Una spiacevole fine della settimana, il corpo che d’improvviso ignora le regole basilari della sopravvivenza e un po’ di agitazione conseguente. Se solo avessi meno paura delle malattie…
Riposo e attenzioni parentali: quanto di meglio per addolcire la dura vita di un non più giovane milanese, solitamente abbandonato a sé (per sua scelta, e altrui).
Prima di arrivare al prossimo sabato mi aspettano quattro giorni di lavoro al Castello di Carte (con il cambio della guardia: alla Regina di picche subentra un Fante o un Re del quale non si vede il colore), una sola lezione di Masochismo Applicato (ne mancano cinque alla débâcle, ma tra Candide e il soggiorno all’estero, per me saranno un paio – però temo per l’incolumità delle domeniche), un’ora al supermercato (non posso vivere di urfidi ghiaccioli al limone), una mezz’ora a quello biologico (non posso vivere senza riso soffiato per la colazione), il nuovo telefilm preferito (nella versione stereo del satellite, scaricato il giorno dopo), almeno un film tra quelli in attesa negli hard disk (c’è un tale disordine che avrò almeno tre o quattro doppioni), qualche riga sgarzola su queste pagine, la lettura dei miei blogger di fiducia, qualche chiacchiera con gli amici, almeno una telefonata un po’ più lunga.
Un programma che, pur nella sua scialba convenzionalità, mi pare meglio delle ipotesi prospettate dall’ipocondria nei giorni passati. E che, a rileggerlo, potrebbe far da spunto per una presa per il culo musicale alla moda.
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