In fondo lo sapevo da quando l’ho comprato un anno fa.
Allora ne lessi qualche pagina e non ci trovai nulla; lo abbandonai subito per qualcosa di meglio (impossibile ricordare cosa fosse). Poi, nel caos della partenza, un libro da portare, quello lì che occhieggia dalla pila dei non letti sul comodino (ma quanti sono? quando smetterò di comprare libri prima di aver letto i cinquanta che aspettano e s’impolverano di fianco al letto?). Ed ecco, è sull’aereo.
Giorni Memorabili di Cunningham è una porcata che acquisti perché hai amato Carne e sangue e leggi perché speri di trovare la splendida prosa tradotta da dio dei precedenti romanzi.
Trovi invece una struttura clonata da Le Ore, ma gonfiata (e quel libro funzionava soprattutto grazie alla sua leggiadra snellezza), senza alcuna magia nelle storie che s’intrecciano (ovvero con legami debolissimi e banali – quanto è insopportabile e inutile quella tazza? e quanto è idiota chi l’ha messa in copertina nell’edizione italiana?), con riferimenti a Whitman in luogo della Wolfe (uova di lompo versus caviale Beluga); un romanzo stucchevole, mal scritto e superfluo (certo, qualcosa di buono c’è, ma non basta… e poi quanto è scocciante lo smascheramento di MC? Quanto mi è dispiaciuto scoprire che non è un vero talento della letteratura contemporanea ma un banale, noioso borghesuccio newyorkese? – certo potevo già capirlo dall’insulso saggetto su Cape Cod, infarcito di risibile, farlocco snobismo).
Per fortuna esiste Philip Roth e avevo attorno a me i paesaggi dell’Islanda.
Oh, a proposito: sano e salvo, sono tornato.
Allo Stansted airport molto più casino del solito. Mi sono perso qualcosa?
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