«È già l’ultimo giorno di febbraio? Devo scrivere assolutamente sul blog: non voglio che manchi un mese nel calendario dell’archivio…»
Da quando trascorro le domeniche a preparare la lezione del giorno seguente, ho smesso di seguire blog – il mio e quelli altrui. Mi dico che sono troppo stanco e non ho tempo, ma credo semplicemente di non avere voglia. L’umore è pessimo, perché ho la sensazione che siano per me tempi senza equilibrio o sbilanciati verso il basso, e cose da dire ne ho sempre meno. Ma non sono il solo, probabilmente.
«Sono stato un po’ nel panico e non mi sono fatto vivo, scusa. E se ci si beccasse in settimana?»
È incredibile come detesti locuzioni fruste ma non riesca a farne a meno nella conversazione. Troppi libri comperati e non letti, temo.
Comunque la vita da recluso, in questi primi mesi dell’anno, è stata ancora più intensa. Isolato nella torre d’avorio. Non immaginavo che a un capodanno popolato di amici vecchi e nuovi sarebbe seguito un anno così solitario. I pochi che mi hanno cercato (oh! uno spunto di riflessione non da poco, questo) hanno chiacchierato con un grumo di angosce, al di là della cornetta. Non dev’essere stato piacevole, immagino.
«Vorrei che teneste spento il cellulare, ma se suona e volete rispondere, almeno uscite dalla classe.»
Sono uno dei pochi che spegne il telefono portatile durante la notte, al ristorante, al cinema, e inoltre dimentica di accenderlo. (E ora che ci penso, non è un “riaccenderlo”, ma proprio “accenderlo”, perché per me la sua condizione naturale, come quella di qualsiasi elettrodomestico, è quella di essere spento. Molto strano, me ne rendo conto: sono sorpreso anch’io da questa rivelazione.)
Insomma, mi sembra che pochi sappiano fare a meno della reperibilità perenne, secondo me banalmente terrorizzati all’idea di perdere contatto con la rete anti-solitudine dei conoscenti anche durante le due ore di un film o in quei pochi minuti sulla metropolitana o sul cesso.
D’altronde, mi accorgo di essere vecchio non tanto per l’approssimarsi dei quarant’anni (anche se…), né perché mi trovo a pensare che i giovani siano maleducati a tenere acceso il telefono durante le lezioni (ma lo sono, cazzo!), né perché mi ritrovo a dire, con termini nuovi, quello che ci ripetevano irritati i professori (e la cosa un po’ mi fa sorridere), ma perché quando andavo a scuola non c’erano telefoni cellulari e internet, e questo mi rende più simile a mio nonno che a un ventenne, mi sembra.
«Ma davvero, quanto tempo…»
Mi ero fatto una promessa: avrei ritrovato di nuovo la mia più grande amica del passato, persa quindici anni fa, solo se avessi costruito qualcosa di importante, in me o attorno a me. Abbiamo fatto colazione assieme, due sabati fa. Lei è sempre la stessa, si è fermata ad allora: vive e fa parte di un passato per me morto, e questo mi ha intristito. Ma alcuni giorni dopo, ripensandoci, ho sentito un chicco di felicità, perché in effetti qualcosa d’importante, in questi anni, l’ho ottenuto, e la più grande amica del presente, anche se un po’ lontana, c’è.
«Dottore, desidera un caffè?»
Poche settimane fa, d’improvviso, mi sono accorto che so scrivere con il computer senza guardare la tastiera; era un’abilità che invidiavo molto alle segretarie e ora eccola anche nelle mie mani, non richiesta. È come quando scopri che sai ancora parlare una lingua imparata vent’anni prima e mai usata: le capacità che ti sorprendono. Un giorno scoprirò di saper volare, forse.
28 febbraio 2009
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7 commenti:
terro' il cellulare spento piu' spesso nell'ormai terrore che mi telefoni (ed e' in terza persona).
come vanno le tue lezioni?
Le lezioni vanno bene. Ma non va bene che usi il mio blog per messaggi a terzi...
Ne riparleremo, altrove.
il messaggio era per te, il problema e' in terza persona. Ne riparleremo, altrove.
Ma lo sai che questo post l'avrei potuto scrivere io? Ovviamente peggio, ma i contenuti sarebbero stati gli stessi.
La latitanza dalla blogosfera, le amicizie rade, il cellulare che squilla (e che uso) poco, de amiche ritrovate, persino il saper scrivere al pc senza guardare, o magari solo sbirciando, i tasti.
Però nel tuo post c'è una malinconia di fondo a cui non voglio arrendermi. Come una rassegnazione. Le cose possono cambiare solo se ci proviamo, altrimenti la vita si trasforma in un trascinarsi ierziale. Lo scrivo a te e lo dico a me.
Ho riletto, e forse sì, c'è un fondo di rassegnazione. Eppure mi considero ancora un incosciente ottimista...
Beh, Maggese, sono contento che ci sia qualcun altro terrorizzato dall'inerzia e forse un po' smarrito e con un pezzettino di speranza. E che mi legge senza conoscermi. E, tra l'altro, mi fa anche complimenti.
Intanto anche marzo sta per finire, quindi ti toccherà aggiornare il blog. Se non lo vuoi fare per noi, lo devi al calendario dell'archivio...
guarda che e' quasi gia' marzo...
:)
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