avete qualcosa da aggiungere?
Tuttavia, visto che chiunque ritiene di poter dare liberamente giudizi di valore e di principio: Joseph! Angelo! avete qualcosa da aggiungere?
21 maggio 2007
hopeful embraces
«It’s sometimes just like sleeping,
Curling up inside my private tortures.
I nestle into pain,
Hug suffering,
Caress every ache.
I play dead,
It stops the hurting.»
Curling up inside my private tortures.
I nestle into pain,
Hug suffering,
Caress every ache.
I play dead,
It stops the hurting.»
18 maggio 2007
le mie ragioni
Alcuni giorni fa sono stato invitato dal surrealista eccellente a dire cinque buoni motivi per curare un blog.
Temo – al solito – la banalità (dans trop de films, de chansons et de livres), così condirò il tutto approfittando dell’occasione per raccontare perché è nato taffetas: avrei voluto farlo da tempo, ma la pigrizia, si sa…
1. Dopo la rottura con l’Oggetto dell’Ossessione (in seguito, “Perduta”) ho sentito di dover raccontare al mondo che quella fase della mia vita era finita, o almeno così sembrava allora, così ho deciso di farlo in un blog. Quale altro mezzo ha una platea teorica così vasta? La prima ragione è, lo ammetto, esibizionismo.
2. Il nome di questo blog viene da lontano. Preso in prestito dall’esilarante scambio tra Frederick Frankenstein ed Elisabeth, è stato quello di una sfortunata rivistina letteraria online; sfortunata perché, a causa della penuria di racconti, ebbe vita brevissima: solo due numeri. La seconda ragione, non solo per questo motivo, è memoria.
3. Da ragazzo, al liceo, scrivevo appunti su un diario, uno di quelli con il lucchetto. Riportavo i sogni più strani e cercavo di trasferire i cambiamenti repentini e inspiegabili che vivevo in quel sordo periodo, al fine di archiviarli per un remoto futuro nel quale, forse, li avrei compresi. Ai tempi dell’università scrivevo frasi in versi che chiamavo poesie, e lettere ad amici e amori impossibili (queste ultime non le spedivo mai). Poi, per anni, non ho preso in mano la stilografica, e mi ero convinto che non sarei stato più in grado di scrivere una riga. Non è stato così; la terza ragione è quindi rivincita.
4. Scrivere per essere letti non è ovviamente come farlo per sé stessi (sì, l’accento lo metto; nessuno è ancora riuscito a convincermi della sua inutilità), e questa glossa tra parentesi ne è un esempio, perché non l’avrei messa sul diario “solo per me”, quello con il lucchetto. Scrivo un blog per comunicare, ed è diventata una pratica che mi aiuta ad avvicinare l’essenza delle cose, ma anche a esercitare un po’ di controllo sullo stile, e inoltre incoraggia all’uso delle parole che riaffiorano alla mente dalla crosta di quelle quotidiane. È un piccolo impegno che mi stimola, migliora, fa superare la pigrizia. Così la quarta ragione potrebbe essere disciplina.
5. Alcuni ammettono di avere un blog per trovare un compagno/una scopata/un amico. Altri ce l’hanno per moda. Altri ancora per ottenere conferme attraverso i commenti dei lettori. Io invece credo di dover riconoscere che spesso preferisco un filtro (qui la maschera di un monitor) al rapporto diretto con il mondo. E dunque l’ultima ragione, purtroppo, è distacco.
È una catena, e così passo a mia volta il compito a 10am, della quale m’incuriosiscono le possibili risposte – spero troverà il tempo; ad Anadah, mio primo blogger – chissà se leggerà l’invito; a Countrypolitan, che credo detesti questo genere di obbligo – ma estinguerebbe un piccolo debito.
Temo – al solito – la banalità (dans trop de films, de chansons et de livres), così condirò il tutto approfittando dell’occasione per raccontare perché è nato taffetas: avrei voluto farlo da tempo, ma la pigrizia, si sa…
1. Dopo la rottura con l’Oggetto dell’Ossessione (in seguito, “Perduta”) ho sentito di dover raccontare al mondo che quella fase della mia vita era finita, o almeno così sembrava allora, così ho deciso di farlo in un blog. Quale altro mezzo ha una platea teorica così vasta? La prima ragione è, lo ammetto, esibizionismo.
2. Il nome di questo blog viene da lontano. Preso in prestito dall’esilarante scambio tra Frederick Frankenstein ed Elisabeth, è stato quello di una sfortunata rivistina letteraria online; sfortunata perché, a causa della penuria di racconti, ebbe vita brevissima: solo due numeri. La seconda ragione, non solo per questo motivo, è memoria.
3. Da ragazzo, al liceo, scrivevo appunti su un diario, uno di quelli con il lucchetto. Riportavo i sogni più strani e cercavo di trasferire i cambiamenti repentini e inspiegabili che vivevo in quel sordo periodo, al fine di archiviarli per un remoto futuro nel quale, forse, li avrei compresi. Ai tempi dell’università scrivevo frasi in versi che chiamavo poesie, e lettere ad amici e amori impossibili (queste ultime non le spedivo mai). Poi, per anni, non ho preso in mano la stilografica, e mi ero convinto che non sarei stato più in grado di scrivere una riga. Non è stato così; la terza ragione è quindi rivincita.
4. Scrivere per essere letti non è ovviamente come farlo per sé stessi (sì, l’accento lo metto; nessuno è ancora riuscito a convincermi della sua inutilità), e questa glossa tra parentesi ne è un esempio, perché non l’avrei messa sul diario “solo per me”, quello con il lucchetto. Scrivo un blog per comunicare, ed è diventata una pratica che mi aiuta ad avvicinare l’essenza delle cose, ma anche a esercitare un po’ di controllo sullo stile, e inoltre incoraggia all’uso delle parole che riaffiorano alla mente dalla crosta di quelle quotidiane. È un piccolo impegno che mi stimola, migliora, fa superare la pigrizia. Così la quarta ragione potrebbe essere disciplina.
5. Alcuni ammettono di avere un blog per trovare un compagno/una scopata/un amico. Altri ce l’hanno per moda. Altri ancora per ottenere conferme attraverso i commenti dei lettori. Io invece credo di dover riconoscere che spesso preferisco un filtro (qui la maschera di un monitor) al rapporto diretto con il mondo. E dunque l’ultima ragione, purtroppo, è distacco.
È una catena, e così passo a mia volta il compito a 10am, della quale m’incuriosiscono le possibili risposte – spero troverà il tempo; ad Anadah, mio primo blogger – chissà se leggerà l’invito; a Countrypolitan, che credo detesti questo genere di obbligo – ma estinguerebbe un piccolo debito.
13 maggio 2007
la strada verso casa
Una recente suggestione mi ha annunciato che sto affrontando un viaggio; un altro, parallelo all’ovvio nascita/morte.
Sono persuaso che sia così davvero: ne sono prova gli ultimi anni marchiati dalla precarietà – economica mentale degli affetti –, dominante caratteristica di un cammino.
Quella che non riconoscevo era la meta; si potrà dire che l’importante in un viaggio è la sua essenza, non l’arrivo: senza inizio e fine, però, il concetto di percorso si sfalda, e se talvolta la destinazione non viene raggiunta – magari davvero poco importa – deve comunque esistere perché dà senso alla spinta d’inizio.
Ecco: ora l’arrivo c’è, ed era quello più ovvio e più epico; l’ho riconosciuto e sono pronto a raggiungerlo per trovare conforto.
Sono pronto, pronto per il ritorno.
Sono persuaso che sia così davvero: ne sono prova gli ultimi anni marchiati dalla precarietà – economica mentale degli affetti –, dominante caratteristica di un cammino.
Quella che non riconoscevo era la meta; si potrà dire che l’importante in un viaggio è la sua essenza, non l’arrivo: senza inizio e fine, però, il concetto di percorso si sfalda, e se talvolta la destinazione non viene raggiunta – magari davvero poco importa – deve comunque esistere perché dà senso alla spinta d’inizio.
Ecco: ora l’arrivo c’è, ed era quello più ovvio e più epico; l’ho riconosciuto e sono pronto a raggiungerlo per trovare conforto.
Sono pronto, pronto per il ritorno.
6 maggio 2007
changes are taking the pace i’m going through
Eventi di straordinaria forza li hanno condotti su strade nuove, capaci di scelte che sembravano impensabili e si sono rivelate necessarie.
Tanti, diversi e lontani.
Ignari delle reciproche esistenze, danzano ai miei occhi una sincronica e inattesa coreografia, illuminando il loro futuro – e rivelando che è lì anche per me.
Tanti, diversi e lontani.
Ignari delle reciproche esistenze, danzano ai miei occhi una sincronica e inattesa coreografia, illuminando il loro futuro – e rivelando che è lì anche per me.
3 maggio 2007
(m)agone politico
«Quella del Partito Democratico è una inevitabile stronzata. Inevitabile perché il blocco di potere industriale-politico-mediatico spinge in questa direzione ormai da anni dappertutto. Stronzata perché manda in soffitta la lotta contro le disuguaglianze che è da sempre la vera artefice del progresso, nonché l’eredità più nobile di una storia politica liquidata con una fretta commendevole.» — Daniele Luttazzi, 1° maggio 2007
«Se aumenta il lavoro straordinario, non aumentano i posti di lavoro. Io propongo di dare lavoro a chi non ce l’ha. Soprattutto ai giovani, diplomati e qualificati che non hanno accesso all’impresa. […] Le 35 ore hanno permesso di occuparsi di più della famiglia. Sono un progresso sociale. […] Se aumenta lo straordinario, si fa un regalo alle imprese.» — Ségolène Royal, 2 maggio 2007
«Se aumenta il lavoro straordinario, non aumentano i posti di lavoro. Io propongo di dare lavoro a chi non ce l’ha. Soprattutto ai giovani, diplomati e qualificati che non hanno accesso all’impresa. […] Le 35 ore hanno permesso di occuparsi di più della famiglia. Sono un progresso sociale. […] Se aumenta lo straordinario, si fa un regalo alle imprese.» — Ségolène Royal, 2 maggio 2007
1 maggio 2007
mantenere i propositi
Ho iniziato l’anno con alcuni proponimenti, alcuni ambiziosi. A un terzo di 2007 mi ritrovo a capire perché in precedenza non avessi mai fatto l’idiozia di dichiarare a me stesso cose simili.
• Non ho aggiunto un solo pezzo nuovo alla casa.
• Il giorno della Liberazione ho fumato una sigaretta, ieri sera ho fatto quattro tiri da quella di M.
• Non sono ancora scappato dal Castello di Carte e ho spedito un solo curriculum.
• Continuo a sorridere troppo, però sto sulle palle a un po’ di persone in più. L’obiettivo non era questo, comunque.
• Non ho fatto nessuno sport, al di là del salire le scale e andare in bicicletta (d’altronde non ho ascensore né automobile).
• Teatro, cinema, mostre, buone letture, viaggi, e perfezionare la macchina del tempo, per trovarne di libero e cercarne di perduto – scrivevo. Ecco: davvero un buon proposito, complimenti.
• Non ho aggiunto un solo pezzo nuovo alla casa.
• Il giorno della Liberazione ho fumato una sigaretta, ieri sera ho fatto quattro tiri da quella di M.
• Non sono ancora scappato dal Castello di Carte e ho spedito un solo curriculum.
• Continuo a sorridere troppo, però sto sulle palle a un po’ di persone in più. L’obiettivo non era questo, comunque.
• Non ho fatto nessuno sport, al di là del salire le scale e andare in bicicletta (d’altronde non ho ascensore né automobile).
• Teatro, cinema, mostre, buone letture, viaggi, e perfezionare la macchina del tempo, per trovarne di libero e cercarne di perduto – scrivevo. Ecco: davvero un buon proposito, complimenti.
30 aprile 2007
opinioni
A chi mercoledì mi chiederà cosa ho fatto durante il ponte risponderò che mi sono fatto un sacco di opinioni.
extraterrestre
Il cielo sta già schiarendo, tra poco sarà mattina.
Tre ore fa sono tornato da uno di quei brutti contenitori per frustrazioni collettive, nel quale ho provato un abissale senso di estraneità. Gonfiati, bruciati, strizzati, lascivi: tutti lì avevano un senso, giravano come cavalli di una giostra, con movenze grottescamente sinuose. Ma io? Che senso avevo io? Ero un alieno.
Colori indefinibili, spazi sbagliati, luci sgraziate, e anche molto ghiaccio e poca vodka, e Viola Valentino che ancora cerca un acquirente a casaccio, come quelli che cantano con lei. È la pornografia dell’ambiente che rende disgustose le persone?
Le nuvole sono alte e si muovono in formazione, come uno stormo di anatre. Un po’ di sonno, a vederle volare tranquille, è arrivato.
Tre ore fa sono tornato da uno di quei brutti contenitori per frustrazioni collettive, nel quale ho provato un abissale senso di estraneità. Gonfiati, bruciati, strizzati, lascivi: tutti lì avevano un senso, giravano come cavalli di una giostra, con movenze grottescamente sinuose. Ma io? Che senso avevo io? Ero un alieno.
Colori indefinibili, spazi sbagliati, luci sgraziate, e anche molto ghiaccio e poca vodka, e Viola Valentino che ancora cerca un acquirente a casaccio, come quelli che cantano con lei. È la pornografia dell’ambiente che rende disgustose le persone?
Le nuvole sono alte e si muovono in formazione, come uno stormo di anatre. Un po’ di sonno, a vederle volare tranquille, è arrivato.
26 aprile 2007
le regole dell’addio
«Oh, mio caro tesoro… oh, mio dolce amore… Conterò le ore che tu sei via…»
«Oh, tesoro adorato, anch’io…»
«No! Non sulle labbra!»
«Cosa?»
«Vado al party di Nanna e Nicky più tardi, non voglio avere sbaffi di rossetto, capiscimi.»
«Oh, ma certo…»
(Capotreno: «In carrozza!»)
«Oddio…»
«Beh, credo che ci siamo.»
«Freddy, tesoro, oh, come faccio a dire in due minuti quello che mi ci è voluto tutta una vita a comprendere?»
«Perché non provi?»
«D’accordo… Sei tutto maschio. Sono tua, fai tutto ciò che vuoi di me… che altro posso dire?»
«Mio dolce amore…»
«I capelli! Vengo adesso dal parrucchiere!»
«Scusami, scusami.»
«Spero che ti piacciano le nozze all’antica.»
«Preferisco le notti di nozze all’antica.»
«Ah! sei incorreggibile!»
«Vorrebbe dire… che mi ami?»
«Ci puoi scommettere le mutandine.»
«Oh, mio unico amore.»
«Taffettà, caro…»
«Taffettà, tesorino…»
«No, il vestito! È di taffettà, si sgualcisce!»
(Capotreno: «In carrozza!»)
«Lo odio quell’uomo orribile! Beh, vai via, prima che perda ogni controllo di me stessa!»
«Oh, tesoro adorato, anch’io…»
«No! Non sulle labbra!»
«Cosa?»
«Vado al party di Nanna e Nicky più tardi, non voglio avere sbaffi di rossetto, capiscimi.»
«Oh, ma certo…»
(Capotreno: «In carrozza!»)
«Oddio…»
«Beh, credo che ci siamo.»
«Freddy, tesoro, oh, come faccio a dire in due minuti quello che mi ci è voluto tutta una vita a comprendere?»
«Perché non provi?»
«D’accordo… Sei tutto maschio. Sono tua, fai tutto ciò che vuoi di me… che altro posso dire?»
«Mio dolce amore…»
«I capelli! Vengo adesso dal parrucchiere!»
«Scusami, scusami.»
«Spero che ti piacciano le nozze all’antica.»
«Preferisco le notti di nozze all’antica.»
«Ah! sei incorreggibile!»
«Vorrebbe dire… che mi ami?»
«Ci puoi scommettere le mutandine.»
«Oh, mio unico amore.»
«Taffettà, caro…»
«Taffettà, tesorino…»
«No, il vestito! È di taffettà, si sgualcisce!»
(Capotreno: «In carrozza!»)
«Lo odio quell’uomo orribile! Beh, vai via, prima che perda ogni controllo di me stessa!»
23 aprile 2007
fatigué
«J’aurais voulu te dire
J’aurais voulu te dire pourtant
Quelque chose
Quelque chose de gai
Ou de très différent
Mais je n’ai plus d’idées
Et je suis fatigué.»
J’aurais voulu te dire pourtant
Quelque chose
Quelque chose de gai
Ou de très différent
Mais je n’ai plus d’idées
Et je suis fatigué.»
22 aprile 2007
altre note dalla torre d’avorio
A giudicare dall’eco continuo dei clacson che soffia in casa con la brezza, l’Inter deve aver vinto il campionato di calcio – per quel che serve. È un momento di tale apatia che quasi stento a credere, al risveglio mattutino, di essere davvero vivo. L’argomento principale della passata settimana, in giro per la città, era la scadenza dei punti Fidaty; questa settimana non si è parlato che di eventi fuorisalone; chissà il tema stimolante della prossima. Ho rivisto l’Oggetto dell’Ossessione Perduta: non saprei dire se mi ha fatto bene o male; forse non mi ha fatto nulla, e il bene sarebbe questo – ma non ne sono del tutto persuaso. Ho trovato il coraggio di spedire un curriculum vitæ, il primo in tre anni, e ci credevo così tanto che il loro silenzio mi ha un po’ ferito. Al Castello di Carte i conti non tornano e si sentono tremolii sempre più forti: continua la fuga dei roditori, e quella eccellente di Sanguinaria Perniciosa lascia un vuoto (non certo nei nostri cuori) che sarà colmato da un nuovo innesto della Carta Matrigna – temo l’ennesimo despota incapace. Sempre al Castello, ho constatato per l’ennesima volta che le cose spesso non sono come sembrano: gli abusi famigliari di cui si legge sui quotidiani sono a volte troppo vicini – e sarebbe stato meglio non saperlo. La commedia di fine anno al Corso di Masochismo Applicato prevede che interpreti un becero à la “via Torino al sabato”, e questo mi demoralizza perché non vedo alcuno sbocco divertente – a parte l’ironia che sia proprio io a incarnarlo. Se qualcuno dovesse suggerire che anche il male al collo di questi ultimi due giorni abbia origini psicosomatiche, lo manderei a cacare. Tori Amos, a un primo distratto ascolto, cerca di tornare sulla retta via, quella dei primi album; Dolores O’Riordan rifà da sola il compitino dei Cranberries; Rufus Wainwright cavalca ancora, troppo deciso, l’onda che gli ha dato la prima spinta. Devo chiedere a qualcuno della Carta Matrigna (al suo traduttore non posso: ne subisco il fascino ma lui non subisce il mio, e un’interazione – anche verbale – pare impossibile) chi è il colpevole dello scempio fatto alle raccolte di David Sedaris in italiano: anche l’ultimo libro è un inspiegabile assemblaggio di racconti, questa volta di quattordici e dieci anni fa. Una persona molto vicina, non più giovane, ha dovuto cambiare lavoro: adesso è pagata a ore, come me e come tutto il personale di servizio, e intasca all’ora meno di un terzo di quanto guadagno io, che mi considero povero – in questo Paese la vita al ribasso è una realtà inquietante. Credo che mi obbligherò a usare il computer a casa per un tempo massimo prestabilito (tipo mezz’ora se non scrivo, altrimenti un’ora e mezza), un po’ come se, bambino, dovessi sottostare alle regole restrittive e idiote di genitori ottusi. È tutta la giornata che mangiucchio le unghie; non lo faccio mai: pessimo segno. Per essere più sereno, forse dovrei smetterla di essere così intransigente e accettare ipotesi come l’esistenza della telepatia, degli gnomi o di una qualche divinità.
21 aprile 2007
alternative alla fluoxetina
Stimolatori di adrenalina, complessi:
buttarsi da un dirupo (con un elastico);
dilapidare tutti i risparmi (alla roulette);
organizzare rapine in banca (senza complici);
diventare serial killer (e farli fuori proprio tutti).
Stimolatori di adrenalina, semplici:
litigare violentemente con un amico (per futili motivi);
leggere le dichiarazioni di Prosperini (fantasticando sulla sua fine);
evadere le tasse (se non lo si è mai fatto prima);
scovare su eMule quel che si cercava da anni (e riuscire a scaricarlo).
Mutatori della percezione, al risparmio:
bere vodka croata dell’hard discount (fino a stordirsi);
sniffare qualsiasi superficie orizzontale (nei cessi dei locali);
ascoltare un discorso di Berlusconi (effetto psichedelico);
guardare cartomanti televisive a tarda notte (effetto ipnotico).
Appagatori dell’ego, varî:
leggere la Recherche (che sta lì solo a raccogliere polvere);
fare televendite (e credendosi stelle, bearsi degli sguardi della gente);
comprare (tutto, per comprare tutti);
scrivere su un blog (sapendo che qualcuno ti leggerà).
buttarsi da un dirupo (con un elastico);
dilapidare tutti i risparmi (alla roulette);
organizzare rapine in banca (senza complici);
diventare serial killer (e farli fuori proprio tutti).
Stimolatori di adrenalina, semplici:
litigare violentemente con un amico (per futili motivi);
leggere le dichiarazioni di Prosperini (fantasticando sulla sua fine);
evadere le tasse (se non lo si è mai fatto prima);
scovare su eMule quel che si cercava da anni (e riuscire a scaricarlo).
Mutatori della percezione, al risparmio:
bere vodka croata dell’hard discount (fino a stordirsi);
sniffare qualsiasi superficie orizzontale (nei cessi dei locali);
ascoltare un discorso di Berlusconi (effetto psichedelico);
guardare cartomanti televisive a tarda notte (effetto ipnotico).
Appagatori dell’ego, varî:
leggere la Recherche (che sta lì solo a raccogliere polvere);
fare televendite (e credendosi stelle, bearsi degli sguardi della gente);
comprare (tutto, per comprare tutti);
scrivere su un blog (sapendo che qualcuno ti leggerà).
8 aprile 2007
5 aprile 2007
la fine del giorno
sedici anni_facce ostili_parole sottovoce_orizzonte più nero del nero attorno_propaganda dei vescovi sui giornali_senso di colpa_la croce gronda sangue_branco cannibale_odio_il bozzolo imprigiona_violenza_il dolore lacera i pensieri_un passo_libero.
3 aprile 2007
sette frasi davvero indecenti
1. «Très chic!»
2. «Ti ho presentato la mia signora?»
3. «Che carini gli oggetti dell’Ikea!»
4. «Come donna e come madre…»
5. «L’ho letto su Metro.»
6. «Non sono razzista, ma…»
7. «Adesso ti spiego.»
2. «Ti ho presentato la mia signora?»
3. «Che carini gli oggetti dell’Ikea!»
4. «Come donna e come madre…»
5. «L’ho letto su Metro.»
6. «Non sono razzista, ma…»
7. «Adesso ti spiego.»
1 aprile 2007
incontri casuali
Cari lettori, vi metterò a parte di qualcosa che neppure gli amici più intimi sanno (eccetto quello che mi ha colto in flagrante e al quale ho fatto giurare di non rivelare nulla – ma non mi fido, così mi denuncio da me).
Vi sarete accorti che da un po’ di tempo prendo in prestito parole non mie per il blog, che non sono mai in casa e rispondo di rado al telefono. La ragione, evidente nella sua banalità, è che ho vissuto una strana storia d’amore.
Passo indietro: tre venerdì fa, stremato da una settimana di lavoro devastante, mi sono trascinato verso l’Esselunga più vicina all’ufficio per dare l’illusione al frigorifero di casa che è stato acquistato non solo per la sua bellezza.
Mi aggiro per i corridoi con il cestino giallo in mano e lo sguardo che perlustra l’esposizione, quando mi scontro con un tizio che sta scegliendo una scatola di cioccolatini. Il tizio, quando lo guardo per scusarmi, è un coetaneo famoso. “Famoso” di quelli che proprio tutti conoscono. Ci guardiamo, gli sorrido. Mi sorride (i denti sono esageratamente bianchi e perfetti, me li ricordavo diversi). Penso: «Che ci fa al supermercato? Starà preparando una nuova trasmissione agli studi che ci sono qui di fronte? Beh, fico, dal vivo. Molto più alto e magro. Oddio: lo sto guardando troppo a lungo? Ma perché mi guarda lui, così a lungo?».
Ecco, penso tutte queste cose in qualche frazione di secondo (e intanto mi stupisco anche di come possa ancora succedere, vista la lentezza di reazione cerebrale da quando ho compiuto trent’anni) e cambio repentinamente direzione per evitare l’imbarazzo di un leggero rossore sulle guance.
Proseguo il cammino degli acquisti e intanto il cervello è lì che lavora. All’ultima corsia, mentre cerco le gallette di riso, è lì, fermo, e mi guarda. La gente con il carrello che ci passa di fianco lo riconosce; vedo coppie che parlottano indicandolo; una ragazza davanti a me lo sta mangiando con gli occhi. Ma lui, con una certa insistenza, guarda me. Me che improvvisamente muoio di caldo e inizio a sudare, me che ho occhiaie da venerdì sera, capelli sozzi e vestiti raccolti a caso dal mucchio. Soprattutto, me che sono un uomo. Ma lui non era…
Vabbè, la faccio breve, che se racconto tutto con questa prolissità trascorro l’intero pomeriggio davanti all’iBook.
Dicevo: lui è lì, attacca bottone chiedendomi dove ci siamo già conosciuti («Attraverso il vetro della tele», vorrei rispondergli, ma mi sembra una battuta pessima) e insomma, mi dà uno scontrino di un bar sul quale scrive il suo cellulare. Nessuno mi ha mai abbordato in maniera così esplicita.
Torno a casa tutto felice ma pensieroso («Farà così con tutti»), mangio una pizza surgelata guardando la mia trasmissione preferita e a un certo punto, tra gli ospiti, ecco lui. Incredibile. Da film.
Gli scrivo un messaggio sul telefono e alla fine del suo intervento mi risponde e propone un aperitivo in zona Navigli per il giorno dopo.
La faccio ancora più breve: ci si vede per l’aperitivo e il piccolo bar è vicino a casa sua, dove mi invita dopo poco, e dove restiamo vestiti meno di tre minuti.
Serata indimenticabile, settimane successive meravigliose: il tutto tenuto gelosamente segreto. Lui, ufficialmente, non è gay.
Non vi annoierò con il finale, perché c’è ahimè un finale, dato dal suo prossimo impegno che lo terrà lontano per un po’. In realtà, visto che non ci siamo “messi insieme”, non ci siamo nemmeno “lasciati”; gli ho detto che lo andrò a trovare tra qualche settimana, e magari lo farò davvero, non so. È tutto complicato (e quando non lo è?), ma avrei voglia di stare ancora un po’ con lui. Ancora, tipo, una cinquantina d’anni.
Ecco, cari lettori. Ora sapete quello che neppure gli amici più intimi sanno (e l’amico che mi ha visto uscire da casa sua, mentre lui mi salutava dalla finestra, può spettegolare liberamente).
Vi sarete accorti che da un po’ di tempo prendo in prestito parole non mie per il blog, che non sono mai in casa e rispondo di rado al telefono. La ragione, evidente nella sua banalità, è che ho vissuto una strana storia d’amore.
Passo indietro: tre venerdì fa, stremato da una settimana di lavoro devastante, mi sono trascinato verso l’Esselunga più vicina all’ufficio per dare l’illusione al frigorifero di casa che è stato acquistato non solo per la sua bellezza.
Mi aggiro per i corridoi con il cestino giallo in mano e lo sguardo che perlustra l’esposizione, quando mi scontro con un tizio che sta scegliendo una scatola di cioccolatini. Il tizio, quando lo guardo per scusarmi, è un coetaneo famoso. “Famoso” di quelli che proprio tutti conoscono. Ci guardiamo, gli sorrido. Mi sorride (i denti sono esageratamente bianchi e perfetti, me li ricordavo diversi). Penso: «Che ci fa al supermercato? Starà preparando una nuova trasmissione agli studi che ci sono qui di fronte? Beh, fico, dal vivo. Molto più alto e magro. Oddio: lo sto guardando troppo a lungo? Ma perché mi guarda lui, così a lungo?».
Ecco, penso tutte queste cose in qualche frazione di secondo (e intanto mi stupisco anche di come possa ancora succedere, vista la lentezza di reazione cerebrale da quando ho compiuto trent’anni) e cambio repentinamente direzione per evitare l’imbarazzo di un leggero rossore sulle guance.
Proseguo il cammino degli acquisti e intanto il cervello è lì che lavora. All’ultima corsia, mentre cerco le gallette di riso, è lì, fermo, e mi guarda. La gente con il carrello che ci passa di fianco lo riconosce; vedo coppie che parlottano indicandolo; una ragazza davanti a me lo sta mangiando con gli occhi. Ma lui, con una certa insistenza, guarda me. Me che improvvisamente muoio di caldo e inizio a sudare, me che ho occhiaie da venerdì sera, capelli sozzi e vestiti raccolti a caso dal mucchio. Soprattutto, me che sono un uomo. Ma lui non era…
Vabbè, la faccio breve, che se racconto tutto con questa prolissità trascorro l’intero pomeriggio davanti all’iBook.
Dicevo: lui è lì, attacca bottone chiedendomi dove ci siamo già conosciuti («Attraverso il vetro della tele», vorrei rispondergli, ma mi sembra una battuta pessima) e insomma, mi dà uno scontrino di un bar sul quale scrive il suo cellulare. Nessuno mi ha mai abbordato in maniera così esplicita.
Torno a casa tutto felice ma pensieroso («Farà così con tutti»), mangio una pizza surgelata guardando la mia trasmissione preferita e a un certo punto, tra gli ospiti, ecco lui. Incredibile. Da film.
Gli scrivo un messaggio sul telefono e alla fine del suo intervento mi risponde e propone un aperitivo in zona Navigli per il giorno dopo.
La faccio ancora più breve: ci si vede per l’aperitivo e il piccolo bar è vicino a casa sua, dove mi invita dopo poco, e dove restiamo vestiti meno di tre minuti.
Serata indimenticabile, settimane successive meravigliose: il tutto tenuto gelosamente segreto. Lui, ufficialmente, non è gay.
Non vi annoierò con il finale, perché c’è ahimè un finale, dato dal suo prossimo impegno che lo terrà lontano per un po’. In realtà, visto che non ci siamo “messi insieme”, non ci siamo nemmeno “lasciati”; gli ho detto che lo andrò a trovare tra qualche settimana, e magari lo farò davvero, non so. È tutto complicato (e quando non lo è?), ma avrei voglia di stare ancora un po’ con lui. Ancora, tipo, una cinquantina d’anni.
Ecco, cari lettori. Ora sapete quello che neppure gli amici più intimi sanno (e l’amico che mi ha visto uscire da casa sua, mentre lui mi salutava dalla finestra, può spettegolare liberamente).
31 marzo 2007
27 marzo 2007
di questo e d’altro
«Di questo e d’altro ti racconterei, quando vuoi.
Di questo e d’altro parlerei, se lo vuoi.
La fragilità che porto in fondo a me, l’altalena dei perché, le mie malinconie.
Volano le idee, il vento sono io e non ho altre nubi per nasconderle.
Vieni via con me.
Lentamente salpano le navi a vela, e i sogni muoiono qui.
L’amore è un eroismo semplice: tamburi e bandiere, e non combattere mai, e non arrendersi mai.
Di questo e d’altro parlerei, quando vuoi.
Di questo e d’altro parlerei, se mi ascolterai.
Si accendono falò di breve intensità, e non ho molto tempo per riflettere.
Vieni via con me.
Rinunciare è difficile: cambierà la mia perfetta realtà.
Le idee si alzano come cicogne che migrano.
Ascolta: sta cambiando qualcosa anche in me.
Di questo e d’altro parlerei, quando vuoi.
Di questo e d’altro parlerei, solo a te.
Piano…»
Di questo e d’altro parlerei, se lo vuoi.
La fragilità che porto in fondo a me, l’altalena dei perché, le mie malinconie.
Volano le idee, il vento sono io e non ho altre nubi per nasconderle.
Vieni via con me.
Lentamente salpano le navi a vela, e i sogni muoiono qui.
L’amore è un eroismo semplice: tamburi e bandiere, e non combattere mai, e non arrendersi mai.
Di questo e d’altro parlerei, quando vuoi.
Di questo e d’altro parlerei, se mi ascolterai.
Si accendono falò di breve intensità, e non ho molto tempo per riflettere.
Vieni via con me.
Rinunciare è difficile: cambierà la mia perfetta realtà.
Le idee si alzano come cicogne che migrano.
Ascolta: sta cambiando qualcosa anche in me.
Di questo e d’altro parlerei, quando vuoi.
Di questo e d’altro parlerei, solo a te.
Piano…»
25 marzo 2007
taffetas en rose
«Et dès que je m’aperçois,
Alors je sens en moi
Mon cœur qui bat.»
(Chan-son egocentrique: maintenant j’ai besoin de retrouver mon équilibre.)
Alors je sens en moi
Mon cœur qui bat.»
(Chan-son egocentrique: maintenant j’ai besoin de retrouver mon équilibre.)
24 marzo 2007
ivory tower report
Metto il naso fuori dall’Eburnea Torre quasi solo per raggiungere il Castello di Carte e la lezione bisettimanale di masochismo applicato. Indistinto buon umore, però ieri avevo mal di testa, oggi ho sonno, domani sarò scazzato. Principe del pleonasmo, mi colgo a fare constatazioni sempre più inutili. Vorrei poter sfogliare riviste con le pubblicità a sinistra e i testi a destra. Da tempo mi frulla per la testa il motivetto più cretino dell’anno: «Mai dire mai, soprattutto con i gay». Non ho proprio idea del giorno in cui ho fatto sesso l’ultima volta. Spero di ottenere qualche settimana di tempo extra-vita da dedicare al superfluo, tipo i videogiochi. Quando stamattina sono usciti dalla lavatrice, i cuscini di piume sembravano morti. I libri che mi vengono assegnati al Castello mi fanno sentire un sarto alle prese con la Merkel. Le saltuarie ispezioni sulle pagine arancioni servono a ricordarmi quel che c’è in giro – e il motivo per cui sono “non accompagnato”. Aspetto con impazienza documenta 12 per prendere un po’ d’aria dopo l’apnea. Mi manca “casa”. Mi chiedo se cambierà qualcosa quando la mia via, dicono prima dell’estate, sarà a traffico limitato. Vorrei che Doris Day tornasse a recitare. Spero che il prossimo romanzo sia indimenticabile.
22 marzo 2007
20 marzo 2007
tre figure paterne
1. Finito il matrimonio; nessun figlio, e non si era mai chiesto come sarebbe stato averne. A quarant’anni, sotto un’artefatta razionalità, Davide cova un’instabilità che spera di arginare entrando a far parte di una nuova famiglia, formata da una donna sul cui amore sa di poter contare, e suo figlio. Non riesce a sentirsi padre del giovane, lo tratta come un bizzarro adulto e si sente inadeguato, ma presto si affezionerà a lui; almeno finché, distratto da un’altra donna, si dimentica di quella con cui vive, e del ragazzo.
Davide avrà una seconda moglie e non vorrà avere figli. Non rivedrà mai l’uomo che gli ha fatto capire come sarebbe stato essere padre.
2. Il bambino lo chiama papà, e anche se non è suo figlio, Giulio lo considera tale. Facendogli copiare i caratteri dei titoli del quotidiano, gli insegna a scrivere. Lo porta in giro per l’Europa con la sua automobile rossa. Lo ascolta quando lui racconta le mattine all’asilo. Ma un giorno desidera un altro figlio, davvero suo, e la madre del bambino risponde di no; così, senza far rumore, se ne va.
Giulio si sposerà e avrà quattro figli. Non rivedrà l’uomo di cui è stato padre per sette anni.
3. Il figlio, già attraverso il vetro della nursery in clinica, è il suo ritratto. Pietro ha ventiquattro anni, ed è orgoglioso e spaventato da questa paternità. A casa il bambino è al centro delle sue attenzioni: ama fotografarlo e farlo giocare in giardino. Ma inaspettatamente Pietro incontra un’altra donna e si convince di amarla più della moglie. Così, un giorno, alla stazione, vede partire un treno, quello che porta lontano la moglie e il bambino.
Pietro avrà nuove compagne e nessun altro figlio. Non rivedrà mai più l’uomo che porta il suo cognome.
Davide avrà una seconda moglie e non vorrà avere figli. Non rivedrà mai l’uomo che gli ha fatto capire come sarebbe stato essere padre.
2. Il bambino lo chiama papà, e anche se non è suo figlio, Giulio lo considera tale. Facendogli copiare i caratteri dei titoli del quotidiano, gli insegna a scrivere. Lo porta in giro per l’Europa con la sua automobile rossa. Lo ascolta quando lui racconta le mattine all’asilo. Ma un giorno desidera un altro figlio, davvero suo, e la madre del bambino risponde di no; così, senza far rumore, se ne va.
Giulio si sposerà e avrà quattro figli. Non rivedrà l’uomo di cui è stato padre per sette anni.
3. Il figlio, già attraverso il vetro della nursery in clinica, è il suo ritratto. Pietro ha ventiquattro anni, ed è orgoglioso e spaventato da questa paternità. A casa il bambino è al centro delle sue attenzioni: ama fotografarlo e farlo giocare in giardino. Ma inaspettatamente Pietro incontra un’altra donna e si convince di amarla più della moglie. Così, un giorno, alla stazione, vede partire un treno, quello che porta lontano la moglie e il bambino.
Pietro avrà nuove compagne e nessun altro figlio. Non rivedrà mai più l’uomo che porta il suo cognome.
18 marzo 2007
breaking news
Una cappa d’odio è calata inattesa sulla Grande Città del Nord. Si segnalano cambiamenti repentini nei suoi abitanti. I fiumi sono in piena, potete stare a galla.
16 marzo 2007
sotto il tendone
Venghino, venghino siore e siori
Nel grande Circo dell’Indecisione:
Non sanno scienziati né professori
Dare risposte, qui sotto il tendone,
A noi, tristi clown dai vacui ideali,
Solitari trapezisti bendati,
Illusionisti dai trucchi speciali,
Grigi impauriti colombi ammaestrati.
Noi siamo tutti su un gran carrozzone
E non un pensiero né un’opinione
Riusciamo ad esprimere in libertà
Se ancora nuovi incubi e paure
C’impongono amarissime censure
E il ritorno a questo gaio varietà.
Nel grande Circo dell’Indecisione:
Non sanno scienziati né professori
Dare risposte, qui sotto il tendone,
A noi, tristi clown dai vacui ideali,
Solitari trapezisti bendati,
Illusionisti dai trucchi speciali,
Grigi impauriti colombi ammaestrati.
Noi siamo tutti su un gran carrozzone
E non un pensiero né un’opinione
Riusciamo ad esprimere in libertà
Se ancora nuovi incubi e paure
C’impongono amarissime censure
E il ritorno a questo gaio varietà.
15 marzo 2007
déja vu: inciviltà dell’immagine
Ne parlavo mesi fa con Garçon: si era diviso il mondo degli esibizionisti del web (ovvero tutti noi incontinenti di futilità) in adepti dei Blog e seguaci di Flickr; due religioni parallele, e che in quanto tali non possono incontrarsi e fondersi, ma praticate da molti in modo simmetrico.
Oggi lo scrivere e il fotografare non hanno la stessa dignità: per mancanza di gusto e gusto dell’eccesso si è giunti a una dittatura nella quale l’immagine è comunque al centro della scena e ha sempre quel gusto dolciastro – dunque appagante – del già visto, del già provato.
Dei flickeranti mi annoiano spesso lo scioccare sciocco e la spocchia di chi s’illude di fare arte, e l’arte contemporanea, non solo fotografica, ignora. E i loro superflui album di foto mi ricordano le infinite sessioni di diapositive post vacanze a casa di amici, quelle sfibranti serate derise da decine di film.
Mi irritano soprattutto i commenti: sperticati elogi, sempre – con un frasario mai più che televisivo (una profusione di termini come “emozione”, “sentimento”). Davvero, nessuno che scriva: «Un soggetto banaluccio, e la luce fa cacare»; ma sarebbero quelli i commenti utili, almeno uno può farne tesoro e migliorare.
L’opposta fazione è quella della parola, che vive di un rinnovato fascino anche grazie ai blog, capaci di donarle un’inattesa leggerezza. I commenti sono la riprova: non si legge praticamente mai roba tipo «Troppo bello quello che hai scritto, mi ha toccato dentro», per fortuna, ma spunti che aggiungono, completano, a volte deviano, ma contribuiscono comunque ad arricchire non la vanità ma la comunicazione.
Chiarisco: un’immagine può essere potente, immediata, anche ambigua (l’ambiguità è sempre da perseguire, diceva la mia professoressa di greco parlando delle traduzioni, perché arricchisce di sfumature e muove la mente, ma è difficile da ottenere), e non oso contestarne la forza; metterei in crisi anche i fondamenti del mio lavoro.
Quel che ritengo deprecabile è la sua apparente facilità, che ne fa uno strumento abusato e anche pericoloso, non foss’altro che per il tempo. Intendo dire che se ho una pagina con un testo e una con varie fotografie, potrò leggere qualche riga qua e là della prima e farmi un’idea di quel che c’è scritto, ma non posso fare altrettanto con la seconda se la selezione di immagini è eterogenea: dovrò dedicare un po’ di tempo a ciascuna per capire che cosa racconta. E inoltre il vedere questo racconto mi priva della libertà di immaginarne luoghi e personaggi, di usare la fantasia.
Ma forse questo è un aspetto marginale, e mi trovo alla fine di questo sproloquio a cercare di tirare le somme e ad accorgermi che forse mi sto accanendo inutilmente e con argomenti miseri. Semplicemente dovrei dire che mi capita più spesso di trovare blog interessanti e ben scritti, piuttosto che belle fotografie scattate da amatori.
D’altronde, ne parlavo mesi fa con Garçon: si era diviso il mondo…
Oggi lo scrivere e il fotografare non hanno la stessa dignità: per mancanza di gusto e gusto dell’eccesso si è giunti a una dittatura nella quale l’immagine è comunque al centro della scena e ha sempre quel gusto dolciastro – dunque appagante – del già visto, del già provato.
Dei flickeranti mi annoiano spesso lo scioccare sciocco e la spocchia di chi s’illude di fare arte, e l’arte contemporanea, non solo fotografica, ignora. E i loro superflui album di foto mi ricordano le infinite sessioni di diapositive post vacanze a casa di amici, quelle sfibranti serate derise da decine di film.
Mi irritano soprattutto i commenti: sperticati elogi, sempre – con un frasario mai più che televisivo (una profusione di termini come “emozione”, “sentimento”). Davvero, nessuno che scriva: «Un soggetto banaluccio, e la luce fa cacare»; ma sarebbero quelli i commenti utili, almeno uno può farne tesoro e migliorare.
L’opposta fazione è quella della parola, che vive di un rinnovato fascino anche grazie ai blog, capaci di donarle un’inattesa leggerezza. I commenti sono la riprova: non si legge praticamente mai roba tipo «Troppo bello quello che hai scritto, mi ha toccato dentro», per fortuna, ma spunti che aggiungono, completano, a volte deviano, ma contribuiscono comunque ad arricchire non la vanità ma la comunicazione.
Chiarisco: un’immagine può essere potente, immediata, anche ambigua (l’ambiguità è sempre da perseguire, diceva la mia professoressa di greco parlando delle traduzioni, perché arricchisce di sfumature e muove la mente, ma è difficile da ottenere), e non oso contestarne la forza; metterei in crisi anche i fondamenti del mio lavoro.
Quel che ritengo deprecabile è la sua apparente facilità, che ne fa uno strumento abusato e anche pericoloso, non foss’altro che per il tempo. Intendo dire che se ho una pagina con un testo e una con varie fotografie, potrò leggere qualche riga qua e là della prima e farmi un’idea di quel che c’è scritto, ma non posso fare altrettanto con la seconda se la selezione di immagini è eterogenea: dovrò dedicare un po’ di tempo a ciascuna per capire che cosa racconta. E inoltre il vedere questo racconto mi priva della libertà di immaginarne luoghi e personaggi, di usare la fantasia.
Ma forse questo è un aspetto marginale, e mi trovo alla fine di questo sproloquio a cercare di tirare le somme e ad accorgermi che forse mi sto accanendo inutilmente e con argomenti miseri. Semplicemente dovrei dire che mi capita più spesso di trovare blog interessanti e ben scritti, piuttosto che belle fotografie scattate da amatori.
D’altronde, ne parlavo mesi fa con Garçon: si era diviso il mondo…
13 marzo 2007
candido golem
Chissà se è comune per chi scrive su un blog iniziare a elaborare qualcosa che non riesce a prendere forma, salvarlo come bozza e abbandonarlo per settimane prima di riuscire a trovare un senso – o il coraggio di cancellarlo.
A me accade di continuo. E mi scoccia un bel po’.
Da alcune settimane ho collegato queste pagine a un sito di rilevazione del traffico.
C’è chi capita qui cercando su Google “sandra milo oops” (spettatori di Blob), “è morto un sogno” (ma davvero ho scritto una frase così?), “piccoli segreti” (e quelli li ha trovati davvero); ci sono lettori fedelissimi – so dare una faccia solo a due di loro, però; sconosciuti che capitano qui da Cina e Portogallo.
Esperimento bislacco, davvero: non so che senso dare a tutto questo, o se ce l’ha. E mi scoccia un bel po’.
Scrivevo, in settembre, che non sapevo se avrei dovuto rispondere a quel messaggio. Chi ci fa paura dovrebbe stare lontano, anche e soprattutto quando ha le proprietà di una calamita (questo, è ovvio, vale anche per l’Oggetto dell’Ossessione Perduta). Un giorno dopo l’altro si aggiunge un piccolo errore cui segue una piccola correzione. E mi scoccia un bel po’.
Ho rivisto il compagno d’ipocondria. Pensiero di commiato: più o meno tutti cambiamo molto fuori, poco dentro. E mi scoccia un bel po’.
Sono andato al cinema con Effe, al solito mi ha spiazzato. Legge i miei pensieri/azioni in un modo così diverso e profondo che spesso impiego ore a capire quello che mi ha detto, e giorni a condividerlo. Alla fine convengo sempre che ha ragione; quasi sempre. E mi scoccia un bel po’.
E alla fine?
Elaborare qualcosa, dargli una forma. Smetterla di essere infastidito. Accettare il brutto, aspirare al bello. Cercare di dare un senso.
…And let us try before we die
To make some sense of life.
We’re neither pure nor wise nor good;
We’ll do the best we know;
We’ll build our house, and chop our wood,
And make our garden grow…
And make our garden grow.
A me accade di continuo. E mi scoccia un bel po’.
Da alcune settimane ho collegato queste pagine a un sito di rilevazione del traffico.
C’è chi capita qui cercando su Google “sandra milo oops” (spettatori di Blob), “è morto un sogno” (ma davvero ho scritto una frase così?), “piccoli segreti” (e quelli li ha trovati davvero); ci sono lettori fedelissimi – so dare una faccia solo a due di loro, però; sconosciuti che capitano qui da Cina e Portogallo.
Esperimento bislacco, davvero: non so che senso dare a tutto questo, o se ce l’ha. E mi scoccia un bel po’.
Scrivevo, in settembre, che non sapevo se avrei dovuto rispondere a quel messaggio. Chi ci fa paura dovrebbe stare lontano, anche e soprattutto quando ha le proprietà di una calamita (questo, è ovvio, vale anche per l’Oggetto dell’Ossessione Perduta). Un giorno dopo l’altro si aggiunge un piccolo errore cui segue una piccola correzione. E mi scoccia un bel po’.
Ho rivisto il compagno d’ipocondria. Pensiero di commiato: più o meno tutti cambiamo molto fuori, poco dentro. E mi scoccia un bel po’.
Sono andato al cinema con Effe, al solito mi ha spiazzato. Legge i miei pensieri/azioni in un modo così diverso e profondo che spesso impiego ore a capire quello che mi ha detto, e giorni a condividerlo. Alla fine convengo sempre che ha ragione; quasi sempre. E mi scoccia un bel po’.
E alla fine?
Elaborare qualcosa, dargli una forma. Smetterla di essere infastidito. Accettare il brutto, aspirare al bello. Cercare di dare un senso.
…And let us try before we die
To make some sense of life.
We’re neither pure nor wise nor good;
We’ll do the best we know;
We’ll build our house, and chop our wood,
And make our garden grow…
And make our garden grow.
5 marzo 2007
il labbro di giuda
Tradito da un incidente d’auto; braccio spappolato, labbro a pezzi.
Molte vite dopo, fingo di dimenticare l’anima di metallo e scelgo di farmi aggiustare la bocca.
Si pensa a una cisti, si scopre che è altro.
Ma da gonfio che era, il labbro è ora vuoto a metà; prima c’era qualcosa dentro, ora qualcosa fuori. E il fastidio è identico.
Già, nulla torna come prima. La sorte, talvolta, tradisce.
Molte vite dopo, fingo di dimenticare l’anima di metallo e scelgo di farmi aggiustare la bocca.
Si pensa a una cisti, si scopre che è altro.
Ma da gonfio che era, il labbro è ora vuoto a metà; prima c’era qualcosa dentro, ora qualcosa fuori. E il fastidio è identico.
Già, nulla torna come prima. La sorte, talvolta, tradisce.
1 marzo 2007
viva l’itaglia
Senato, Sanremo, Calcio, Camorra.
«Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.» Italo Calvino
«Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.» Italo Calvino
26 febbraio 2007
sette frasi decisamente intollerabili
1. «Mi spiace, non posso dare un giudizio perché non me ne intendo.»
2. «Dovete avere uno sguardo extra-quotidiano.»
3. «Destra… Sinistra… Tanto sono tutti uguali.»
4. «Ma quest’estate cosa fai?»
5. «Voi collaboratori sì che siete liberi, mica come noi che dobbiamo timbrare il cartellino.»
6. «Davvero? dopo un anno non hai ancora messo in funzione la cucina?»
7. «Figurati: non cambierò mai idea.»
2. «Dovete avere uno sguardo extra-quotidiano.»
3. «Destra… Sinistra… Tanto sono tutti uguali.»
4. «Ma quest’estate cosa fai?»
5. «Voi collaboratori sì che siete liberi, mica come noi che dobbiamo timbrare il cartellino.»
6. «Davvero? dopo un anno non hai ancora messo in funzione la cucina?»
7. «Figurati: non cambierò mai idea.»
25 febbraio 2007
prevedibile
Negli ultimi tempi mi sono accorto con stupore di quanto io provi irritazione per l’altrui prevedibilità; quanto questa susciti inarrestabile fastidio e scateni violente reazioni.
Compagni di lavoro e di corso, amici e nemici veri e presunti: con malcelato disgusto cerco di non reagire alla noia che si espande osmotica dall’altrui banalità, ma non sempre mi riesce. E quando non mi riesce, sadico, me ne compiaccio.
Tutto ciò rischia di comportare un pericoloso moto centrifugo che potrebbe lasciarmi ancora una volta da solo; confido, intanto, nel ritorno del sarcasmo e dello snobismo (anch’essi violenti, d’accordo, ma non viscerali), perché così non mi piaccio granché.
D’altra parte, mi auguro siano pochi a vivere un periodo come questo mio, ché – da lungo tempo – della prevedibilità sono ahimè l’imperatore.
Compagni di lavoro e di corso, amici e nemici veri e presunti: con malcelato disgusto cerco di non reagire alla noia che si espande osmotica dall’altrui banalità, ma non sempre mi riesce. E quando non mi riesce, sadico, me ne compiaccio.
Tutto ciò rischia di comportare un pericoloso moto centrifugo che potrebbe lasciarmi ancora una volta da solo; confido, intanto, nel ritorno del sarcasmo e dello snobismo (anch’essi violenti, d’accordo, ma non viscerali), perché così non mi piaccio granché.
D’altra parte, mi auguro siano pochi a vivere un periodo come questo mio, ché – da lungo tempo – della prevedibilità sono ahimè l’imperatore.
23 febbraio 2007
18 febbraio 2007
11 febbraio 2007
la domenica
Perché mi sono svegliato così presto? Avrò mal di testa per tutto il giorno, è certo.
Resto tre ore sotto il piumone e leggo tutto un libro sul cinema snob, ricevuto ieri sera in regalo; un bel pezzo di un divertente romanzo sul mondo dei call center, ricevuto in regalo qualche giorno fa; qualche inutile articolo sul settimanale del Corriere; un paio di rubriche e un’intervista a Milva su Io donna. Alla fine sono frastornato. Mi ripeto un paio di volte le cose che devo cercare su internet (mutande di Starck, film inedito di Hitchcock, sigle di Saul Bass, album di Battiato), poi alzandomi gira la testa e si stringe lo stomaco, mentre penso: «La mia vita è un casino perché ho una connessione a internet». Credo non ci sia bisogno di approfondire.
Ieri sera: al cinema, primo film da ottobre. Malgrado il caldo consiglio dell’Oggetto dell’Ossessione Perduta, una delusione. Un filmetto pretenzioso e falsamente poetico (e falsamente onirico). Piuttosto, sul tema, meglio Up the sandbox. E soprattutto il film precedente di Gondry; quanto ho sofferto, vedendolo. E quanto l’ho amato.
Nemesi: all’uscita del cinema, pronto a entrare, incontro e saluto l’OOP del mio OOP. Oops.
Oggi mangio a un orario assurdo. Guardo nel frigo e i pomodorini comprati martedì sono già mezzi marci. La muffa, non me n’ero mai accorto, è bellissima. Una pelliccia sfumata e soffice. Tante goccioline luccicanti in cima a ogni stelo. Ma i pomodori che comprava mia madre duravano anche una settimana: forse i pesticidi di cui si nutrivano li aiutavano a rimanere sani più a lungo. Dovrò smetterla con la mania del biologico.
Sono felice di non avere tempo per guardare la televisione.
Oggi l’ho accesa e mi ha investito una Sandra Milo che interpretava (male: è di quelle che pensano si debba recitare anche nella vita, dunque un’idiota) una figlia incinta che aiuta la madre malata terminale a morire; il fatto che la storia fosse vera, e vissuta da lei, è ininfluente, e mi ha prima irritato, poi fatto scoppiare in una clamorosa risata. Nota impressionante: sembrava Bette Davis in Baby Jane.
Mi sposto sulla trasmissione con la Ventura e la trovo intenta in un compitino di giornalismo-spazzatura (che fa: cerca di entrare nella categoria dalla porta di servizio, visto che non ha passato l’esame?), un’intervista agghiacciante a un ignoto sportivo che racconta come ha superato la tragedia della perdita di un braccio in un incidente grazie alla fede religiosa, bla bla bla. Senza parole.
Ora mi sforzo e vado allo spazio che si vuol chiamare Teatro, dove trascorro le sei ore più noiose e costose della settimana, a vedere un misterioso spettacolo ispirato al Quijote. Se proseguo a martellarmi i coglioni sotto una maschera di plastica bianca, o interpretando un struzzo, o a rotolarmi come un’onda sulla moquette più polverosa e zozza, lo faccio solo per poter dire a me stesso, nel mese di giugno: «L’hai portato a termine». Almeno qualcosa, almeno ogni tanto, devo.
E domani, dopo aver pagato le bollette in posta, si torna al Castello di Carte, in balìa di Sanguinaria Perniciosa e di fronte a Creativa Dimezzata e alla sua psico-brama di potere. Pagato a ore, come la più servile delle colf.
Buona settimana, neh?
Resto tre ore sotto il piumone e leggo tutto un libro sul cinema snob, ricevuto ieri sera in regalo; un bel pezzo di un divertente romanzo sul mondo dei call center, ricevuto in regalo qualche giorno fa; qualche inutile articolo sul settimanale del Corriere; un paio di rubriche e un’intervista a Milva su Io donna. Alla fine sono frastornato. Mi ripeto un paio di volte le cose che devo cercare su internet (mutande di Starck, film inedito di Hitchcock, sigle di Saul Bass, album di Battiato), poi alzandomi gira la testa e si stringe lo stomaco, mentre penso: «La mia vita è un casino perché ho una connessione a internet». Credo non ci sia bisogno di approfondire.
Ieri sera: al cinema, primo film da ottobre. Malgrado il caldo consiglio dell’Oggetto dell’Ossessione Perduta, una delusione. Un filmetto pretenzioso e falsamente poetico (e falsamente onirico). Piuttosto, sul tema, meglio Up the sandbox. E soprattutto il film precedente di Gondry; quanto ho sofferto, vedendolo. E quanto l’ho amato.
Nemesi: all’uscita del cinema, pronto a entrare, incontro e saluto l’OOP del mio OOP. Oops.
Oggi mangio a un orario assurdo. Guardo nel frigo e i pomodorini comprati martedì sono già mezzi marci. La muffa, non me n’ero mai accorto, è bellissima. Una pelliccia sfumata e soffice. Tante goccioline luccicanti in cima a ogni stelo. Ma i pomodori che comprava mia madre duravano anche una settimana: forse i pesticidi di cui si nutrivano li aiutavano a rimanere sani più a lungo. Dovrò smetterla con la mania del biologico.
Sono felice di non avere tempo per guardare la televisione.
Oggi l’ho accesa e mi ha investito una Sandra Milo che interpretava (male: è di quelle che pensano si debba recitare anche nella vita, dunque un’idiota) una figlia incinta che aiuta la madre malata terminale a morire; il fatto che la storia fosse vera, e vissuta da lei, è ininfluente, e mi ha prima irritato, poi fatto scoppiare in una clamorosa risata. Nota impressionante: sembrava Bette Davis in Baby Jane.
Mi sposto sulla trasmissione con la Ventura e la trovo intenta in un compitino di giornalismo-spazzatura (che fa: cerca di entrare nella categoria dalla porta di servizio, visto che non ha passato l’esame?), un’intervista agghiacciante a un ignoto sportivo che racconta come ha superato la tragedia della perdita di un braccio in un incidente grazie alla fede religiosa, bla bla bla. Senza parole.
Ora mi sforzo e vado allo spazio che si vuol chiamare Teatro, dove trascorro le sei ore più noiose e costose della settimana, a vedere un misterioso spettacolo ispirato al Quijote. Se proseguo a martellarmi i coglioni sotto una maschera di plastica bianca, o interpretando un struzzo, o a rotolarmi come un’onda sulla moquette più polverosa e zozza, lo faccio solo per poter dire a me stesso, nel mese di giugno: «L’hai portato a termine». Almeno qualcosa, almeno ogni tanto, devo.
E domani, dopo aver pagato le bollette in posta, si torna al Castello di Carte, in balìa di Sanguinaria Perniciosa e di fronte a Creativa Dimezzata e alla sua psico-brama di potere. Pagato a ore, come la più servile delle colf.
Buona settimana, neh?
6 febbraio 2007
31 gennaio 2007
«hi»
«Baker, baker,
Baking a cake,
Make me a day,
Make me whole again.
And I wonder
If he’s okay,
If you see him say “hi”.»
Baking a cake,
Make me a day,
Make me whole again.
And I wonder
If he’s okay,
If you see him say “hi”.»
25 gennaio 2007
taffetas noir
«I’ve looked at life from both sides now
From win and lose, and still somehow
It’s life’s illusions I recall;
I really don’t know life at all.»
From win and lose, and still somehow
It’s life’s illusions I recall;
I really don’t know life at all.»
24 gennaio 2007
(dove eravamo rimasti)
Gladioli bianchi e analogie da contrappasso.
A volerla cercare, un’ironia da piangere.
A volerla cercare, un’ironia da piangere.
21 gennaio 2007
pur di non fare ciò che devo
guardo
pur di non amare
sogno una vita altrove
pur di non migliorare quella attuale
lascio
pur di non finire
perdo
pur di non aver paura
ballo solo
pur di non perdere l’equilibrio
onoro le icone
pur di non seguire l’istinto
dormo
pur di non soffrire
e scrivo
pur di non dormire
Questa è la mia morte,
pur di non vivere.
pur di non amare
sogno una vita altrove
pur di non migliorare quella attuale
lascio
pur di non finire
perdo
pur di non aver paura
ballo solo
pur di non perdere l’equilibrio
onoro le icone
pur di non seguire l’istinto
dormo
pur di non soffrire
e scrivo
pur di non dormire
Questa è la mia morte,
pur di non vivere.
14 gennaio 2007
tre finestre perdute
1. In braccio alla mamma, guarda gli alberi del giardino e si stupisce dei fiori che ieri non c’erano ancora. Non capisce perché la mamma sembra nervosa. Sente il rumore della moto e vede il papà uscire dal vialetto, veloce, via oltre il cancello. La mamma ha la faccia triste; lo sguardo è oltre la finestra, ma sembra che non guardi niente. Lui non sa perché, ma in quel momento sente che il suo papà non tornerà a casa, questa notte.
2. È domenica. Dalle persiane chiuse filtrano lame di sole che fanno brillare corpuscoli sospesi nell’aria. Si sveglia da solo, senza il bacio di sua madre, come nei giorni in cui va all’asilo. C’è luce e stanno suonando le campane. Resta ancora un po’ a letto e contempla il pulviscolo luminoso; infine si alza e apre la finestra. Accecato dal sole, intravvede solo il profilo del campanile che spunta dai tetti. Forse è un’illusione, ma il profumo dei fiori della magnolia, giù in cortile, sembra arrivare fino a lui. D’improvviso prova una sensazione strana, nuova, spiacevole. Per la prima volta si sente solo.
3. La neve di aprile è giunta inattesa. Alza pigramente la tapparella ed è abbagliato dalla luce bianca che s’irradia dal tetto innevato della scuola di fronte. I rami degli alberi sotto la finestra brillano neri tra i fiocchi, le automobili avanzano lente e silenziose. Appoggia il naso al vetro e lo toglie subito: è freddo. Ha lasciato un’impronta e due sbuffi di condensa. Guarda all’orizzonte un punto indefinito e immagina la fatica che farà per arrivare a scuola, scivolando di continuo, in tempo per copiare la versione di latino, quella che non ha fatto ieri, prima che il professore entri in classe. Odia il suo liceo. Sente una stretta allo stomaco perché in quel momento realizza che la prima scelta importante della sua vita è stata quella sbagliata.
2. È domenica. Dalle persiane chiuse filtrano lame di sole che fanno brillare corpuscoli sospesi nell’aria. Si sveglia da solo, senza il bacio di sua madre, come nei giorni in cui va all’asilo. C’è luce e stanno suonando le campane. Resta ancora un po’ a letto e contempla il pulviscolo luminoso; infine si alza e apre la finestra. Accecato dal sole, intravvede solo il profilo del campanile che spunta dai tetti. Forse è un’illusione, ma il profumo dei fiori della magnolia, giù in cortile, sembra arrivare fino a lui. D’improvviso prova una sensazione strana, nuova, spiacevole. Per la prima volta si sente solo.
3. La neve di aprile è giunta inattesa. Alza pigramente la tapparella ed è abbagliato dalla luce bianca che s’irradia dal tetto innevato della scuola di fronte. I rami degli alberi sotto la finestra brillano neri tra i fiocchi, le automobili avanzano lente e silenziose. Appoggia il naso al vetro e lo toglie subito: è freddo. Ha lasciato un’impronta e due sbuffi di condensa. Guarda all’orizzonte un punto indefinito e immagina la fatica che farà per arrivare a scuola, scivolando di continuo, in tempo per copiare la versione di latino, quella che non ha fatto ieri, prima che il professore entri in classe. Odia il suo liceo. Sente una stretta allo stomaco perché in quel momento realizza che la prima scelta importante della sua vita è stata quella sbagliata.
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