27 settembre 2006

la noia è un sentimento da casalinga

Effe è, tra gli amici, autenticamente sui generis. Affascina chiunque incontri per le sue rare peculiarità intellettuali e affettive – e anche fisiche, aggiungo.

Questa sera, davanti a un piatto di pollo al curry, mi ha servito una delle sue frasi che in apparenza sembrano artefatti aforismi da dandy.
Seguendo il filo del discorso che stavamo facendo ha detto che la noia è, assieme all’invidia, uno dei sentimenti più bassi. «La noia è un concetto da casalinga, da portinaia.» Ho concordato subito riguardo l’invidia, ma sulla noia (cfr. diario del 24 settembre) sono rimasto un po’ spiazzato. Effe mi procura spesso questo effetto – per esempio quando dice che sono «completamente fuori», mentre io mi sento così “normale/banale” da ritenerlo quasi un complimento (che, pur detto senza alcun malanimo, non è).
Eppure, ho dovuto convenire, ha ragione.
La noia è un sentimento spregevolmente basso: è l’antitesi dell’azione, sentimento nobile per eccellenza.
È di persone semplici, incapaci di modificarsi e di cambiare quel che hanno intorno.
Per quanto classista possa sembrare (ma è banale gergo, non classismo), è da portinaia, è da casalinga – e allora mi ci dovrò davvero abituare, a quel grembiule a fiori di cui scrissi alcuni giorni fa!
Chi soffre di noia, ho concluso, deve rassegnarsi: è doppiamente sfigato.
Ma è possibile che non esista una formula segreta per cambiare sé stessi (sì, metto l’accento anche quando sé è seguito da stesso, caro il mio professorino) e liberarsene?

Uno degli attori della soap opera mi ha fatto conoscere la canzone più bella degli ultimi mesi.
Il ritornello è forse quella frase magica:
Only the ones who believe
Ever see what they dream,
Ever dream what comes true.

24 settembre 2006

un giorno dopo l’altro

Non riesco a smettere di stupirmi per la noia che mi assale da quando non sono più bambino.

I sogni nei quali mi rifugiavo fino a qualche tempo fa si sono fatti più tristi e cupi e vagamente angoscianti.

La casa è sempre qui, più solida di quanto temessi. Ha vita a sé, non mi dipende come dovrebbe.

Attorno a me, sempre le stesse facce. È una sicurezza, ma solo finché non decideranno di partire.

Dovrei rispondere a quel messaggio: è già passato un mese. Se lo facessi ora avrei una risposta? E la desidero o ne ho paura?

Ogni tanto ci penso. Dopo che ne ho parlato con qualcuno, soprattutto. Mi manca, ma il rancore mi salva da un inaccettabile ritorno.

Mi fa ancora male il ginocchio. Le scale sono lunghe. Mancano ancora un bel po’ di gradini e prima o poi devo decidermi a salire ancora un po’.

Hey buds below: up is where to grow!
Up, whith which below can’t compare with.
Hurry! It’s lovely up here…

10 settembre 2006

soap opera junkie

Non ho mai visto così poca televisione come da quando vivo solo. Sarà che resto in casa la sera soltanto se le troppe ore a far finta di inventare qualcosa di buon gusto per la casa editrice mi hanno stremato e non ho la forza di affrontare neppure gli amici meno festaioli. Sarà che, come sento ripetere da anni, a) alla televisione non c’è più nulla da vedere; b) le trasmissioni più interessanti sono sui canali satellitari; c) per guardare un film è meglio noleggiarsi uno qualsiasi dei dvd affastellati sugli scaffali di Blockbuster (a proposito: sono rimasto l’ultimo in città senza la tessera? esiste qualcun altro che di quei negozi detesta tutto – soprattutto l’odore?). Comunque se sono cose che dicono tutti probabilmente non sono vere: al solito, è suggestione collettiva.

Mi sono accorto, però, che m’interessa sempre meno parlare di cose “viste”: alla televisione, ma anche al cinema. Vorrei che le persone attorno a me raccontassero quello che fanno, che pensano, le loro incongruenze, i piaceri, i desideri, le paure. Vorrei, ma so che è quasi impossibile. Sono pronto a essere stupito da qualcuno, comunque.

La televisione, dicevo.
Mi manca, del tempo in cui la guardavo, la serialità. La ripetizione del medesimo modulo narrativo, con gli stessi personaggi, e specialmente gli intrecci che questi generano quando si conoscono, si amano, si lasciano. Sento il bisogno di appassionarmi per situazioni diverse, lontane ma che ritrovo come anche mie.
È soprattutto per riempire quest’assenza (ma, ahimè, anche per inesorabile voyeurismo) che sono diventato un divoratore di blog. Non quelli politici o sociali o d’informazione, ma i diari personali. Gli stessi che scrivono tutti gli adolescenti, nascosti in fondo al cassetto assieme ad altri piccoli tesori segreti o proibiti; quelli abbandonati sulla rete, però, sembrano messaggi in bottiglia – o piccole confessioni urlate a un megafono muto, a disposizione di chiunque le voglia cercare.

Le pagine in cui mi perdo sono racconti di stati d’animo, soprattutto. E sogni, ed esperienze, e storie.
Percepisco spesso, in quelle righe, una solitudine di fondo, un’amarezza, un’incapacità di accettare regole (nelle relazioni sociali, sentimentali, al lavoro), un’irrequietezza che sento anche mie.

È strano, me lo ripetono gli amici, che delle persone di cui leggo sappia tanto (gusti, desideri, azioni) senza conoscerle davvero, senza che loro sappiano che esisto.
Sì, è strano. Ma questi blogger sono gli attori della mia soap opera preferita: un racconto che non è un reality show, perché loro recitano la parte che si scrivono e non mostrano elementi inutili, non funzionali alla storia che hanno deciso di raccontare. È un appassionante feuilleton che si intreccia da un blog all’altro e soddisfa il mio bisogno di “racconto di esperienze” e di “rispecchiamento”.

D’accordo, lo ammetto: un bel po’ di dipendenza ce l’ho già.
Spero soltanto di non trasformarmi in una frustratissima casalinga alcolizzata: detesto i grembiulini a fiori.

2 settembre 2006

c’è la vita

Tutte queste ore che scompaiono con le mani sulla tastiera: cerca musica, cerca amore, cerca notizie, cerca sesso, cerca foto.
E quando sei stufo di cercare, esibisci: te, il tuo lavoro, le tue idee, le tue passioni.
E quando sei stufo di celebrarti, interagisci: in chat, per e-mail, sui blog.

Mi alzo all’improvviso, mi fermo davanti alla finestra. C’è il mio riflesso, davanti alle case.
Sono solo.
Io, il computer, il cavo che mi collega al mondo e le parole scritte, le immagini fotografate, i suoni registrati.

Ho voglia di voci non filtrate dagli altoparlanti, di colori in scala superiore a pochi milioni, di cose, luoghi, persone reali. E di annusare, assaggiare, toccare.
O attraverso il vetro del monitor come Alice o apro quella cazzo di porta ed esco.