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5 marzo 2011

up on the roof

Ritrovare qualcuno che credevi di aver perso, e invece era sempre stato con te.
Rivedere te stesso, le proiezioni, il simulacro, la sofferenza, nei suoi occhi.
Capire che lui non è cambiato, ma tu sì.
Essere disorientato perché provi affetto senza desiderio.
Accorgerti che lui c’era, c’è, ma l’ossessione è davvero perduta. E che ti trovi già su un nuovo percorso.

7 febbraio 2010

each one of us feels a little stranded

Catturato nel suo gorgo, cercando di tenere la testa fuori dall’acqua, la corrente che lo trascina sempre più verso il basso. È un altro, caduto nella sua trappola.
Spiarlo mentre annaspa mi dimostra che davvero non è solo colpa mia, questa infinita ossessione.
Ma sono obbligato ad accettarla, perché non avrà mai fine: come una malattia cronica dovrò imparare a conviverci – quel piccolo dolore da gettare nell’ombra, e poi un po’ di luce, più avanti – liberandomi di qualcosa non essenziale e provando di nuovo, comunque, a respirare.

«These things that you're wrapping all around you,
You never know what they will amount to.
And your life is just going on without you:
It's the end of the things you know,
Here we go.»

15 gennaio 2010

i miei occhi, in quelli di un altro

Lo guarda, appena fuori dall’inquadratura; lui è lì, nascosto dietro all’obiettivo. La fotografia di un altro è uno specchio che mi scruta.
Negli occhi, vita e passione e felicità e tenerezza e desiderio e amore: tutto quello che c’era anche nei miei, quando incontravano i suoi.
Nei miei pensieri, malinconia e rimpianto. E della vita e della passione e della felicità e della tenerezza e del desiderio e dell’amore, una traccia sbiadita.

30 dicembre 2009

il mio regalo per te

Mi scatterò una fotografia. Sul retro scriverò «Per pg, comunque. Andrea». La chiuderò in una busta e te la spedirò.

Ti offro, catturata dall’obiettivo, la mia anima. Anche se è già tua: me l’hai rubata nove anni fa.

Ma non posso usare altro tempo per cercare di farla di nuovo mia. Eccola. Ti appartiene. Come tanti, troppi pensieri.

20 agosto 2009

quando ti trovo fra le pagine di un libro

«Avevo l’impressione di trovarmi di fronte a una ragazza che nel corso degli anni sarebbe passata da una persona all’altra, e ognuna di queste avrebbe pensato di averla salvata per miracolo quando in realtà lei non correva nessun pericolo. Mai. Nemmeno per un secondo.»
— Zadie Smith

11 dicembre 2008

poco più di un anno fa

«C’è una legatoria storica proprio in via Giusti.»

18 giugno 2008

la persistenza della memoria

Ti impegni, ti eserciti, le provi tutte per dimenticare chi hai amato e ti ha fatto soffrire, e alla fine t’illudi di esserci riuscito. Il suo volto, i gesti, le parole talvolta ritornano, ma in quel modo strano e confuso con il quale ricordi i sogni di giorno, e provi più fastidio che dolore, più insofferenza che astio.
Poi cambi il lenzuolo del piumone, e lui è lì: di fianco a te, ora come quella volta prima di fare l’amore, e ti prende in giro perché sei un disastro a rifare il letto, e ridete insieme, e tu senti un tuffo al cuore, e ti accorgi che dopo è ricomparso tutte le volte che hai cambiato le lenzuola, e lo sai: ogni volta che lo farai in futuro, lui sarà con te.

15 gennaio 2008

l’addio

Mi guardo allo specchio e quasi non mi riconosco. Con gli occhiali nuovi ho un’aria strana, un po’ folle e un po’ buffa. Non so se mi stanno davvero bene, ma non importa: dovevo disfarmi dell’ultimo feticcio che ricordava l’Ossessione perduta. Giacché per gli altri sono da sei anni “i miei occhiali”, per me erano comunque “i suoi”.
Ecco. Un piccolo passo per sentirmi più libero, e più contento. Probabilmente ora lo sarai anche tu, pg. O forse no.
Comunque, addio.

16 agosto 2007

special thanks

Nei giorni scorsi un amico mi ha raccontato a lungo la sofferenza causata da quello che definisce Oggetto Eccitante/Frustrante, ovvero l’egocentrico ragazzo dotato di ultrafascino che monopolizza i suoi pensieri.
Come già immaginano i lettori più affezionati, ascoltare e commentare queste vicende è stato come fissare la mia immagine allo specchio. Le somiglianze tra i due Oggetti – i loro comportamenti, le reazioni che suscitano in noi sudditi – sono sconcertanti.
Ammetto che nella scelta del nome lui è stato più puntuale e onesto: chiamo Oggetto dell’Ossessione Perduta un tizio che in realtà ho sempre ritrovato – anche grazie ai suoi consunti meccanismi sadici di presenza, ormai quasi divertenti da smascherare. Quasi.

Tre mattine fa, al risveglio, mi accorgo che è cambiato qualcosa; senza che l’abbia deciso, d’improvviso.
Mi alzo e sento che, esorcizzata dai racconti dell’amico, la mia ossessione si è dissolta. Di tutto il dolore resta solo lo stupore di averlo provato.
Guardo le foto, ascolto la sua voce in un filmato e finalmente individuo i processi che determinano il suo fascino e il suo potere; li riconosco e li scardino, li decifro e svapora la loro forza.
Sono finalmente libero. Spossato, il passo incerto, ma le novità già si vedono: una nuova voglia di fare – lavori, viaggi, amicizie.
Assai banale, tutto ciò; ne convengo. Molto piccino, molto da casalinga soap opera-dipendente. Ma forse è inevitabile, la mediocrità delle esperienze: quando le vivo mi sembrano altissime, nel raccontarle mi accorgo che non avevano alcuna magia. Un po’ come avviene con gran parte delle storie d’amore.

(24/12/2000 – 12/8/2007: molti amici mi hanno sostenuto in questi anni. Impresa non da poco, considerando il mio carattere… complicato. Grazie per l’affetto a Lex, Lou, Chicco, Chiara, Chris; per l’appoggio a Maxwell, Paolo, Ale, Celia, Stefania, Alessio, Lella, Federica; per la pazienza a Luca, Paolino, Andrea, Charles, Tom, Stefano, Francesca.)

15 agosto 2007

epilogo

«Did I say that I loathe you?
Did I say that I want to
Leave it all behind?
– I can’t take my mind off of you…
’Til I find somebody new.»

7 agosto 2007

con lui, senza di lui

Quando i pensieri non hanno direzione, perdo la vita davanti a monitor e tastiera. La solitudine, il silenzio, l’assenza, la gelosia. I giorni che sembrano inutili.
Poi scrivo un indirizzo e ho un sussulto, sento una fitta improvvisa al cuore: si apre una pagina e compare inattesa una sua foto che mi guarda.
No, non guarda me. I suoi occhi tristi sono nella mia direzione, ma so che guardano un altro che, invisibile, è davanti a me con la sua macchina fotografica. Un altro che lo ha posseduto, che è riuscito dove ho fallito. Un altro che lui non ha amato: lo ha usato – e si è fatto usare. Un altro che chiama “amico”.
Lo guardo, lo guardo ancora e mi chiedo cosa vedo in lui che non mi permette di dimenticarlo. Scruto ogni particolare del suo viso, le rughe, il naso, gli occhiali, e non trovo nulla. O meglio: trovo tutto, tranne le parole per esprimerlo.
L’addio cinematografico di un anno fa non è stato definitivo. Come in un matrimonio: «finché morte non vi separi» – e forse è sempre così, l’amore. O l’ossessione.
Non piango per amore, ma l’ho fatto, e molto, per i due che non mi hanno voluto.
È che un amore così intenso non ricambiato è impossibile da capire e accettare. Libera tutte le paure da adolescente («Cosa c’è di sbagliato in me?» «Cosa posso cambiare per piacergli?»), rende insicuri, crea illusioni delle quali mi nutro come un avvoltoio.

Come dice, dottore? Ah, sì, è tardi. Allora buona serata, ci vediamo dopodomani.

17 novembre 2006

egli disse

La caratteristica micidiale, per chi si attacca a lui, è che dà a ciascuno (o ciascuna) l’illusione di essere amato (amata) in un modo speciale; come un angelo che riverbera l’equanimità divina, o un comune delinquente con l’istinto del raggiro.

Walter Siti, Troppi paradisi

(e con queste righe si chiude la trilogia composta da “Riassunto delle puntate precedenti” e “Buio in sala”, dedicata a L’Oggetto della mia Ossessione Perduta – meraviglioso titolo per un mélo o una commedia sofisticata. «Saluti vivissimi e tante belle cose.»)

30 luglio 2006

buio in sala

Come in ogni finale, si trascinano per un po’ i titoli di coda. Si accendono le luci; uno può scegliere se restare o alzarsi e uscire dalla sala.
Il film era davvero triste. Conoscevo le musiche, gli assistenti, lo stuntman, l’aiuto regista e tutti i luoghi in cui è stato girato, così ho deciso di andarmene subito, con la gola annodata e le lacrime lì a mezzo, decise a scendere, ma solo più tardi.

Esci dal cinema e ti senti sempre un po’ come il protagonista della storia che hai appena visto sullo schermo. Da bambino provavo a volare con il pugno teso come Superman e mi guardavo alle spalle con la coda dell’occhio come 007.
Anche oggi la storia del film fatica a scivolarmi di dosso e la vita senza pubblico a riappropriarsi di me; non m’identifico però più in un solo personaggio: sono più spesso l’ambiente, i luoghi e soprattutto le relazioni a coinvolgermi e a permettere una vita parallela nella quale mi emoziono più che in quella presente.

Mi piacciono molto i finali felici. I baci infiniti. O i numeri musicali, una canzone con l’orchestra impazzita, coreografie faraoniche e il carrello con l’elicottero. O gli sguardi in primissimo piano che fanno capire quello che le parole renderebbero stucchevole o ridicolo.
Mi piacciono molto i finali tristi. «Dai, chiudi la porta», e lui la chiude per sempre. O un interno, una figura che piange, orchestra di soli archi, carrello lento verso il cielo. O lo sguardo in primissimo piano che fa capire quello che le parole renderebbero retorico o inutile.

Insomma, da quel film con il finale triste me ne sono andato e i titoli di coda erano ancora lì che scorrevano.
«Dai, chiudi la porta.» In quel cinema, l’ultimo spettacolo.

26 luglio 2006

(riassunto delle puntate precedenti)

Ritrovata inaspettatamente la capacità di scrivere, Taff decide di chiudere il capitolo finale del dramma che ha lasciato in sospeso da più di cinque anni. Parte per Brescia e con profonda sofferenza riesce a concludere la storia; torna quindi a casa, ma si accorge di aver dimenticato il manoscritto sulla carrozza del treno. Lo interpreta come un segno del destino: quel libro maledetto, mormora tra le lacrime, non avrebbe dovuto neppure iniziarlo.
Spinto più dalla disperazione che dal coraggio, Taff inizia una serie di piccole correzioni («Prima che sia troppo tardi, prima che cessi il vento», dichiara alla parete a specchi della sala da ballo in un’indimenticabile sequenza), al fine di essere, se non felice, almeno soddisfatto di sé.
E ora, una nuova puntata de La resa dei conti alla rovescia. Buona visione.