30 dicembre 2009

il mio regalo per te

Mi scatterò una fotografia. Sul retro scriverò «Per pg, comunque. Andrea». La chiuderò in una busta e te la spedirò.

Ti offro, catturata dall’obiettivo, la mia anima. Anche se è già tua: me l’hai rubata nove anni fa.

Ma non posso usare altro tempo per cercare di farla di nuovo mia. Eccola. Ti appartiene. Come tanti, troppi pensieri.

6 dicembre 2009

attualmente, nella torre d’avorio

Attualmente non riesco proprio a togliermi di dosso questa alienante sensazione di precarietà. Le promesse di chi mi dà lavoro, le parole di chi è vicino, le scaglie di affetto di chi è lontano non bastano a trovare un motivo e a costruire la proiezione del futuro.

Attualmente non ho ancora imparato come ci si comporta tra esseri umani. Non rispondo a domande dirette o implicite – per pigrizia e codardia. Dico troppi «no». Non faccio mai un passo per primo. M’illudo che le mie azioni siano chiare e logiche per chiunque. E illudo, mio malgrado.

Attualmente non ho le idee chiare su quel che è stato, e se possa fare da base abbastanza solida per costruire qualcosa. Ma non sono l’unico ad avere dubbi, e la circospezione, ora, è meglio dell’avventatezza.

Attualmente parlare di pg e definirlo Ossessione Perduta è un volgare indice della mia ipocrisia lessicale: in realtà sono riuscito a perdere lui, non l’ossessione. E in proposito, è sconfortante scoprire che chiunque io conosca ha un’ossessione, e non è riuscito a liberarsene: solo le persone molto semplici o fortunate non sanno cosa significhi sentir gocciolare, talvolta, sangue dalla ferita.

Attualmente continuo a immaginarmi protagonista di un musical: basta cambiare qualche parola, e ogni canzone di qualsiasi spettacolo si adatta alla mia vita da disadattato. In questi giorni, l’orfanella fortunata diventa l’uomo in attesa di chi non tornerà (So maybe now these prayer’s the last one of its kind: won’t you please come get your baby, maybe…) che ritrova la speranza (Bet your bottom dollar that tomorrow there’ll be sun) e dà un senso alla sua vita volando al di là dell’oceano (Good night, sleep tight in NYC) per ritrovare infine il sorriso (You’re never fully dressed without a smile) grazie al vero amore (I don’t need anything but you). E, per un po’, il sorriso ritorna.

Attualmente scrivo troppo poco. Ma non ho perso passione per questo diario: l’ho persa per il racconto – anche altrui. E se ogni tanto m’impongo la fatica che costa ciascuna di queste parole, è perché, alla fine, questo è un piccolo regalo che mi faccio per domani (Tomorrow, tomorrow. I love you, tomorrow: you’re always a day away).

(Applausi, sipario.)

17 novembre 2009

antologia del quadrimestre

nd non può fare a meno di notare che su facebook tutto cambia per restare sempre uguale.
nd teme il ritorno in canotto.
nd è in arrivo e in partenza.
nd sbadiglia in ufficio, da solo.
nd finge di lavorare e si dedica (finalmente) al blog.
nd si sta immedesimando troppo nella parte del Signorino Snob.
nd si piace solo negli autoscatti.
nd: je reste, je me déteste.
nd tra quest’illusione e questo sentimento.
nd dans trop de films, de chansons et de livres.
nd è già alle cozze (dopo sole tre settimane).
nd: «bees do it».
nd: «Honey, what’s this, what’s happening, what’s going on here?»
nd non legge mai trattati di economia politica.
nd pensa che per divertirsi su facebook si debba essere un po’ puttane.
nd si è rotto i cogli*ni di fare inutili P.R.
nd e la difficile gestione di un sabato sera.
nd non ti trova divertente.
nd doesn’t know how to deal with it.
nd oggi è 389 C.
nd vomita sarcasmo per mettere a tacere il senso di esclusione.
nd oggi odia. Profondamente.
nd: la noia al cupo seggio rimuginando sale.
nd: changes are taking the pace I’m going through.
nd si chiede se sia il caso.
nd nella torre d’avorio.
nd sull’orlo di una crisi di nervi. Di lunedì.
nd: blah blah blah, yawn.
nd: bla bla bla. Bah.
nd: bla bla bla – cha cha.
nd si fa domande con risposte che non gli piacciono.
nd vorrebbe l’Italia senza gli italiani.
nd detesta gli appuntamenti al buio.
nd e l’ennesimo sabato inutile.
nd si comporta in modo strano.
nd, se l’ha fatto, non era lui. Se non l’ha fatto, neppure.
nd: armi e bagagli.
nd tra uno sbaglio e uno sbadiglio.
nd tra lo sconcerto e l’incerto.
nd accidioso e nervoso.
nd, al quarto giorno di lavoro sull’edizione deluxe dell’autobiografia di Michael Jackson, teme di sognarsi con i calzini bianchi.
nd: e vabbè.
nd alle prese con il suo commento quotidiano.

(Non si butta via niente.)

5 novembre 2009

inquietudine della città

«Luci del sabato sera,
Inquietudine della città
Dove tutto è possibile comprare.
Ma non si vendono i sogni,
Ognuno pensa per sé.
E mentre vado
Cadono le foglie al vento,
Come le illusioni
Si disperdono per strada.
Il tempo tornerà
Ad entusiasmarmi ancora,
Passeranno in fretta
I giorni d’autunno:
Si sta preparando
Una nuova stagione per me.»

18 ottobre 2009

torre d’avorio (dentro e fuori)

Il caldo canicolare e d’improvviso i rigori di un inverno anticipato: chiunque incontri non può fare a meno di commentare il clima apparentemente impazzito, e davvero non sai più di quale frase del repertorio abusare; ma trovarsi in metropolitana tra la ragazza con sandali e ombelico scoperto e il quarantenne con sciarpa e piumino è in effetti spiazzante.

Appuntamenti al buio: consigliano un ciclo di ricarica completo al mese per tenere in buono stato la batteria del telefono; così, segnare sull’agenda di fare lo stesso con uno sconosciuto, con uguale frequenza: la ricarica di adrenalina è un’ottima alternativa alle droghe sintetiche, senza controindicazioni, per superare le fatiche della settimana lavorativa – e talvolta conosci anche persone con le quali è piacevole conversare.

Pulizie autunnali sul sito della socialità: cancellare l’amicizia è nuovo pretesto per dispensare frustrazione o rancore; ottima ragione dunque per farlo, di quando in quando.

Pulizie autunnali nella soffitta dei ghiacci: sarebbero un’ottima idea, se solo l’avessi, di quando in quando.

Umore pessimo: farsene una ragione; probabilmente nella mesta città padana sarà la costante per il resto della propria e altrui esistenza – e ciò spiega perché i milanesi cerchino di fuggire appena possono, per un pomeriggio o per la vita.

Repetita mactant: la sveglia, la strada, l’ufficio, la pausa, la casa, la cena, la sera, il letto – e se va tutto bene, sono arrivato solo a metà.

Repetita iuvant: quando sono triste, mi basta piangere un po’ con Celia Roth o Audrey Tatou e tutto migliora – anche io.

2 settembre 2009

ferunt

E poi si dice di me che sia tutto d’un pezzo, perfino ascetico. Sciocchezze, purtroppo.

È che la volontà talvolta si addormenta, e così, d’improvviso, mi ritrovo con una sigaretta in mano a fare sesso con uno sconosciuto incontrato su Facebook.
O, più precisamente: riprendo a fumare un paio di sigarette al giorno dopo sei anni di disintossicazione; faccio sesso con uno sconosciuto (incontrato sulla spiaggia) dopo quasi tre anni di volontaria castità in attesa di qualcuno che c’entri in qualche modo con la parola “amore”; torno infine allo sterile tempo perduto con Facebook, dopo la fuga dello scorso inverno per salvarmi da nevrosi voyeuristico-ossessive.
Se in foto non mi piaccio, dev’essere perché guardo la faccia del mio traditore.

E dunque si racconta ch’io sia irreprensibile, finanche austero. Cazzate, ahimè.

31 agosto 2009

scheda p.s. n° 01549512

Il taffetas è un noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni.

27 agosto 2009

dettagli estremi

Mi accade spesso di guardare qualcuno che passa e pensare: «Uno con queste scarpe è un coglione».
O sono di gusti troppo ricercati oppure ci sono troppi coglioni in giro.

21 agosto 2009

dettagli epidermici

L’altra sera ho affettato qualche scalogno per congelarlo, e averlo così pronto quando voglio preparare il sugo per la pasta. Dopo tre giorni la punta delle dita puzza ancora. Sembra proprio che la mia pelle mi somigli: incosciente, assorbe tutto – e tutto le lascia una traccia persistente, spesso sgradevole.

20 agosto 2009

quando ti trovo fra le pagine di un libro

«Avevo l’impressione di trovarmi di fronte a una ragazza che nel corso degli anni sarebbe passata da una persona all’altra, e ognuna di queste avrebbe pensato di averla salvata per miracolo quando in realtà lei non correva nessun pericolo. Mai. Nemmeno per un secondo.»
— Zadie Smith

19 agosto 2009

crudelia (appunti dalmati)

Il tipico venti-trentenne croato ha un fisico asciutto e muscoloso da bomba del sesso; il tipico quaranta-cinquantenne ha invariabilmente l’aspetto del tagliagole.

La Croazia, anche nelle isole in cui ormeggiano decine di yacht da milionari, dà comunque l’impressione di essere un posto da poveri. Poveri di gusto, idee, desideri; in questo è ancora molto simile all’Italia, benché per vivere nel Bel Paese occorra essere ricchi – e avere stomaco irsuto.

Solitamente, il turista italiano si rivolge all’autoctono nella propria lingua, con lo stesso odioso modo colonialista del francese in vacanza (che però, forse, teme solo l’irrisione, poiché spesso parla l’inglese dell’ispettore Clouseau).

Cambiare il nome Ragusa in Dubrovnik, poco meno di cent’anni fa, è stata folle furia iconoclasta – Zadar, Trogir, Split ricordano l’originale dalmata e italiano. Leggi “Dubrovnik” e pensi a uno sperduto avamposto siberiano; invece la città dentro le mura è una Venezia sicula, bella da togliere il fiato. Intatta ma decadente come ogni città di mare, quasi non avesse attraversato alcuna guerra, non sembra il set alla Gardaland (ovvero Disneyland di periferia) in cui ti ritrovi visitando altre cittadine dalmate.

18 agosto 2009

gli svaghi del signorino snob

«Pronto? Ciao stelìta, come va? Ma no che non disturbi, nini: sono qui sulla chaise-longue di cavallino che stavo rimirando il nuovo trompe-l’œil dello studio. Mi sono fatto fare tutto un ghirigoro geometrico floreale che mi attraversa la stanza. Fa tanto moschea, un po’ talebano contemporaneo, moda-non-moda…

Come? Domani? Il compleanno del Rocchigianone! Ma cribbio! Mi si sovrappone al canastino con le tre-mende! Me l’ero completamente dimenticato-obliato-cancellato-corroso-morto… E adesso?
Come dici? No: il canastino mi fa molto più classico del burraco. Quello lo lascio alla Pippi e alla Miffi. Il bridge? Ma anima: non ci gioco da quindici anni! Non saprei più da che parte iniziare la dichiarazione! No, poi è troppo impegnativo e mi vengono tutte quelle brutte rughette attorno alla bocca e tra le sopracciglia.
No, ma scusa, per il Rocchigianuccio: gli faccio una bella telefonata e gli rigiro su un invito per giovedì. Risolto.

Splendore, ma ci sei al concerto del mio divino? Lunedì, alla Scala. Mi fa tutto un repertorio dodecafonico, così pre-esistenzialista… Ma comunque, hai sentito che ha lasciato la Picci per una tizia, una tipo groupie? No, tu dimmi: hai una moglie che ti segue in tutto il mondo per trent’anni, ti sopporta quando stai ore-giorni-settimane-ere geologiche su quella tastiera – che a me poi tutto quell’esercizio mi fa un po’ fanatico tipo sportivone palestrato, versione “musica alta” – e lei lì, a dirti «Che bravo, che maestro, che unico»… Guarda: più ne parlo, meno mi viene voglia di andarci, a sentirlo. Quasi, passo l’abbonamento alla domestica, che si fa una sera senza rincitrullirsi di televisione; magari si fa una ronfatina, ma la Scala per loro è sempre un bel vedere, e poi si dà una sistematina, che non le fa male. Vedessi con che capelli mi si presenta certe mattine!

Se ho letto l’ultimo di chi? Il Camilleri? Ma sì, lo conosco dal giornale: è che, cuore, leggo solo autori fino al 1950, con una spiccata preferenza per i Russi del Diciannovesimo. L’Aleks, il Fedor… Puškin e Dostoevskij, certo. Ho appena riletto L’idiota, ma nella traduzione classica francese: con quella italiana dell’Arnoldo ci perde…

Ma cosa c’è? Niente, cicci, è la micia: è lì che mi gratta sul bukhara – le darà fastidio tutto quel rosso. Che poi, più lo vedo, più mi dà anche a me un senso di troppo pieno e di già visto e di stanco… Guarda, faccio una cosa, una mattàta delle mie: prendo tutti i tappeti e li trasferisco metà al lago, metà a Celerina. Zen, la faccio questa casa. E via questo trompe-l’œil, è di una noia!
Scusa, ti lascio che prendo appuntamento con l’architetto, così approfitto e armonizzo anche le nuances degli zerbini.
Luce
, a prestissimo! Un abbraccione!»

25 luglio 2009

i pensierini delle vacanze

Domani il blog compie tre anni. Io sarò in viaggio.
E comunque la partenza è sempre angosciante.

Non ho ancora deciso cosa mi piacerebbe leggere durante le prossime tre settimane – per scelta, niente internet portatile e musica in cuffia. I libri in attesa sono lì sul comodino: una pila che torreggia inquietante. Immagino, mentre non li guardo, che si litighino il posto in valigia.

A gennaio non ho fatto buoni propositi; li faccio ora: per il ritorno ad agosto vorrei riuscire a sistemare e pubblicare i numerosi appunti in attesa. Uno al giorno per un paio di settimane, poi si ricomincia con settembre e tutto ciò che porterà l’autunno – ho già voglia di foglie rosse sugli alberi.

A proposito di settembre: ci saranno un po’ di cose da affrontare e risolvere. Tra l’altro, devo accettare il fatto che non potrò restare solo per il resto della vita. Come un accessorio troppo di moda, un fidanzato forse non mi si confà, ma a un certo punto diventa imprescindibile.

10 luglio 2009

le vacanze del signorino snob

«Pronto. Ma cuore, ciao, come va? Luce! erano ere geologiche che non ti palesavi!

Sei tornata dal giro in Groenlandia? col sottomarino atomico! Ma pensa! Il Pippi era con te? Mi avrà avuto problemi di claustrofobia… Ah, la sua è agorafobia? Beh, dai! Ma non dirmelo! Vuol farsi fare dall’architetto le pareti della camera da letto tutte di un piombo spazzolato! E il periscopio in mezzo! Da non credere, tanto gli è piaciuto come viaggio! Beh, mi fa tanto recluso di classe, comunque…

Io? Si è fermata la Bibi per un tè ed è andata via da trenta secondi sì e no. Aveva il visone grigio, pensa, che non le stava fermo un attimo, e poi tirava, e mordeva tutto il guinzaglio… Cosa non mi è di animalista quella ragazza! Il visone domestico! …Solo per far rabbia a sua madre, che di pellicce se ne sarà fatte un paio l’anno da quando ha sposato quel personaggio del Maurilione. Comunque, la micia era un po’ infastidita dalla presenza del visoncino e mica le si è arruffato tutto il pelo? E io che l’avevo appena portata con me dal parrucchiere a fare l’antipermanente!

Vacanze? Mah, senti, nini: la Titti e il Lupo non possono partire prima di agosto, per la storia del lavoro e dei clienti e bla bla. Beh, ma mica mi hanno chiesto se vado in villa da loro? No, dico: le ferie d’agosto, quel buco nero di Stromboli – che poi l’eliporto è sempre occupato da quei sartini da strapazzo, e come ci si arriva altrimenti? E poi ci sono frotte, orde, coacervi di napoletani – che non ho niente contro, per carità, però sono napoletani…

Io credo che indugerò qui al lago fino a settembre: la domestica di Milano mi fa un safari, non so dove in Africa; il giardiniere di qui è tornato da un trekking, o una cosa così, in Sud America… Beh, senti, stella: le vacanze considerate esotiche, fatte d’estate, sono proprio una roba plebea. Meglio qui tutto agosto: non mi muovo neanche morto, chiuso, sigillato nella cassa, guarda.

Dimmi, gioia, ci sei dal Maffeino martedì per il cocktail? Sì? È di un divertente quel ragazzo lì! Ci vuole tutti in floreale! Io per me ho un completo lilla con minuscoli particolari in monocromo di gigli a piccolo punto applicati su un revers. Ma per la micia ho fatto preparare un collarino che è una fine della Terra: da rimanere lì, senza una sola sillaba: tutto un vitellino grigio-perla traforato a roselline che mi fa pendant con l’incisione della campanellina di platino abbinata. Devi vedere lei quando lo indossa: si pavoneggia da regina della savana… Un amore assoluto!

Uh! S’è fatto tardi! Devo passare dal vivaista per decidere le nuances del pergolato…
Ciao stelìn, a prestissimo! Un abbraccione!»

1 giugno 2009

dettagli sostanziali

Ha seguito i desideri, rivoluzionato la propria vita, ha scommesso e vinto.
Non ho saputo riconoscere il suo talento, poi ho capito. Ma era tardi: l’avevo già allontanato, e farlo tornare porterebbe solo dolore.
Che la sua storia, almeno, mi sia d’ispirazione; è il momento di cambiare.

31 maggio 2009

dettagli mnemonici

Spesso non ricordo quel che ho scritto su queste pagine, così, anche per per evitare di ripetermi (almeno nella forma), mi obbligo a rileggere cose che mi appaiono lontanissime e vissute da un altro.
Tra un’ora devo andare a una festa di compleanno in un luogo che evito da due anni; ho dato un’occhiata agli appunti in cui ne parlavo, per prepararmi a quello che mi aspetta.
Ecco: ora non ho più voglia di uscire – e sta anche arrivando un temporale.

13 maggio 2009

sette penne assolutamente irritanti

Pierluigi Battista: come Woody Allen, ma del tutto scevro da ironia, crede che bastino un paio di baffi e di occhiali per nascondere le reali intenzioni dei suoi superflui articoli: l’osannante celebrazione dei sultani che detengono il potere.
Mario Luzzato Fegiz: incapace di fare a meno dei suoi pregiudizi, racconta dischi e concerti che evidentemente non ha mai ascoltato e propina sconcertanti banalità, per giunta con stile incerto.
Alessandro Piperno: inabile alla scrittura, è fastidiosamente inutile; spero d’incontrarlo per farmi restituire, se non il tempo, almeno i soldi che ho buttato per acquistare il suo osannato ma piatto, vuoto, scopiazzato esordio letterario.
Antonio D’Orrico: responsabile dell’immorale successo di Faletti e altri inconsistenti scribacchini (vedi Alessandro Piperno), instilla il ragionevole dubbio di essere prezzolato dagli uffici stampa delle Case editrici.
Paolo Isotta: sgradevolmente presuntuoso, ancorato a un passato perduto e a un contemporaneo inesistente, scrive banalità dense d’invidia con uno stile ridicolo.
Guia Soncini: ex pupilla di Giuliano Ferrara, basterebbe solo questo a renderla insopportabile. Ma la tizia scrive, costruendo solo un barocco nulla di frustrazioni che puzza di stantio.
Aldo Grasso: il meno oggettivo tra i critici che fingono di esserlo; il suo opinabile metro di giudizio è la simpatia. Ma il vero problema, quando lo leggi, è che non sai se a scrivere l’articolo sia stato lui o uno dei suoi numerosi, fedelissimi negri.

(E allora perché leggo il Corriere? Perché è a scrocco…)

5 maggio 2009

larmes kitsch

«When did I wake into this dream?
I must have been the only person in the world who didn’t know who she was…

(With the disappearance of the world’s most famous…
…have denied the story…
…too much pressure…)

But my world would never be the same again…

“Drive!”

…when she came into my life.

“It’s beautiful up here, everything seems so peaceful.”
“Who are you?”
“I’m a dancer. I love to dance!”

Didn’t matter. I knew who she was, to me.

“Come away with me.”
“I love you.”

“You must be there. Tomorrow.”
“I don’t care about tomorrow.”

“It’s the right thing to do.”
“No one can steal our dream, no one. Goodbye.”

And then, she was gone.
Has she forgotten? I know I will not.
Her kiss… her smile… her perfume.»

2 maggio 2009

la crisi del settimo anno

Il primo anno è novità, impegno ed emozione.
Il secondo cancella l’entusiasmo e porta consapevolezza delle capacità.
Il terzo rivela le prime delusioni.
Il quarto suggerisce di tradire.
Il quinto porta cambiamenti che mettono alla prova.
Il sesto incupisce per la noia.
Il settimo è quello della crisi: sei incerto fra terrore e desiderio della fine.

Non so se le cose possano andare così nei rapporti di coppia. In quelli di lavoro, sì.

27 aprile 2009

qui con me

Tu, con tutta la vita insieme, dal tempo dei primi ricordi.
Tu, con lo sguardo ironico e severo, il gorgo che inghiotte.
Tu, con il mistero dell’affinità, la più perfetta tra gli imperfetti.
Vi vorrei ancora, qui con me.

E talvolta vorrei anche l’amore di qualcuno che forse c’è,
ma non ancora qui con me.

22 aprile 2009

piccole correzioni

Stamattina, capelli bagnati e spazzolino che ronzava in bocca, mi chiedevo quale fosse la causa della mia tristezza. Ne ho passate un po’ in rassegna, quindi, con la faccia nell’asciugamano, ho concluso che nessuna è abbastanza forte: non ho buoni motivi per essere triste.
E poi, mentre sbucavo dalla metropolitana fischiettando la melodia che usciva dagli auricolari, mi sono accorto che tutto quel dolore, d’improvviso, non c’era più.

21 aprile 2009

appunti del martedì

Provare, per imparare. Una cosa alla volta, senza paura di sbagliare.

20 aprile 2009

en ce moment

«Il y a eu des nuits où je mourais de toi
Comme on meurt de faim.
Je pensais à ton souffle quand insensiblement
Il devient plus rapide, et je ne dormais pas.
Quand je te regardais, quand je fermais les yeux
En tout temps, en tout lieu j’avais envie de toi.

Lorsque je t’ai donné quelques coups de canif
C’était pour ne pas perdre tout à fait la raison,
C’était pour que tu sois un peu plus attentif
Que tu ne t’installes pas dans ma soumission.

Y a-t-il eu trop de temps, trop de gens entre nous.
En ce moment tu vois, je n’ai vraiment plus goût à rien.
Et il y a des nuits où je meurs de personne
Comme on meurt de quelqu’un.»

11 aprile 2009

dettagli onirici

Il ricordo dei sogni accompagna il sonno difficile che mi perseguita ciclicamente tra la fine dei vent’anni e questi trenta inoltrati.
Persone e luoghi perduti ritornano, misteriosi, e trascinano con loro la certezza che mi terranno sempre compagnia, nel ricordo.

Il vuoto presente dei giorni, la vita lontana delle notti.

31 marzo 2009

di pietra come il cuore

Chi è stato la famiglia ed è morto, chi ha deciso il nome ed è fuggito, chi ha consumato il mio amore, chi vorrebbe illudermi con le parole, chi m’illude con il silenzio.
E io non sento più nulla: fingo partecipazione, se richiesta. Tutto qui.
L’abbandono mi ha reso pietra, come il cuore.

28 febbraio 2009

turris eburnea mmix

«È già l’ultimo giorno di febbraio? Devo scrivere assolutamente sul blog: non voglio che manchi un mese nel calendario dell’archivio…»
Da quando trascorro le domeniche a preparare la lezione del giorno seguente, ho smesso di seguire blog – il mio e quelli altrui. Mi dico che sono troppo stanco e non ho tempo, ma credo semplicemente di non avere voglia. L’umore è pessimo, perché ho la sensazione che siano per me tempi senza equilibrio o sbilanciati verso il basso, e cose da dire ne ho sempre meno. Ma non sono il solo, probabilmente.

«Sono stato un po’ nel panico e non mi sono fatto vivo, scusa. E se ci si beccasse in settimana?»
È incredibile come detesti locuzioni fruste ma non riesca a farne a meno nella conversazione. Troppi libri comperati e non letti, temo.
Comunque la vita da recluso, in questi primi mesi dell’anno, è stata ancora più intensa. Isolato nella torre d’avorio. Non immaginavo che a un capodanno popolato di amici vecchi e nuovi sarebbe seguito un anno così solitario. I pochi che mi hanno cercato (oh! uno spunto di riflessione non da poco, questo) hanno chiacchierato con un grumo di angosce, al di là della cornetta. Non dev’essere stato piacevole, immagino.

«Vorrei che teneste spento il cellulare, ma se suona e volete rispondere, almeno uscite dalla classe.»
Sono uno dei pochi che spegne il telefono portatile durante la notte, al ristorante, al cinema, e inoltre dimentica di accenderlo. (E ora che ci penso, non è un “riaccenderlo”, ma proprio “accenderlo”, perché per me la sua condizione naturale, come quella di qualsiasi elettrodomestico, è quella di essere spento. Molto strano, me ne rendo conto: sono sorpreso anch’io da questa rivelazione.)
Insomma, mi sembra che pochi sappiano fare a meno della reperibilità perenne, secondo me banalmente terrorizzati all’idea di perdere contatto con la rete anti-solitudine dei conoscenti anche durante le due ore di un film o in quei pochi minuti sulla metropolitana o sul cesso.
D’altronde, mi accorgo di essere vecchio non tanto per l’approssimarsi dei quarant’anni (anche se…), né perché mi trovo a pensare che i giovani siano maleducati a tenere acceso il telefono durante le lezioni (ma lo sono, cazzo!), né perché mi ritrovo a dire, con termini nuovi, quello che ci ripetevano irritati i professori (e la cosa un po’ mi fa sorridere), ma perché quando andavo a scuola non c’erano telefoni cellulari e internet, e questo mi rende più simile a mio nonno che a un ventenne, mi sembra.

«Ma davvero, quanto tempo…»
Mi ero fatto una promessa: avrei ritrovato di nuovo la mia più grande amica del passato, persa quindici anni fa, solo se avessi costruito qualcosa di importante, in me o attorno a me. Abbiamo fatto colazione assieme, due sabati fa. Lei è sempre la stessa, si è fermata ad allora: vive e fa parte di un passato per me morto, e questo mi ha intristito. Ma alcuni giorni dopo, ripensandoci, ho sentito un chicco di felicità, perché in effetti qualcosa d’importante, in questi anni, l’ho ottenuto, e la più grande amica del presente, anche se un po’ lontana, c’è.

«Dottore, desidera un caffè?»
Poche settimane fa, d’improvviso, mi sono accorto che so scrivere con il computer senza guardare la tastiera; era un’abilità che invidiavo molto alle segretarie e ora eccola anche nelle mie mani, non richiesta. È come quando scopri che sai ancora parlare una lingua imparata vent’anni prima e mai usata: le capacità che ti sorprendono. Un giorno scoprirò di saper volare, forse.

11 gennaio 2009

barcelona

«So you’re pretty much home free, unless you… blow it.»
«Blow it?»
«Yeah.»
«Blow it. You mean ruin the moment?»
«Yeah.»
«And how would I do that?»
«I don’t know. It could be anything from… some inane comment to… wearing the wrong kind of shorts. Although, somehow, by looking at you… I think you’re wearing the right kind of shorts.»
«You’re very hard to please.»
«Yeah, well… I am famous for my intolerance.»
«And what do you want in life besides a man with the right shorts?»
«I don’t know. I know I’m not going to settle until I find what I’m looking for.»
«Which is what?»
«Something… else. I want something different, something more. Some sort of… counterintuitive love.»
«Meaning?»
«Meaning, uhm… I don’t know. I don’t know what I want. I only know what I don’t want.»

6 gennaio 2009

debole

È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Ci sono cose che devo fare, hanno una scadenza vicina. Dovrei assolutamente agire, ma mi faccio soffocare dalla paura, fingo che tutto quello che avviene fuori da questa soffitta non esista, e mi rifugio tra i cuscini del divano, impersonando eroi che salvano città devastate da maremoti, o scambiando mobili e magliette colorate con gli animali che vivono lungo la spiaggia, o fingendo che le quattro trentenni incasinate e i sei giovani buffi di New York siano anche amici miei, o spiando dallo schermo del Mac uomini che fanno la doccia.
E poi rileggo i nostri vecchi messaggi, le conversazioni via chat, guardo le fotografie – quanto siamo cambiati. Ripenso a quegli anni, quando mi precipitavo da te, vicino o lontano, per aiutarti, soccorrerti, consolarti; talvolta per un motivo sbagliato, o per egoismo, ma ci sono stato sempre.
Ecco: mi sono reso conto che ora sto affondando, ma in una maniera lenta e indolore, come se non accadesse a me, come se non mi coinvolgesse, come se presagissi la catastrofe senza riuscire a correre al riparo. Non riesco a chiederlo a nessun altro: gere curam mei finis. Ho bisogno che da questa situazione sia tu a salvarmi.
O che qualcuno mi salvi da te.
O mi salvi da me.

È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Cosa significano questi appunti? È solo un’immatura richiesta di aiuto – o di affetto? L’ennesima ambivalente
captatio benevolentiæ? Un semplice sfogo fatto con compiaciuto egotismo? Una dichiarazione onesta, benché sfrontata e imbarazzante? Dovrei cancellare tutto? Non lo so; mi sorprendo solo della mancanza di pudore, non della debolezza.
Allora facciamo che comunque queste righe, le prime dell’incognito 2009, rimangono qui: ma non le hai lette, né tu né tutti voi altri “tu”.
Se però mi si volesse cercare, e restare, io sono qui, immobile.