6 dicembre 2009

attualmente, nella torre d’avorio

Attualmente non riesco proprio a togliermi di dosso questa alienante sensazione di precarietà. Le promesse di chi mi dà lavoro, le parole di chi è vicino, le scaglie di affetto di chi è lontano non bastano a trovare un motivo e a costruire la proiezione del futuro.

Attualmente non ho ancora imparato come ci si comporta tra esseri umani. Non rispondo a domande dirette o implicite – per pigrizia e codardia. Dico troppi «no». Non faccio mai un passo per primo. M’illudo che le mie azioni siano chiare e logiche per chiunque. E illudo, mio malgrado.

Attualmente non ho le idee chiare su quel che è stato, e se possa fare da base abbastanza solida per costruire qualcosa. Ma non sono l’unico ad avere dubbi, e la circospezione, ora, è meglio dell’avventatezza.

Attualmente parlare di pg e definirlo Ossessione Perduta è un volgare indice della mia ipocrisia lessicale: in realtà sono riuscito a perdere lui, non l’ossessione. E in proposito, è sconfortante scoprire che chiunque io conosca ha un’ossessione, e non è riuscito a liberarsene: solo le persone molto semplici o fortunate non sanno cosa significhi sentir gocciolare, talvolta, sangue dalla ferita.

Attualmente continuo a immaginarmi protagonista di un musical: basta cambiare qualche parola, e ogni canzone di qualsiasi spettacolo si adatta alla mia vita da disadattato. In questi giorni, l’orfanella fortunata diventa l’uomo in attesa di chi non tornerà (So maybe now these prayer’s the last one of its kind: won’t you please come get your baby, maybe…) che ritrova la speranza (Bet your bottom dollar that tomorrow there’ll be sun) e dà un senso alla sua vita volando al di là dell’oceano (Good night, sleep tight in NYC) per ritrovare infine il sorriso (You’re never fully dressed without a smile) grazie al vero amore (I don’t need anything but you). E, per un po’, il sorriso ritorna.

Attualmente scrivo troppo poco. Ma non ho perso passione per questo diario: l’ho persa per il racconto – anche altrui. E se ogni tanto m’impongo la fatica che costa ciascuna di queste parole, è perché, alla fine, questo è un piccolo regalo che mi faccio per domani (Tomorrow, tomorrow. I love you, tomorrow: you’re always a day away).

(Applausi, sipario.)

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