Note dalle pendici del vulcano
D’estate a Stromboli è come trovarsi in una festa alla quale non sei stato invitato.
All’arrivo, il porto di Scari è talmente brutto e squallido che ti ritrovi a chiederti con sconforto quand’è la partenza del prossimo aliscafo per una qualsiasi altra destinazione. In seguito ti chiederai chi siano gli imbecilli che hanno casa o albergo al porto.
Stromboli è napoletana e francese. Entrambi i gruppi sono al contempo rumorosi e piacevoli alla vista, ma i francesi non ostentano le firme sugli abiti e hanno un gusto migliore.
Chi ti racconta che l’ascesa alla vetta è agevole e senza dubbio imprescindibile sta solo cercando di condividere con malizia l’assurda fatica che si è malauguratamente cercato; anche raggiungere con una tranquilla passeggiata l’osservatorio permette infatti di vedere stupefacenti eruzioni e colate di lava.
Al secondo giorno, sdraiato sulla sabbia nera, ti rendi conto di quelli che mancano prima del ritorno: comunque troppo pochi – e sai che non ritornerai abbastanza riposato, abbronzato, soddisfatto. Così, sdraiato sulla sabbia nera, sai già che il prossimo anno vorrai ritornare.
Una sera molto buia pensi a quanto sia strano, dopo aver trascorso la giornata avvinghiato a Sébastien, scoprire di desiderare il suo amico Philippe.
A Stromboli la terra non trema mai e soprattutto non “respira” come ti avevano detto alcuni, intrisi di insulse teorie new age. Almeno, non lo fa finché non ti sintonizzi d’improvviso sul ritmo, e ti ritrovi insulsamente new age – giusto fino al primo passo sulla passerella dell’aliscafo.
In aereo, direzione Berlino, è dolce ripensare alla punta più ventosa dell’isola, davanti alla facciata della chiesa, e alle cene di Pinella.
Note dall’ultima Capitale
Piove. Ma la pioggia di Berlino è diversa da quella milanese o newyorkese: non ti dà alcun senso di angoscia e irritazione. Anzi: come a Londra, te l’aspetti e quasi non ne provi fastidio. Comunque, in un solo pomeriggio il tempo cambia tante volte quante a Milano in una settimana.
Mangi bene e spendi poco. Credi di andare a dormire in un triste ostello e ti ritrovi in un appartamento per due, tutto finestre, dal quale non vorresti più andare via. Visiti case mai più piccole di 100 metri quadrati. I mezzi pubblici, capillari, funzionano. Dopo un paio di giorni ti chiedi se abbia senso il martirio della vita in un’altra città, per esempio: la tua. Ma poi pensi al lungo gelo dell’inverno, e capisci.
Ormai in tutto il mondo ci si saluta dicendo «ciao». Il turista italiano ne è entusiasta e ne fa un’insulsa bandiera. È una cosa talmente esasperante, che d’ora in poi dovrei impedirmi di usarlo, questo frusto «ciao», anche in Italia.
A Berlino, il turista è italiano. A Berlino, l’indigeno è affascinante. A Berlino, dimentichi la Francia. A Berlino, dimentichi il resto.
La bellezza della città è ovvia, pur senza l’esibizione arrogante di altre capitali. E quando ti trovi dentro la sfera sospesa a trecento metri d’altezza, trattieni a stento una lacrima.
Le serate indimenticabili sono comunque quelle passate al Tacheles, perdendoti tra una stanza e l’altra, tra una persona e l’altra, tra una musica e l’altra, tra un universo e l’altro.
Note in Helvetica
Avevi dimenticato quanto fosse bello viaggiare da soli, l’automobile che ronza e la strada e le curve e le salite e il lago: e alla fine la destinazione, che sta nella via con il nome buffo, Stradun.
Dopo dodici anni, guardando le montagne dell’Engadina, credi che la memoria ti faccia scherzi, perché i ghiacciai sono scomparsi; volevi trascorrere tre spensierati giorni di solitudine e relax ma ti ritrovi con la mente orientata al più cupo pessimismo ambientalista.
Al tavolo di fianco, cinque persone parlano cinque lingue diverse, e si capiscono perfettamente. Alla fine della cena, la signora più anziana e chic, e dunque più intraprendente, ti fa le scuse per l’eccessivo cicaleccio. Cerchi di spiegarle che per te è stata la serata perfetta.
Le terme sono ovviamente miste, così è farsesco vedere i tanti uomini accompagnati da mogli e fidanzate che spiano con aria cupida gli altrui peni (e ogni volta, in queste situazioni, ti stupisci dell’infinita varietà degli stessi), perché forse è proprio vero che quello piace a tutti.
Al terzo giorno, una piccola verruca sul piede, sei un po’ fiaccato da troppi idromassaggi, cascate, vapore, montagne, idiomi, peni. La strada si srotola portandoti verso casa. All’arrivo, vorresti di nuovo ripartire.
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