«So you’re pretty much home free, unless you… blow it.»
«Blow it?»
«Yeah.»
«Blow it. You mean ruin the moment?»
«Yeah.»
«And how would I do that?»
«I don’t know. It could be anything from… some inane comment to… wearing the wrong kind of shorts. Although, somehow, by looking at you… I think you’re wearing the right kind of shorts.»
«You’re very hard to please.»
«Yeah, well… I am famous for my intolerance.»
«And what do you want in life besides a man with the right shorts?»
«I don’t know. I know I’m not going to settle until I find what I’m looking for.»
«Which is what?»
«Something… else. I want something different, something more. Some sort of… counterintuitive love.»
«Meaning?»
«Meaning, uhm… I don’t know. I don’t know what I want. I only know what I don’t want.»
11 gennaio 2009
6 gennaio 2009
debole
È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Ci sono cose che devo fare, hanno una scadenza vicina. Dovrei assolutamente agire, ma mi faccio soffocare dalla paura, fingo che tutto quello che avviene fuori da questa soffitta non esista, e mi rifugio tra i cuscini del divano, impersonando eroi che salvano città devastate da maremoti, o scambiando mobili e magliette colorate con gli animali che vivono lungo la spiaggia, o fingendo che le quattro trentenni incasinate e i sei giovani buffi di New York siano anche amici miei, o spiando dallo schermo del Mac uomini che fanno la doccia.
E poi rileggo i nostri vecchi messaggi, le conversazioni via chat, guardo le fotografie – quanto siamo cambiati. Ripenso a quegli anni, quando mi precipitavo da te, vicino o lontano, per aiutarti, soccorrerti, consolarti; talvolta per un motivo sbagliato, o per egoismo, ma ci sono stato sempre.
Ecco: mi sono reso conto che ora sto affondando, ma in una maniera lenta e indolore, come se non accadesse a me, come se non mi coinvolgesse, come se presagissi la catastrofe senza riuscire a correre al riparo. Non riesco a chiederlo a nessun altro: gere curam mei finis. Ho bisogno che da questa situazione sia tu a salvarmi.
O che qualcuno mi salvi da te.
O mi salvi da me.
È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Cosa significano questi appunti? È solo un’immatura richiesta di aiuto – o di affetto? L’ennesima ambivalente captatio benevolentiæ? Un semplice sfogo fatto con compiaciuto egotismo? Una dichiarazione onesta, benché sfrontata e imbarazzante? Dovrei cancellare tutto? Non lo so; mi sorprendo solo della mancanza di pudore, non della debolezza.
Allora facciamo che comunque queste righe, le prime dell’incognito 2009, rimangono qui: ma non le hai lette, né tu né tutti voi altri “tu”.
Se però mi si volesse cercare, e restare, io sono qui, immobile.
Ci sono cose che devo fare, hanno una scadenza vicina. Dovrei assolutamente agire, ma mi faccio soffocare dalla paura, fingo che tutto quello che avviene fuori da questa soffitta non esista, e mi rifugio tra i cuscini del divano, impersonando eroi che salvano città devastate da maremoti, o scambiando mobili e magliette colorate con gli animali che vivono lungo la spiaggia, o fingendo che le quattro trentenni incasinate e i sei giovani buffi di New York siano anche amici miei, o spiando dallo schermo del Mac uomini che fanno la doccia.
E poi rileggo i nostri vecchi messaggi, le conversazioni via chat, guardo le fotografie – quanto siamo cambiati. Ripenso a quegli anni, quando mi precipitavo da te, vicino o lontano, per aiutarti, soccorrerti, consolarti; talvolta per un motivo sbagliato, o per egoismo, ma ci sono stato sempre.
Ecco: mi sono reso conto che ora sto affondando, ma in una maniera lenta e indolore, come se non accadesse a me, come se non mi coinvolgesse, come se presagissi la catastrofe senza riuscire a correre al riparo. Non riesco a chiederlo a nessun altro: gere curam mei finis. Ho bisogno che da questa situazione sia tu a salvarmi.
O che qualcuno mi salvi da te.
O mi salvi da me.
È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Cosa significano questi appunti? È solo un’immatura richiesta di aiuto – o di affetto? L’ennesima ambivalente captatio benevolentiæ? Un semplice sfogo fatto con compiaciuto egotismo? Una dichiarazione onesta, benché sfrontata e imbarazzante? Dovrei cancellare tutto? Non lo so; mi sorprendo solo della mancanza di pudore, non della debolezza.
Allora facciamo che comunque queste righe, le prime dell’incognito 2009, rimangono qui: ma non le hai lette, né tu né tutti voi altri “tu”.
Se però mi si volesse cercare, e restare, io sono qui, immobile.
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