15 maggio 2010

perduto aprile (ritorno alla torre d’avorio)

Di quanto è successo e succede tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera raccolgo istantanee già sbiadite che sparpaglio incoerenti.
Fiori gialli e fiocchi di neve, lacrime e un ultimo abbraccio; in mezzo, la metafora della vita.
Gli studenti di quest’anno: meno partecipi, interessati, interessanti. Le lezioni si stanno trascinando con troppa stanchezza e poca soddisfazione.
Guardo negli occhi centinaia di sconosciuti e premo un tasto per il prossimo: dalla loro finestra compaio/scompaio d’improvviso, lasciando (forse) il ricordo di un’immagine. La parentesi più divertente vissuta nella rete, che come i volti casuali mi ha presto annoiato e si è già chiusa.
Per migliorare l’umore non è bastato ridere tutta la sera con chi è ancora viva e favolosa e piangere quella successiva con chi ha perso il dono della musica; almeno ci ho provato.
Il primo ritorno cela incognite, ma a tratti mi rende felice; il secondo è stato misterioso e si è dissolto; il terzo ha una scadenza definita, e per questo è malinconico.
Fuori dalla mia testa, la vita che non posso controllare segue il suo corso, con tutti gli sviluppi inattesi o già scritti – e se mi fermo a guardare non mi capacito dei sogni e dell’ottimismo che ci siamo permessi. Unico respiro: l’ironia.

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