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31 agosto 2009
scheda p.s. n° 01549512
Il taffetas è un noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni.
19 agosto 2009
crudelia (appunti dalmati)
Il tipico venti-trentenne croato ha un fisico asciutto e muscoloso da bomba del sesso; il tipico quaranta-cinquantenne ha invariabilmente l’aspetto del tagliagole.
La Croazia, anche nelle isole in cui ormeggiano decine di yacht da milionari, dà comunque l’impressione di essere un posto da poveri. Poveri di gusto, idee, desideri; in questo è ancora molto simile all’Italia, benché per vivere nel Bel Paese occorra essere ricchi – e avere stomaco irsuto.
Solitamente, il turista italiano si rivolge all’autoctono nella propria lingua, con lo stesso odioso modo colonialista del francese in vacanza (che però, forse, teme solo l’irrisione, poiché spesso parla l’inglese dell’ispettore Clouseau).
Cambiare il nome Ragusa in Dubrovnik, poco meno di cent’anni fa, è stata folle furia iconoclasta – Zadar, Trogir, Split ricordano l’originale dalmata e italiano. Leggi “Dubrovnik” e pensi a uno sperduto avamposto siberiano; invece la città dentro le mura è una Venezia sicula, bella da togliere il fiato. Intatta ma decadente come ogni città di mare, quasi non avesse attraversato alcuna guerra, non sembra il set alla Gardaland (ovvero Disneyland di periferia) in cui ti ritrovi visitando altre cittadine dalmate.
La Croazia, anche nelle isole in cui ormeggiano decine di yacht da milionari, dà comunque l’impressione di essere un posto da poveri. Poveri di gusto, idee, desideri; in questo è ancora molto simile all’Italia, benché per vivere nel Bel Paese occorra essere ricchi – e avere stomaco irsuto.
Solitamente, il turista italiano si rivolge all’autoctono nella propria lingua, con lo stesso odioso modo colonialista del francese in vacanza (che però, forse, teme solo l’irrisione, poiché spesso parla l’inglese dell’ispettore Clouseau).
Cambiare il nome Ragusa in Dubrovnik, poco meno di cent’anni fa, è stata folle furia iconoclasta – Zadar, Trogir, Split ricordano l’originale dalmata e italiano. Leggi “Dubrovnik” e pensi a uno sperduto avamposto siberiano; invece la città dentro le mura è una Venezia sicula, bella da togliere il fiato. Intatta ma decadente come ogni città di mare, quasi non avesse attraversato alcuna guerra, non sembra il set alla Gardaland (ovvero Disneyland di periferia) in cui ti ritrovi visitando altre cittadine dalmate.
18 dicembre 2008
fondata sull’abuso
Finché dura, trascorro in ufficio fra le trentotto e le quarantadue ore ogni settimana. E sono stanco già il giovedì.
Se un giorno fosse venuto un tizio a dirmi di lavorarne sessantacinque, di ore settimanali, avrei pensato a uno scherzo. Eppure…
«Più flessibilità!»
Flectar, non frangar (ma non si gridava l’opposto, in altri ventennî?)
E io che credevo nel «Lavorare meno, lavorare tutti». Sono davvero altri tempi: mortemporanei.
Forse sono solo uno scansafatiche viziato.
Viziato da chi e quando, però, non saprei proprio dirlo.
Se un giorno fosse venuto un tizio a dirmi di lavorarne sessantacinque, di ore settimanali, avrei pensato a uno scherzo. Eppure…
«Più flessibilità!»
Flectar, non frangar (ma non si gridava l’opposto, in altri ventennî?)
E io che credevo nel «Lavorare meno, lavorare tutti». Sono davvero altri tempi: mortemporanei.
Forse sono solo uno scansafatiche viziato.
Viziato da chi e quando, però, non saprei proprio dirlo.
29 giugno 2008
cose di cui non ho bisogno
Pettorali guizzanti stile 5 su 7 in palestra.
Anello al naso stile vacca al macello.
Tatuaggio tribale stile maori de’ noantri.
Capelli rasati stile «Sono maschio perché ho i capelli corti».
Basettoni alla mandibola stile «Avrei voluto esserci nei Mitici Settanta».
Vestiti grondanti firme costose stile coperta di Linus.
Occhiali a goccia stile Cruise, effetto Venditti contro Funari.
Orpelli ornamentali stile specchietto per allodole.
Orpelli hi-tech stile «Butto i miei scarsi guadagni in orpelli hi-tech».
Amicizie superficiali inesauribili stile «Meglio male accompagnato».
Sesso a consumo rapido stile «Non mi aspetto di meglio dalla vita».
Letture, visioni, ascolti da classifica stile «Non mi va che mi si crede ignorante».
Letture, visioni, ascolti elitari stile «Non mi va che mi si creda un bifolco».
Approvazione stile attore insicuro.
Comprensione stile cucciolo bisognoso d’affetto.
Adulazione stile Web 2.0.
Anello al naso stile vacca al macello.
Tatuaggio tribale stile maori de’ noantri.
Capelli rasati stile «Sono maschio perché ho i capelli corti».
Basettoni alla mandibola stile «Avrei voluto esserci nei Mitici Settanta».
Vestiti grondanti firme costose stile coperta di Linus.
Occhiali a goccia stile Cruise, effetto Venditti contro Funari.
Orpelli ornamentali stile specchietto per allodole.
Orpelli hi-tech stile «Butto i miei scarsi guadagni in orpelli hi-tech».
Amicizie superficiali inesauribili stile «Meglio male accompagnato».
Sesso a consumo rapido stile «Non mi aspetto di meglio dalla vita».
Letture, visioni, ascolti da classifica stile «Non mi va che mi si crede ignorante».
Letture, visioni, ascolti elitari stile «Non mi va che mi si creda un bifolco».
Approvazione stile attore insicuro.
Comprensione stile cucciolo bisognoso d’affetto.
Adulazione stile Web 2.0.
24 aprile 2008
della perfidia inattesa
Cari lettori, il vostro beniamino è tornato da qualche tempo a guardarsi in giro, in quella maniera tutta sua tra azione e attesa, tra aspettative e realtà. Non si combina nulla da troppo tempo, ma non è la questione: semplicemente, ora la solitudine mi pesa.
Chi c’è intorno – lo spasimante di sempre, il nuovo collega «un bel tipo, però…» – è troppo noioso da ghermire, così si ritorna al mondo filtrato dal monitor. Nuovo nome su Pagine Arancioni e simili (lo so, oggi vanno di più MySpace e Flickr, ma penso che un mezzo valga l’altro – per esperienza, nel mio caso valgono tutti assai poco), ed ecco tornare volti e parole dal passato; soprattutto ecco riaffiorare ricordi sparsi degli ultimi quattro anni: belli, inutili, divertenti, spiacevoli.
La parola “perfidia” ha le otto lettere di chi un paio d’anni fa ha messo in scena solo per me un violento diorama di spettacolare cattivo gusto, approntato con il duplice scopo di farmi soffrire e di mostrare una sprezzante superiorità.
Non saprò mai quanto abbia contato l’aiuto di colui che ho perduto, soprattutto grazie a quella gratuita rappresentazione. Non m’importa, in realtà, perché non è la sua nota perversione a stupirmi, quanto la cattiveria tra sconosciuti: come si può essere crudeli con qualcuno che non hai mai incontrato, con cui non hai parlato, che ti è estraneo?
Perfido Inatteso vive secondo una logica del consumo che mi fa orrore. Vampiro d’aspetto e d’indole, consuma corpi, esperienze, luoghi, parole – dei quali tenta di fermare il ricordo con l’ossessivo ricorso alla fotografia (a lui affine: la forma espressiva più fredda, facile e dittatoriale – il glutammato dell’arte).
Causa di litigi tra amici di vecchia data, motivo di rottura brutale tra coppie storiche, Perfido mischia sesso e amicizia, confonde vita e rappresentazione della stessa, si aggira travestito da lupo o da agnello, a seconda del luogo, del tempo, del pubblico; comunque, tra una citazione e la pagina di un libro, non è mai se stesso.
Predatore terrorizzato dall’idea di essere preda, presuntuoso ed egocentrico – la sua firma su ogni cosa e persona che ha toccato –, brama il potere, è violento con i deboli e sottomesso con i potenti, definisce con accortezza le strategie venture (nelle mie previsioni, la scalata è ora al Produttore).
È intelligente, e nel suo lavoro accessorio, bravo. Ma vive in un’illusione, e, anche per questo, è pericoloso.
Insomma: cercando un’improbabile anima gemella, mi sono tornate in mente persone belle, inutili, divertenti, spiacevoli. Ed è a causa di queste che ritrovo intatto l’astio generato dall’immotivata violenza subita, e mi accorgo infine che anche per me è possibile essere crudele con uno sconosciuto, seppure per rivalsa.
Chi c’è intorno – lo spasimante di sempre, il nuovo collega «un bel tipo, però…» – è troppo noioso da ghermire, così si ritorna al mondo filtrato dal monitor. Nuovo nome su Pagine Arancioni e simili (lo so, oggi vanno di più MySpace e Flickr, ma penso che un mezzo valga l’altro – per esperienza, nel mio caso valgono tutti assai poco), ed ecco tornare volti e parole dal passato; soprattutto ecco riaffiorare ricordi sparsi degli ultimi quattro anni: belli, inutili, divertenti, spiacevoli.
La parola “perfidia” ha le otto lettere di chi un paio d’anni fa ha messo in scena solo per me un violento diorama di spettacolare cattivo gusto, approntato con il duplice scopo di farmi soffrire e di mostrare una sprezzante superiorità.
Non saprò mai quanto abbia contato l’aiuto di colui che ho perduto, soprattutto grazie a quella gratuita rappresentazione. Non m’importa, in realtà, perché non è la sua nota perversione a stupirmi, quanto la cattiveria tra sconosciuti: come si può essere crudeli con qualcuno che non hai mai incontrato, con cui non hai parlato, che ti è estraneo?
Perfido Inatteso vive secondo una logica del consumo che mi fa orrore. Vampiro d’aspetto e d’indole, consuma corpi, esperienze, luoghi, parole – dei quali tenta di fermare il ricordo con l’ossessivo ricorso alla fotografia (a lui affine: la forma espressiva più fredda, facile e dittatoriale – il glutammato dell’arte).
Causa di litigi tra amici di vecchia data, motivo di rottura brutale tra coppie storiche, Perfido mischia sesso e amicizia, confonde vita e rappresentazione della stessa, si aggira travestito da lupo o da agnello, a seconda del luogo, del tempo, del pubblico; comunque, tra una citazione e la pagina di un libro, non è mai se stesso.
Predatore terrorizzato dall’idea di essere preda, presuntuoso ed egocentrico – la sua firma su ogni cosa e persona che ha toccato –, brama il potere, è violento con i deboli e sottomesso con i potenti, definisce con accortezza le strategie venture (nelle mie previsioni, la scalata è ora al Produttore).
È intelligente, e nel suo lavoro accessorio, bravo. Ma vive in un’illusione, e, anche per questo, è pericoloso.
Insomma: cercando un’improbabile anima gemella, mi sono tornate in mente persone belle, inutili, divertenti, spiacevoli. Ed è a causa di queste che ritrovo intatto l’astio generato dall’immotivata violenza subita, e mi accorgo infine che anche per me è possibile essere crudele con uno sconosciuto, seppure per rivalsa.
17 aprile 2008
cantiere/reiche und arme
«C’è un maniaco sul Corriere della Sera, la sua mano per la zingara di Brera è nera. Ha un filtro contro la gelosia o una ricetta per l’allegria; legge il destino (ma nelle stelle) e poi ti dice solo cose belle.»
«E quando tu mi lascerai io mi innamorerò di cose più importanti, di samba riguardanti a felicidade. L’amore viene, l’amore va (senza l’amore come si fa?) ma se hai paura fai come me: metti davanti un “se”.»
I Baustelle sono i Ricchi e Poveri di questi anni, con più presunzione e meno ironia.
«Se m’innamoro (se m’innamoro…) – se m’innamoro sarà di te.»
«E quando tu mi lascerai io mi innamorerò di cose più importanti, di samba riguardanti a felicidade. L’amore viene, l’amore va (senza l’amore come si fa?) ma se hai paura fai come me: metti davanti un “se”.»
I Baustelle sono i Ricchi e Poveri di questi anni, con più presunzione e meno ironia.
«Se m’innamoro (se m’innamoro…) – se m’innamoro sarà di te.»
15 aprile 2008
esterni milanesi
Spazio In.Transi.Gente presenta neocontenitori postdesign e sedute organiche destrutturate.
Soopagruppo espone selezione fotografica nell’ambito del progetto Meet-in-town / Azioni distorte.
Evento fuori salone alla pensilina dei taxi sul lato est della stazione Centrale, sabato mattina alle 5.45. Buffet freddo, solo su invito.
Soopagruppo espone selezione fotografica nell’ambito del progetto Meet-in-town / Azioni distorte.
Evento fuori salone alla pensilina dei taxi sul lato est della stazione Centrale, sabato mattina alle 5.45. Buffet freddo, solo su invito.
11 aprile 2008
inevitabile stronzata
1993. «Come posso salvare le mie aziende sull’orlo della bancarotta ed evitare la galera? Scendo in campo, bevo l’amaro calice e mi dipingo un po’ di leggi addosso.»
2008. «La politica è il miglior investimento della mia vita. Alcuni li convinci con un po’ di denaro (che tanto torna indietro con gli interessi), la massa la fotti con un po’ di pubblicità. E poi, non c’è il due senza il tre.»
E così, dopo mille ripensamenti, mi ritrovo a votare Democrazia Veltroniana per contribuire ad arrestare il saltimbanco dittatore.
Mi tappo il naso da quando ho diciott’anni, ormai più per il tanfo che per altro, e mi chiedo quanto ancora sopravviverò senza respiro.
Luttazzi ha detto che il PD è un’inevitabile stronzata. Per me, la è anche votarlo.
2008. «La politica è il miglior investimento della mia vita. Alcuni li convinci con un po’ di denaro (che tanto torna indietro con gli interessi), la massa la fotti con un po’ di pubblicità. E poi, non c’è il due senza il tre.»
E così, dopo mille ripensamenti, mi ritrovo a votare Democrazia Veltroniana per contribuire ad arrestare il saltimbanco dittatore.
Mi tappo il naso da quando ho diciott’anni, ormai più per il tanfo che per altro, e mi chiedo quanto ancora sopravviverò senza respiro.
Luttazzi ha detto che il PD è un’inevitabile stronzata. Per me, la è anche votarlo.
25 febbraio 2008
alcuni sembrano dietrologi
Alcune persone, alla televisione e non solo, sembrano scegliere un nuovo colore per l’iride al fine di apparire diverse o più belle, ma con più probabilità nascondono solo pupille stupefacentemente dilatate.
Alcune catene di mediocri pizzerie dai nomi suggestivi, comparse in città come muffa negli ultimi anni, sembrano la copertura ideale per camorristi impegnati nel riciclaggio di denaro.
Alcune opinioni anacronistiche ed estreme di personaggi pubblici, installate sulle prime pagine dei quotidiani per settimane, infiammano l’opinione pubblica ma sembrano voler distogliere l’attenzione da problemi molto più attuali e preoccupanti – e paiono inoltre orchestrate da quei conservatori che, nel non appoggiarle, si travestono temporaneamente da progressisti allargando i propri consensi.
Alcune catene di mediocri pizzerie dai nomi suggestivi, comparse in città come muffa negli ultimi anni, sembrano la copertura ideale per camorristi impegnati nel riciclaggio di denaro.
Alcune opinioni anacronistiche ed estreme di personaggi pubblici, installate sulle prime pagine dei quotidiani per settimane, infiammano l’opinione pubblica ma sembrano voler distogliere l’attenzione da problemi molto più attuali e preoccupanti – e paiono inoltre orchestrate da quei conservatori che, nel non appoggiarle, si travestono temporaneamente da progressisti allargando i propri consensi.
30 settembre 2007
desolante panorama
Anche se ce n’è sempre una copia in ufficio, non leggo mai quella rivista di gossip politico che ha tra i suoi collaboratori Baget Bozzo, Ferrara, Guzzanti, Socci, Vespa. Qualche giorno fa ho derogato a questa regola, una delle decine che m’impongo in maniera più o meno cosciente, perché ho visto il richiamo in copertina di una delle rarissime interviste a Bernardo Caprotti, il signor Esselunga.
Dovete sapere che una delle cose di cui mi vergogno è la mia assoluta fedeltà nei confronti della creatura di quest’uomo, notoriamente allergico al concetto “diritti del lavoratore” e munifico finanziatore di Forza Italia. È più forte di me: una volta alla settimana torno a casa con due sacchetti gialli, soddisfatto di aver trovato tutto quel che mi sfama, pagandolo meno che in altri supermercati, e persino di aver barattato le preziose informazioni sui miei consumi in cambio di punti Fìdaty (nomen omen). Quanto è bella la lampada che mi regaleranno?
Ecco: lui è dispotico e finanzia Berlusconi, e io finanzio lui (il sillogismo lo chiudete voi, a me manca il coraggio). Comunque, Caprotti nell’intervista inveisce contro la Coop, raccontando fatti di favori politici e fiscali assai gravi, inquietanti e al limite della legalità. Certo, è la parola di uno squalo, amplificata da un giornale di destra, ma è l’ennesima mina che contribuisce a rendere ancor più pencolante l’immagine che ho della Sinistra italiana, sulla cui pulizia ho creduto con stolta cecità per anni.
Ma non è né di questo né della pubblicazione di un approfondimento sul caso Piero Gelmini (59 accusatori, interviste a ragazzi molestati; lo squallido ritratto della Chiesa cattolica – a proposito: aspetto con curiosità le polemiche che seguiranno la messa in onda domani sera di preti omosessuali a caccia di sesso ripresi con una telecamera nascosta).
C’è una mezza pagina nella sezione del giornale “Il nostro tempo” (il senso è evidentemente «Si stava meglio quando si stava peggio»; altri articoli raccontano l’uso massiccio di Viagra da parte dei ventenni e il raddoppio dei divorzi negli ultimi dieci anni) che s’intitola “Non fu solo un bacio quella sera al Colosseo”. Del caso scrissi qui in maniera provocatoria – il titolo giocava su un doppio senso, e la chiusa era affidata in maniera scontata a Pirandello: la verità cambia secondo il punto di vista. Non mi ha quindi stupito leggere che nel verbale dei carabinieri si denuncino i due perché sorpresi in un luogo pubblico nel mezzo di un pompino; mi ha colpito e indignato («Signora mia!») vedere proprio il verbale, stampato per intero, in un leggibilissimo formato 4x5 centimetri, e completo di nomi, cognomi, indirizzi e altri dati personali dei ragazzi.
Il messaggio mi pare chiaro: voi due, vergognatevi; voialtri, attenzione a quello che fate – è tornata l’esposizione pubblica con la gogna al collo.
«Until they become conscious they will never rebel, and until after they have rebelled they cannot become conscious.»
Dovete sapere che una delle cose di cui mi vergogno è la mia assoluta fedeltà nei confronti della creatura di quest’uomo, notoriamente allergico al concetto “diritti del lavoratore” e munifico finanziatore di Forza Italia. È più forte di me: una volta alla settimana torno a casa con due sacchetti gialli, soddisfatto di aver trovato tutto quel che mi sfama, pagandolo meno che in altri supermercati, e persino di aver barattato le preziose informazioni sui miei consumi in cambio di punti Fìdaty (nomen omen). Quanto è bella la lampada che mi regaleranno?
Ecco: lui è dispotico e finanzia Berlusconi, e io finanzio lui (il sillogismo lo chiudete voi, a me manca il coraggio). Comunque, Caprotti nell’intervista inveisce contro la Coop, raccontando fatti di favori politici e fiscali assai gravi, inquietanti e al limite della legalità. Certo, è la parola di uno squalo, amplificata da un giornale di destra, ma è l’ennesima mina che contribuisce a rendere ancor più pencolante l’immagine che ho della Sinistra italiana, sulla cui pulizia ho creduto con stolta cecità per anni.
Ma non è né di questo né della pubblicazione di un approfondimento sul caso Piero Gelmini (59 accusatori, interviste a ragazzi molestati; lo squallido ritratto della Chiesa cattolica – a proposito: aspetto con curiosità le polemiche che seguiranno la messa in onda domani sera di preti omosessuali a caccia di sesso ripresi con una telecamera nascosta).
C’è una mezza pagina nella sezione del giornale “Il nostro tempo” (il senso è evidentemente «Si stava meglio quando si stava peggio»; altri articoli raccontano l’uso massiccio di Viagra da parte dei ventenni e il raddoppio dei divorzi negli ultimi dieci anni) che s’intitola “Non fu solo un bacio quella sera al Colosseo”. Del caso scrissi qui in maniera provocatoria – il titolo giocava su un doppio senso, e la chiusa era affidata in maniera scontata a Pirandello: la verità cambia secondo il punto di vista. Non mi ha quindi stupito leggere che nel verbale dei carabinieri si denuncino i due perché sorpresi in un luogo pubblico nel mezzo di un pompino; mi ha colpito e indignato («Signora mia!») vedere proprio il verbale, stampato per intero, in un leggibilissimo formato 4x5 centimetri, e completo di nomi, cognomi, indirizzi e altri dati personali dei ragazzi.
Il messaggio mi pare chiaro: voi due, vergognatevi; voialtri, attenzione a quello che fate – è tornata l’esposizione pubblica con la gogna al collo.
«Until they become conscious they will never rebel, and until after they have rebelled they cannot become conscious.»
28 agosto 2007
emozioni speciali
(segue)
Se c’è una cosa che davvero mi irrita, è il commento idiota al post di un blog.
Uno scrive tre righe senza pretese, a mo’ di diario, e arriva ad avvoltoio la lettrice o il lettore che pensa di aver capito tutto: «Lo so cosa vuoi dire, ci sono passata. Leggerti è sempre un’emozione splendida. Sei una persona speciale.»
Se c’è una cosa che mi sembra assurdamente idiota, è MySpace.
Quattro brutte foto, un po’ di filmati, due parole in libertà, una grafica agghiacciante e il sistema degli inviti e delle “amicizie”: «Grazie di avermi aggiunto come tuo amico. Mi hai emozionato. Sei una persona speciale.»
Se c’è una cosa che mi fa imbufalire, è Flickr (in generale), ma anche chi commenta le fotografie su Flickr (in particolare).
Si aprono le gabbie, e sciami di presuntuosi fotografucci della domenica ronzano con la loro reflex digitale d’ordinanza. Escono di casa con il solo scopo di scattare la foto da pubblicare, spesso dopo paziente e smodato fotoritocco: il taglio più ardito, la luce più estrema, l’oggetto d’arte più inconsueto, il ritratto in bianco e nero al tizio discinto che fa boccuccia.
I commenti sono l’esaltazione di questo troppo che traveste il niente: «Bella saturazione. Sai dare emozioni. Sei una persona speciale.»
Ecco: se dovessi definire i personaggi che animano queste mie idiosincrasie, dovrei prendere in prestito una definizione preziosa, opera di un amico di altri tempi. Con snobismo malcelato, li definirei “Protagonisti del nulla”.
Se c’è una cosa che davvero mi irrita, è il commento idiota al post di un blog.
Uno scrive tre righe senza pretese, a mo’ di diario, e arriva ad avvoltoio la lettrice o il lettore che pensa di aver capito tutto: «Lo so cosa vuoi dire, ci sono passata. Leggerti è sempre un’emozione splendida. Sei una persona speciale.»
Se c’è una cosa che mi sembra assurdamente idiota, è MySpace.
Quattro brutte foto, un po’ di filmati, due parole in libertà, una grafica agghiacciante e il sistema degli inviti e delle “amicizie”: «Grazie di avermi aggiunto come tuo amico. Mi hai emozionato. Sei una persona speciale.»
Se c’è una cosa che mi fa imbufalire, è Flickr (in generale), ma anche chi commenta le fotografie su Flickr (in particolare).
Si aprono le gabbie, e sciami di presuntuosi fotografucci della domenica ronzano con la loro reflex digitale d’ordinanza. Escono di casa con il solo scopo di scattare la foto da pubblicare, spesso dopo paziente e smodato fotoritocco: il taglio più ardito, la luce più estrema, l’oggetto d’arte più inconsueto, il ritratto in bianco e nero al tizio discinto che fa boccuccia.
I commenti sono l’esaltazione di questo troppo che traveste il niente: «Bella saturazione. Sai dare emozioni. Sei una persona speciale.»
Ecco: se dovessi definire i personaggi che animano queste mie idiosincrasie, dovrei prendere in prestito una definizione preziosa, opera di un amico di altri tempi. Con snobismo malcelato, li definirei “Protagonisti del nulla”.
26 agosto 2007
una stella che brilla
Chiamatemi Ismaele.
I miei occhi sono grigi come mare d’inverno.
Sulla mia lingua c’è il sapore aspro di una sfera di metallo.
È quella piccola cosa che mi rende speciale.
La pioggia batte ritmicamente sul davanzale della finestra.
Anche il mio cuore batte.
Batte per un ricordo, batte per una nuova Emozione.
In casa ora non c’è nessun altro.
Ma non sono solo, la solitudine è uno stato mentale.
Oggi compio gli anni, è un momento importante.
È il giro di boa.
Ho provato a conoscere il mondo, in questi anni.
E ci sono riuscito.
Vita, morte.
Passione e dolore.
Gli sguardi, il Ricordo.
La forza del Destino.
Apro gli occhi come fosse la prima volta.
Mi guardo allo specchio e mi riconosco.
Sono io. Ogni giorno diverso, ma sempre uguale.
Ho ancora nuovi sogni in un cassetto.
Sogni di Felicità.
Sogni di Amore.
Sogni di Gioia.
Sogni.
Ieri il cielo era terso, pulito come i miei pensieri.
Ho atteso il crepuscolo nella brezza leggera.
Anche il mio cuore era leggero, e puro.
Ho visto una stella cadente e ho espresso un Desiderio.
Ho pensato:
«Il giorno che scriverò puttanate simili sul mio blog, anzi: il giorno che mi accorgerò anche solo di pensare banalità e frasi vuote di questo genere (il genere in cui incappo con orrore su vari blog, zeppi di parole a casaccio vomitate da poveretti, simili a perversi Peter Pan), vado a farmi dare una raddrizzatina in un centro di recupero di Piero Gelmini».
Ecco quello che ho desiderato.
(segue)
I miei occhi sono grigi come mare d’inverno.
Sulla mia lingua c’è il sapore aspro di una sfera di metallo.
È quella piccola cosa che mi rende speciale.
La pioggia batte ritmicamente sul davanzale della finestra.
Anche il mio cuore batte.
Batte per un ricordo, batte per una nuova Emozione.
In casa ora non c’è nessun altro.
Ma non sono solo, la solitudine è uno stato mentale.
Oggi compio gli anni, è un momento importante.
È il giro di boa.
Ho provato a conoscere il mondo, in questi anni.
E ci sono riuscito.
Vita, morte.
Passione e dolore.
Gli sguardi, il Ricordo.
La forza del Destino.
Apro gli occhi come fosse la prima volta.
Mi guardo allo specchio e mi riconosco.
Sono io. Ogni giorno diverso, ma sempre uguale.
Ho ancora nuovi sogni in un cassetto.
Sogni di Felicità.
Sogni di Amore.
Sogni di Gioia.
Sogni.
Ieri il cielo era terso, pulito come i miei pensieri.
Ho atteso il crepuscolo nella brezza leggera.
Anche il mio cuore era leggero, e puro.
Ho visto una stella cadente e ho espresso un Desiderio.
Ho pensato:
«Il giorno che scriverò puttanate simili sul mio blog, anzi: il giorno che mi accorgerò anche solo di pensare banalità e frasi vuote di questo genere (il genere in cui incappo con orrore su vari blog, zeppi di parole a casaccio vomitate da poveretti, simili a perversi Peter Pan), vado a farmi dare una raddrizzatina in un centro di recupero di Piero Gelmini».
Ecco quello che ho desiderato.
(segue)
22 agosto 2007
baciami, stronzo
Le uniche due volte che non ho aspettato fosse l’altro a fare la prima mossa (a prendere l’iniziativa, srotolare la lingua in bocca – ditela come volete) sono stato rifiutato. Una batosta clamorosa, per uno abituato ad avere un decente favore sociale.
Vi racconto com’è andata.
Venti e qualcosa anni, accompagno a casa questo ragazzo molto carino con il quale ho trascorso una serata piacevole; m’interessa e pare interessato a me e a quel che gli racconto. Insomma, seduto in automobile, al momento di salutarci, lo guardo negli occhi e – forte dei miei cinque anni in più – avvicino le labbra alle sue. Lui lascia che le appoggi ma le tiene serrate; apre in fretta la portiera dell’auto, dice «Ciao» e s’infila nel portone, lasciandomi di sasso a guardare l’aria al mio fianco, come in un film.
Trentun anni, rispondo a un messaggio sulle Pagine Arancioni e incontro questo bel giovane che viene dall’Europa dell’Est. Un po’ troppo “bene” e “in carriera”, dunque non esattamente il mio tipo, ma il tempo che passiamo a chiacchierare è molto gradevole (anche per lui, mi sembra). E succedono anche eventi inconsueti che rendono la serata memorabile. Insomma, seduto in automobile, al momento di salutarci, lo guardo negli occhi e – forte dei miei sette anni in più – sto per avvicinare le labbra alle sue. Lui non lascia neppure che le appoggi; sorride, apre in fretta la portiera dell’auto, dice «È stata una molto bella serata» e s’infila nel portone, lasciandomi di sasso a guardare ancora l’aria al mio fianco, come in un film.
La domanda che ci si fa in questi casi («Cosa c’è di sbagliato in me?») è errata. Quella giusta è: «Cosa c’è di sbagliato in questi giovani presuntuosetti, che se vengono dall’Est non hanno neppure il gusto di salutarti con una frase in italiano corretto, malgrado le costosissime scuole internazionali?», oppure la sua variante: «Ma pensano di averlo solo loro?» (a quali compromessi si scende per non ammettere i fallimenti…)
Poi si torna a casa e, a scelta, si sta alzati in ricognizione fino alle quattro davanti alle Pagine Arancioni, oppure si cerca su internet il numero di telefono di un convento con vista mare.
Sconsacrato, ovvio, per andarci alla prima occasione con il prossimo tizio che a fine serata, lui, ci srotolerà la lingua in bocca.
Vi racconto com’è andata.
Venti e qualcosa anni, accompagno a casa questo ragazzo molto carino con il quale ho trascorso una serata piacevole; m’interessa e pare interessato a me e a quel che gli racconto. Insomma, seduto in automobile, al momento di salutarci, lo guardo negli occhi e – forte dei miei cinque anni in più – avvicino le labbra alle sue. Lui lascia che le appoggi ma le tiene serrate; apre in fretta la portiera dell’auto, dice «Ciao» e s’infila nel portone, lasciandomi di sasso a guardare l’aria al mio fianco, come in un film.
Trentun anni, rispondo a un messaggio sulle Pagine Arancioni e incontro questo bel giovane che viene dall’Europa dell’Est. Un po’ troppo “bene” e “in carriera”, dunque non esattamente il mio tipo, ma il tempo che passiamo a chiacchierare è molto gradevole (anche per lui, mi sembra). E succedono anche eventi inconsueti che rendono la serata memorabile. Insomma, seduto in automobile, al momento di salutarci, lo guardo negli occhi e – forte dei miei sette anni in più – sto per avvicinare le labbra alle sue. Lui non lascia neppure che le appoggi; sorride, apre in fretta la portiera dell’auto, dice «È stata una molto bella serata» e s’infila nel portone, lasciandomi di sasso a guardare ancora l’aria al mio fianco, come in un film.
La domanda che ci si fa in questi casi («Cosa c’è di sbagliato in me?») è errata. Quella giusta è: «Cosa c’è di sbagliato in questi giovani presuntuosetti, che se vengono dall’Est non hanno neppure il gusto di salutarti con una frase in italiano corretto, malgrado le costosissime scuole internazionali?», oppure la sua variante: «Ma pensano di averlo solo loro?» (a quali compromessi si scende per non ammettere i fallimenti…)
Poi si torna a casa e, a scelta, si sta alzati in ricognizione fino alle quattro davanti alle Pagine Arancioni, oppure si cerca su internet il numero di telefono di un convento con vista mare.
Sconsacrato, ovvio, per andarci alla prima occasione con il prossimo tizio che a fine serata, lui, ci srotolerà la lingua in bocca.
6 agosto 2007
parola (del signore) torna indietro
«Mi sembra ci sia in atto una strategia mondiale di questa lobby – come chiamarla? – ebraico-radical chic, che partendo dalla Chiesa americana tende a indebolire la Chiesa tutta.»
Piero Gelmini, prete cattolico lautamente sovvenzionato da Silvio Berlusconi, oggi indagato («Sta soffrendo le sue piaghe insieme a Cristo…») per abusi sessuali ai danni di ospiti della sua comunità per la conversione di tossicodipendenti. Il perfetto italiano medio: prediche interessate e azioni incoerenti.
«Se l’ho detto, mi è sfuggito.»
Piero Gelmini, prete cattolico lautamente sovvenzionato da Silvio Berlusconi, oggi indagato («Sta soffrendo le sue piaghe insieme a Cristo…») per abusi sessuali ai danni di ospiti della sua comunità per la conversione di tossicodipendenti. Il perfetto italiano medio: prediche interessate e azioni incoerenti.
«Se l’ho detto, mi è sfuggito.»
5 giugno 2007
la magia del palcoscenico
Siamo un branco di sprovveduti nelle mani di un incapace sadico.
Il corso, del resto, è di Masochismo Applicato; avrei fatto meglio ad abbandonare dopo il primo trimestre.
Lo “spettacolo” del “regista” andato in scena due settimane fa era semplicemente orrendo. Un vero cul de sac, un mucchio di banalità disarmanti e un tema potenzialmente interessante soffocato dall’inettitudine delle attici – e soprattutto dello sceneggiatore, lo stesso “regista”.
Costui è lo stesso incapace sadico nelle cui mani screpolate siamo finiti.
Così io sarò un innamorato alla Peynet sullo sfondo dell’azione, ma contemporaneamente (testuali parole del “regista”) un Wile E. Coyote al quale un duo di serve fa continui scherzi idioti. Stasera mi hanno bruciato una mano sfregandola con una corda; non per finta, la mano mi fa male. A oggi (siamo in scena fra tre settimane) neanche una riga di testo assegnata.
Eppure una storia esiste: è Les Précieuses Ridicules di Molière, una commedia leggera che si presterebbe anche a letture interessanti. Questa, comunque, non lo è.
Spero che a nessuno venga la pessima idea di venirci a vedere: non riuscirebbe neppure a ridere di noi (è un avvertimento, cari amici che pensate di comparire proditoriamente tra lo sparuto pubblico della palestra che chiamano teatro).
L’anno prossimo, corso di tedesco e yoga.
Il corso, del resto, è di Masochismo Applicato; avrei fatto meglio ad abbandonare dopo il primo trimestre.
Lo “spettacolo” del “regista” andato in scena due settimane fa era semplicemente orrendo. Un vero cul de sac, un mucchio di banalità disarmanti e un tema potenzialmente interessante soffocato dall’inettitudine delle attici – e soprattutto dello sceneggiatore, lo stesso “regista”.
Costui è lo stesso incapace sadico nelle cui mani screpolate siamo finiti.
Così io sarò un innamorato alla Peynet sullo sfondo dell’azione, ma contemporaneamente (testuali parole del “regista”) un Wile E. Coyote al quale un duo di serve fa continui scherzi idioti. Stasera mi hanno bruciato una mano sfregandola con una corda; non per finta, la mano mi fa male. A oggi (siamo in scena fra tre settimane) neanche una riga di testo assegnata.
Eppure una storia esiste: è Les Précieuses Ridicules di Molière, una commedia leggera che si presterebbe anche a letture interessanti. Questa, comunque, non lo è.
Spero che a nessuno venga la pessima idea di venirci a vedere: non riuscirebbe neppure a ridere di noi (è un avvertimento, cari amici che pensate di comparire proditoriamente tra lo sparuto pubblico della palestra che chiamano teatro).
L’anno prossimo, corso di tedesco e yoga.
23 maggio 2007
singolare polirematica
Secondo me, la cosa immorale è che in questo Paese – una semidittatura da operetta – non ci si possa permettere neppure di avere un’associazione a tutela dei consumatori che sia davvero e soltanto a tutela di.
Tuttavia, visto che chiunque ritiene di poter dare liberamente giudizi di valore e di principio: Joseph! Angelo! avete qualcosa da aggiungere?
Tuttavia, visto che chiunque ritiene di poter dare liberamente giudizi di valore e di principio: Joseph! Angelo! avete qualcosa da aggiungere?
18 marzo 2007
breaking news
Una cappa d’odio è calata inattesa sulla Grande Città del Nord. Si segnalano cambiamenti repentini nei suoi abitanti. I fiumi sono in piena, potete stare a galla.
15 marzo 2007
déja vu: inciviltà dell’immagine
Ne parlavo mesi fa con Garçon: si era diviso il mondo degli esibizionisti del web (ovvero tutti noi incontinenti di futilità) in adepti dei Blog e seguaci di Flickr; due religioni parallele, e che in quanto tali non possono incontrarsi e fondersi, ma praticate da molti in modo simmetrico.
Oggi lo scrivere e il fotografare non hanno la stessa dignità: per mancanza di gusto e gusto dell’eccesso si è giunti a una dittatura nella quale l’immagine è comunque al centro della scena e ha sempre quel gusto dolciastro – dunque appagante – del già visto, del già provato.
Dei flickeranti mi annoiano spesso lo scioccare sciocco e la spocchia di chi s’illude di fare arte, e l’arte contemporanea, non solo fotografica, ignora. E i loro superflui album di foto mi ricordano le infinite sessioni di diapositive post vacanze a casa di amici, quelle sfibranti serate derise da decine di film.
Mi irritano soprattutto i commenti: sperticati elogi, sempre – con un frasario mai più che televisivo (una profusione di termini come “emozione”, “sentimento”). Davvero, nessuno che scriva: «Un soggetto banaluccio, e la luce fa cacare»; ma sarebbero quelli i commenti utili, almeno uno può farne tesoro e migliorare.
L’opposta fazione è quella della parola, che vive di un rinnovato fascino anche grazie ai blog, capaci di donarle un’inattesa leggerezza. I commenti sono la riprova: non si legge praticamente mai roba tipo «Troppo bello quello che hai scritto, mi ha toccato dentro», per fortuna, ma spunti che aggiungono, completano, a volte deviano, ma contribuiscono comunque ad arricchire non la vanità ma la comunicazione.
Chiarisco: un’immagine può essere potente, immediata, anche ambigua (l’ambiguità è sempre da perseguire, diceva la mia professoressa di greco parlando delle traduzioni, perché arricchisce di sfumature e muove la mente, ma è difficile da ottenere), e non oso contestarne la forza; metterei in crisi anche i fondamenti del mio lavoro.
Quel che ritengo deprecabile è la sua apparente facilità, che ne fa uno strumento abusato e anche pericoloso, non foss’altro che per il tempo. Intendo dire che se ho una pagina con un testo e una con varie fotografie, potrò leggere qualche riga qua e là della prima e farmi un’idea di quel che c’è scritto, ma non posso fare altrettanto con la seconda se la selezione di immagini è eterogenea: dovrò dedicare un po’ di tempo a ciascuna per capire che cosa racconta. E inoltre il vedere questo racconto mi priva della libertà di immaginarne luoghi e personaggi, di usare la fantasia.
Ma forse questo è un aspetto marginale, e mi trovo alla fine di questo sproloquio a cercare di tirare le somme e ad accorgermi che forse mi sto accanendo inutilmente e con argomenti miseri. Semplicemente dovrei dire che mi capita più spesso di trovare blog interessanti e ben scritti, piuttosto che belle fotografie scattate da amatori.
D’altronde, ne parlavo mesi fa con Garçon: si era diviso il mondo…
Oggi lo scrivere e il fotografare non hanno la stessa dignità: per mancanza di gusto e gusto dell’eccesso si è giunti a una dittatura nella quale l’immagine è comunque al centro della scena e ha sempre quel gusto dolciastro – dunque appagante – del già visto, del già provato.
Dei flickeranti mi annoiano spesso lo scioccare sciocco e la spocchia di chi s’illude di fare arte, e l’arte contemporanea, non solo fotografica, ignora. E i loro superflui album di foto mi ricordano le infinite sessioni di diapositive post vacanze a casa di amici, quelle sfibranti serate derise da decine di film.
Mi irritano soprattutto i commenti: sperticati elogi, sempre – con un frasario mai più che televisivo (una profusione di termini come “emozione”, “sentimento”). Davvero, nessuno che scriva: «Un soggetto banaluccio, e la luce fa cacare»; ma sarebbero quelli i commenti utili, almeno uno può farne tesoro e migliorare.
L’opposta fazione è quella della parola, che vive di un rinnovato fascino anche grazie ai blog, capaci di donarle un’inattesa leggerezza. I commenti sono la riprova: non si legge praticamente mai roba tipo «Troppo bello quello che hai scritto, mi ha toccato dentro», per fortuna, ma spunti che aggiungono, completano, a volte deviano, ma contribuiscono comunque ad arricchire non la vanità ma la comunicazione.
Chiarisco: un’immagine può essere potente, immediata, anche ambigua (l’ambiguità è sempre da perseguire, diceva la mia professoressa di greco parlando delle traduzioni, perché arricchisce di sfumature e muove la mente, ma è difficile da ottenere), e non oso contestarne la forza; metterei in crisi anche i fondamenti del mio lavoro.
Quel che ritengo deprecabile è la sua apparente facilità, che ne fa uno strumento abusato e anche pericoloso, non foss’altro che per il tempo. Intendo dire che se ho una pagina con un testo e una con varie fotografie, potrò leggere qualche riga qua e là della prima e farmi un’idea di quel che c’è scritto, ma non posso fare altrettanto con la seconda se la selezione di immagini è eterogenea: dovrò dedicare un po’ di tempo a ciascuna per capire che cosa racconta. E inoltre il vedere questo racconto mi priva della libertà di immaginarne luoghi e personaggi, di usare la fantasia.
Ma forse questo è un aspetto marginale, e mi trovo alla fine di questo sproloquio a cercare di tirare le somme e ad accorgermi che forse mi sto accanendo inutilmente e con argomenti miseri. Semplicemente dovrei dire che mi capita più spesso di trovare blog interessanti e ben scritti, piuttosto che belle fotografie scattate da amatori.
D’altronde, ne parlavo mesi fa con Garçon: si era diviso il mondo…
1 marzo 2007
viva l’itaglia
Senato, Sanremo, Calcio, Camorra.
«Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.» Italo Calvino
«Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.» Italo Calvino
22 agosto 2006
specimen days
In fondo lo sapevo da quando l’ho comprato un anno fa.
Allora ne lessi qualche pagina e non ci trovai nulla; lo abbandonai subito per qualcosa di meglio (impossibile ricordare cosa fosse). Poi, nel caos della partenza, un libro da portare, quello lì che occhieggia dalla pila dei non letti sul comodino (ma quanti sono? quando smetterò di comprare libri prima di aver letto i cinquanta che aspettano e s’impolverano di fianco al letto?). Ed ecco, è sull’aereo.
Giorni Memorabili di Cunningham è una porcata che acquisti perché hai amato Carne e sangue e leggi perché speri di trovare la splendida prosa tradotta da dio dei precedenti romanzi.
Trovi invece una struttura clonata da Le Ore, ma gonfiata (e quel libro funzionava soprattutto grazie alla sua leggiadra snellezza), senza alcuna magia nelle storie che s’intrecciano (ovvero con legami debolissimi e banali – quanto è insopportabile e inutile quella tazza? e quanto è idiota chi l’ha messa in copertina nell’edizione italiana?), con riferimenti a Whitman in luogo della Wolfe (uova di lompo versus caviale Beluga); un romanzo stucchevole, mal scritto e superfluo (certo, qualcosa di buono c’è, ma non basta… e poi quanto è scocciante lo smascheramento di MC? Quanto mi è dispiaciuto scoprire che non è un vero talento della letteratura contemporanea ma un banale, noioso borghesuccio newyorkese? – certo potevo già capirlo dall’insulso saggetto su Cape Cod, infarcito di risibile, farlocco snobismo).
Per fortuna esiste Philip Roth e avevo attorno a me i paesaggi dell’Islanda.
Oh, a proposito: sano e salvo, sono tornato.
Allo Stansted airport molto più casino del solito. Mi sono perso qualcosa?
Allora ne lessi qualche pagina e non ci trovai nulla; lo abbandonai subito per qualcosa di meglio (impossibile ricordare cosa fosse). Poi, nel caos della partenza, un libro da portare, quello lì che occhieggia dalla pila dei non letti sul comodino (ma quanti sono? quando smetterò di comprare libri prima di aver letto i cinquanta che aspettano e s’impolverano di fianco al letto?). Ed ecco, è sull’aereo.
Giorni Memorabili di Cunningham è una porcata che acquisti perché hai amato Carne e sangue e leggi perché speri di trovare la splendida prosa tradotta da dio dei precedenti romanzi.
Trovi invece una struttura clonata da Le Ore, ma gonfiata (e quel libro funzionava soprattutto grazie alla sua leggiadra snellezza), senza alcuna magia nelle storie che s’intrecciano (ovvero con legami debolissimi e banali – quanto è insopportabile e inutile quella tazza? e quanto è idiota chi l’ha messa in copertina nell’edizione italiana?), con riferimenti a Whitman in luogo della Wolfe (uova di lompo versus caviale Beluga); un romanzo stucchevole, mal scritto e superfluo (certo, qualcosa di buono c’è, ma non basta… e poi quanto è scocciante lo smascheramento di MC? Quanto mi è dispiaciuto scoprire che non è un vero talento della letteratura contemporanea ma un banale, noioso borghesuccio newyorkese? – certo potevo già capirlo dall’insulso saggetto su Cape Cod, infarcito di risibile, farlocco snobismo).
Per fortuna esiste Philip Roth e avevo attorno a me i paesaggi dell’Islanda.
Oh, a proposito: sano e salvo, sono tornato.
Allo Stansted airport molto più casino del solito. Mi sono perso qualcosa?
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