Quando l’ho conosciuto era seduto sul sedile posteriore dell’auto del suo datore di lavoro, l’uomo con il quale avevo una relazione. Forse troppo giovane per me, ma mi è piaciuto subito (intanto la mia relazione, appena cominciata, si era già esaurita). Occhi profondi, lunghe ciglia. Flessuoso, profilo eccezionale. Silenzioso, misterioso.
Negli anni ci siamo incrociati più volte, salutati con baci sulle guance, cenni del capo, talvolta ignorati.
Non ho mai capito se gli piaccio. Siamo apparentemente molto diversi – gli stereotipi cui mi rifaccio più o meno consciamente sono diversi dai suoi – e ho sempre pensato che questa fosse ragione di scarso o nullo interesse da parte sua.
A me invece lui piace proprio per questo: perché è tenebroso e diverso da me, perché pare avvolto da un gorgo che può prenderti e portarti lontano. Mi attrae, e come sempre quando qualcuno m’interessa davvero, non so farlo capire. Anzi: faccio e dico tutto quello che non dovrei, sopraffatto dall’emozione e dall’imbarazzo. Come un sedicenne; o meglio: come un sedicenne di vent’anni fa.
Purtroppo non sbaglia chi crede ch’io sia più giovane della mia vera età: la solitudine non ha permesso a modi e pensieri di maturare, e rimango così, nel mezzo del cammino, ma sprovveduto e inadeguato.
E intanto l’omonimo dagli occhi profondi sarà ancora là, e starà bevendo l’ultimo drink con qualcuno che non ha paura di fargli un sorriso.
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