Il primo anno è novità, impegno ed emozione.
Il secondo cancella l’entusiasmo e porta consapevolezza delle capacità.
Il terzo rivela le prime delusioni.
Il quarto suggerisce di tradire.
Il quinto porta cambiamenti che mettono alla prova.
Il sesto incupisce per la noia.
Il settimo è quello della crisi: sei incerto fra terrore e desiderio della fine.
Non so se le cose possano andare così nei rapporti di coppia. In quelli di lavoro, sì.
2 maggio 2009
27 aprile 2009
qui con me
Tu, con tutta la vita insieme, dal tempo dei primi ricordi.
Tu, con lo sguardo ironico e severo, il gorgo che inghiotte.
Tu, con il mistero dell’affinità, la più perfetta tra gli imperfetti.
Vi vorrei ancora, qui con me.
E talvolta vorrei anche l’amore di qualcuno che forse c’è,
ma non ancora qui con me.
Tu, con lo sguardo ironico e severo, il gorgo che inghiotte.
Tu, con il mistero dell’affinità, la più perfetta tra gli imperfetti.
Vi vorrei ancora, qui con me.
E talvolta vorrei anche l’amore di qualcuno che forse c’è,
ma non ancora qui con me.
22 aprile 2009
piccole correzioni
Stamattina, capelli bagnati e spazzolino che ronzava in bocca, mi chiedevo quale fosse la causa della mia tristezza. Ne ho passate un po’ in rassegna, quindi, con la faccia nell’asciugamano, ho concluso che nessuna è abbastanza forte: non ho buoni motivi per essere triste.
E poi, mentre sbucavo dalla metropolitana fischiettando la melodia che usciva dagli auricolari, mi sono accorto che tutto quel dolore, d’improvviso, non c’era più.
E poi, mentre sbucavo dalla metropolitana fischiettando la melodia che usciva dagli auricolari, mi sono accorto che tutto quel dolore, d’improvviso, non c’era più.
21 aprile 2009
20 aprile 2009
en ce moment
«Il y a eu des nuits où je mourais de toi
Comme on meurt de faim.
Je pensais à ton souffle quand insensiblement
Il devient plus rapide, et je ne dormais pas.
Quand je te regardais, quand je fermais les yeux
En tout temps, en tout lieu j’avais envie de toi.
Lorsque je t’ai donné quelques coups de canif
C’était pour ne pas perdre tout à fait la raison,
C’était pour que tu sois un peu plus attentif
Que tu ne t’installes pas dans ma soumission.
Y a-t-il eu trop de temps, trop de gens entre nous.
En ce moment tu vois, je n’ai vraiment plus goût à rien.
Et il y a des nuits où je meurs de personne
Comme on meurt de quelqu’un.»
Comme on meurt de faim.
Je pensais à ton souffle quand insensiblement
Il devient plus rapide, et je ne dormais pas.
Quand je te regardais, quand je fermais les yeux
En tout temps, en tout lieu j’avais envie de toi.
Lorsque je t’ai donné quelques coups de canif
C’était pour ne pas perdre tout à fait la raison,
C’était pour que tu sois un peu plus attentif
Que tu ne t’installes pas dans ma soumission.
Y a-t-il eu trop de temps, trop de gens entre nous.
En ce moment tu vois, je n’ai vraiment plus goût à rien.
Et il y a des nuits où je meurs de personne
Comme on meurt de quelqu’un.»
11 aprile 2009
dettagli onirici
Il ricordo dei sogni accompagna il sonno difficile che mi perseguita ciclicamente tra la fine dei vent’anni e questi trenta inoltrati.
Persone e luoghi perduti ritornano, misteriosi, e trascinano con loro la certezza che mi terranno sempre compagnia, nel ricordo.
Il vuoto presente dei giorni, la vita lontana delle notti.
Persone e luoghi perduti ritornano, misteriosi, e trascinano con loro la certezza che mi terranno sempre compagnia, nel ricordo.
Il vuoto presente dei giorni, la vita lontana delle notti.
31 marzo 2009
di pietra come il cuore
Chi è stato la famiglia ed è morto, chi ha deciso il nome ed è fuggito, chi ha consumato il mio amore, chi vorrebbe illudermi con le parole, chi m’illude con il silenzio.
E io non sento più nulla: fingo partecipazione, se richiesta. Tutto qui.
L’abbandono mi ha reso pietra, come il cuore.
E io non sento più nulla: fingo partecipazione, se richiesta. Tutto qui.
L’abbandono mi ha reso pietra, come il cuore.
28 febbraio 2009
turris eburnea mmix
«È già l’ultimo giorno di febbraio? Devo scrivere assolutamente sul blog: non voglio che manchi un mese nel calendario dell’archivio…»
Da quando trascorro le domeniche a preparare la lezione del giorno seguente, ho smesso di seguire blog – il mio e quelli altrui. Mi dico che sono troppo stanco e non ho tempo, ma credo semplicemente di non avere voglia. L’umore è pessimo, perché ho la sensazione che siano per me tempi senza equilibrio o sbilanciati verso il basso, e cose da dire ne ho sempre meno. Ma non sono il solo, probabilmente.
«Sono stato un po’ nel panico e non mi sono fatto vivo, scusa. E se ci si beccasse in settimana?»
È incredibile come detesti locuzioni fruste ma non riesca a farne a meno nella conversazione. Troppi libri comperati e non letti, temo.
Comunque la vita da recluso, in questi primi mesi dell’anno, è stata ancora più intensa. Isolato nella torre d’avorio. Non immaginavo che a un capodanno popolato di amici vecchi e nuovi sarebbe seguito un anno così solitario. I pochi che mi hanno cercato (oh! uno spunto di riflessione non da poco, questo) hanno chiacchierato con un grumo di angosce, al di là della cornetta. Non dev’essere stato piacevole, immagino.
«Vorrei che teneste spento il cellulare, ma se suona e volete rispondere, almeno uscite dalla classe.»
Sono uno dei pochi che spegne il telefono portatile durante la notte, al ristorante, al cinema, e inoltre dimentica di accenderlo. (E ora che ci penso, non è un “riaccenderlo”, ma proprio “accenderlo”, perché per me la sua condizione naturale, come quella di qualsiasi elettrodomestico, è quella di essere spento. Molto strano, me ne rendo conto: sono sorpreso anch’io da questa rivelazione.)
Insomma, mi sembra che pochi sappiano fare a meno della reperibilità perenne, secondo me banalmente terrorizzati all’idea di perdere contatto con la rete anti-solitudine dei conoscenti anche durante le due ore di un film o in quei pochi minuti sulla metropolitana o sul cesso.
D’altronde, mi accorgo di essere vecchio non tanto per l’approssimarsi dei quarant’anni (anche se…), né perché mi trovo a pensare che i giovani siano maleducati a tenere acceso il telefono durante le lezioni (ma lo sono, cazzo!), né perché mi ritrovo a dire, con termini nuovi, quello che ci ripetevano irritati i professori (e la cosa un po’ mi fa sorridere), ma perché quando andavo a scuola non c’erano telefoni cellulari e internet, e questo mi rende più simile a mio nonno che a un ventenne, mi sembra.
«Ma davvero, quanto tempo…»
Mi ero fatto una promessa: avrei ritrovato di nuovo la mia più grande amica del passato, persa quindici anni fa, solo se avessi costruito qualcosa di importante, in me o attorno a me. Abbiamo fatto colazione assieme, due sabati fa. Lei è sempre la stessa, si è fermata ad allora: vive e fa parte di un passato per me morto, e questo mi ha intristito. Ma alcuni giorni dopo, ripensandoci, ho sentito un chicco di felicità, perché in effetti qualcosa d’importante, in questi anni, l’ho ottenuto, e la più grande amica del presente, anche se un po’ lontana, c’è.
«Dottore, desidera un caffè?»
Poche settimane fa, d’improvviso, mi sono accorto che so scrivere con il computer senza guardare la tastiera; era un’abilità che invidiavo molto alle segretarie e ora eccola anche nelle mie mani, non richiesta. È come quando scopri che sai ancora parlare una lingua imparata vent’anni prima e mai usata: le capacità che ti sorprendono. Un giorno scoprirò di saper volare, forse.
Da quando trascorro le domeniche a preparare la lezione del giorno seguente, ho smesso di seguire blog – il mio e quelli altrui. Mi dico che sono troppo stanco e non ho tempo, ma credo semplicemente di non avere voglia. L’umore è pessimo, perché ho la sensazione che siano per me tempi senza equilibrio o sbilanciati verso il basso, e cose da dire ne ho sempre meno. Ma non sono il solo, probabilmente.
«Sono stato un po’ nel panico e non mi sono fatto vivo, scusa. E se ci si beccasse in settimana?»
È incredibile come detesti locuzioni fruste ma non riesca a farne a meno nella conversazione. Troppi libri comperati e non letti, temo.
Comunque la vita da recluso, in questi primi mesi dell’anno, è stata ancora più intensa. Isolato nella torre d’avorio. Non immaginavo che a un capodanno popolato di amici vecchi e nuovi sarebbe seguito un anno così solitario. I pochi che mi hanno cercato (oh! uno spunto di riflessione non da poco, questo) hanno chiacchierato con un grumo di angosce, al di là della cornetta. Non dev’essere stato piacevole, immagino.
«Vorrei che teneste spento il cellulare, ma se suona e volete rispondere, almeno uscite dalla classe.»
Sono uno dei pochi che spegne il telefono portatile durante la notte, al ristorante, al cinema, e inoltre dimentica di accenderlo. (E ora che ci penso, non è un “riaccenderlo”, ma proprio “accenderlo”, perché per me la sua condizione naturale, come quella di qualsiasi elettrodomestico, è quella di essere spento. Molto strano, me ne rendo conto: sono sorpreso anch’io da questa rivelazione.)
Insomma, mi sembra che pochi sappiano fare a meno della reperibilità perenne, secondo me banalmente terrorizzati all’idea di perdere contatto con la rete anti-solitudine dei conoscenti anche durante le due ore di un film o in quei pochi minuti sulla metropolitana o sul cesso.
D’altronde, mi accorgo di essere vecchio non tanto per l’approssimarsi dei quarant’anni (anche se…), né perché mi trovo a pensare che i giovani siano maleducati a tenere acceso il telefono durante le lezioni (ma lo sono, cazzo!), né perché mi ritrovo a dire, con termini nuovi, quello che ci ripetevano irritati i professori (e la cosa un po’ mi fa sorridere), ma perché quando andavo a scuola non c’erano telefoni cellulari e internet, e questo mi rende più simile a mio nonno che a un ventenne, mi sembra.
«Ma davvero, quanto tempo…»
Mi ero fatto una promessa: avrei ritrovato di nuovo la mia più grande amica del passato, persa quindici anni fa, solo se avessi costruito qualcosa di importante, in me o attorno a me. Abbiamo fatto colazione assieme, due sabati fa. Lei è sempre la stessa, si è fermata ad allora: vive e fa parte di un passato per me morto, e questo mi ha intristito. Ma alcuni giorni dopo, ripensandoci, ho sentito un chicco di felicità, perché in effetti qualcosa d’importante, in questi anni, l’ho ottenuto, e la più grande amica del presente, anche se un po’ lontana, c’è.
«Dottore, desidera un caffè?»
Poche settimane fa, d’improvviso, mi sono accorto che so scrivere con il computer senza guardare la tastiera; era un’abilità che invidiavo molto alle segretarie e ora eccola anche nelle mie mani, non richiesta. È come quando scopri che sai ancora parlare una lingua imparata vent’anni prima e mai usata: le capacità che ti sorprendono. Un giorno scoprirò di saper volare, forse.
11 gennaio 2009
barcelona
«So you’re pretty much home free, unless you… blow it.»
«Blow it?»
«Yeah.»
«Blow it. You mean ruin the moment?»
«Yeah.»
«And how would I do that?»
«I don’t know. It could be anything from… some inane comment to… wearing the wrong kind of shorts. Although, somehow, by looking at you… I think you’re wearing the right kind of shorts.»
«You’re very hard to please.»
«Yeah, well… I am famous for my intolerance.»
«And what do you want in life besides a man with the right shorts?»
«I don’t know. I know I’m not going to settle until I find what I’m looking for.»
«Which is what?»
«Something… else. I want something different, something more. Some sort of… counterintuitive love.»
«Meaning?»
«Meaning, uhm… I don’t know. I don’t know what I want. I only know what I don’t want.»
«Blow it?»
«Yeah.»
«Blow it. You mean ruin the moment?»
«Yeah.»
«And how would I do that?»
«I don’t know. It could be anything from… some inane comment to… wearing the wrong kind of shorts. Although, somehow, by looking at you… I think you’re wearing the right kind of shorts.»
«You’re very hard to please.»
«Yeah, well… I am famous for my intolerance.»
«And what do you want in life besides a man with the right shorts?»
«I don’t know. I know I’m not going to settle until I find what I’m looking for.»
«Which is what?»
«Something… else. I want something different, something more. Some sort of… counterintuitive love.»
«Meaning?»
«Meaning, uhm… I don’t know. I don’t know what I want. I only know what I don’t want.»
6 gennaio 2009
debole
È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Ci sono cose che devo fare, hanno una scadenza vicina. Dovrei assolutamente agire, ma mi faccio soffocare dalla paura, fingo che tutto quello che avviene fuori da questa soffitta non esista, e mi rifugio tra i cuscini del divano, impersonando eroi che salvano città devastate da maremoti, o scambiando mobili e magliette colorate con gli animali che vivono lungo la spiaggia, o fingendo che le quattro trentenni incasinate e i sei giovani buffi di New York siano anche amici miei, o spiando dallo schermo del Mac uomini che fanno la doccia.
E poi rileggo i nostri vecchi messaggi, le conversazioni via chat, guardo le fotografie – quanto siamo cambiati. Ripenso a quegli anni, quando mi precipitavo da te, vicino o lontano, per aiutarti, soccorrerti, consolarti; talvolta per un motivo sbagliato, o per egoismo, ma ci sono stato sempre.
Ecco: mi sono reso conto che ora sto affondando, ma in una maniera lenta e indolore, come se non accadesse a me, come se non mi coinvolgesse, come se presagissi la catastrofe senza riuscire a correre al riparo. Non riesco a chiederlo a nessun altro: gere curam mei finis. Ho bisogno che da questa situazione sia tu a salvarmi.
O che qualcuno mi salvi da te.
O mi salvi da me.
È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Cosa significano questi appunti? È solo un’immatura richiesta di aiuto – o di affetto? L’ennesima ambivalente captatio benevolentiæ? Un semplice sfogo fatto con compiaciuto egotismo? Una dichiarazione onesta, benché sfrontata e imbarazzante? Dovrei cancellare tutto? Non lo so; mi sorprendo solo della mancanza di pudore, non della debolezza.
Allora facciamo che comunque queste righe, le prime dell’incognito 2009, rimangono qui: ma non le hai lette, né tu né tutti voi altri “tu”.
Se però mi si volesse cercare, e restare, io sono qui, immobile.
Ci sono cose che devo fare, hanno una scadenza vicina. Dovrei assolutamente agire, ma mi faccio soffocare dalla paura, fingo che tutto quello che avviene fuori da questa soffitta non esista, e mi rifugio tra i cuscini del divano, impersonando eroi che salvano città devastate da maremoti, o scambiando mobili e magliette colorate con gli animali che vivono lungo la spiaggia, o fingendo che le quattro trentenni incasinate e i sei giovani buffi di New York siano anche amici miei, o spiando dallo schermo del Mac uomini che fanno la doccia.
E poi rileggo i nostri vecchi messaggi, le conversazioni via chat, guardo le fotografie – quanto siamo cambiati. Ripenso a quegli anni, quando mi precipitavo da te, vicino o lontano, per aiutarti, soccorrerti, consolarti; talvolta per un motivo sbagliato, o per egoismo, ma ci sono stato sempre.
Ecco: mi sono reso conto che ora sto affondando, ma in una maniera lenta e indolore, come se non accadesse a me, come se non mi coinvolgesse, come se presagissi la catastrofe senza riuscire a correre al riparo. Non riesco a chiederlo a nessun altro: gere curam mei finis. Ho bisogno che da questa situazione sia tu a salvarmi.
O che qualcuno mi salvi da te.
O mi salvi da me.
È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Cosa significano questi appunti? È solo un’immatura richiesta di aiuto – o di affetto? L’ennesima ambivalente captatio benevolentiæ? Un semplice sfogo fatto con compiaciuto egotismo? Una dichiarazione onesta, benché sfrontata e imbarazzante? Dovrei cancellare tutto? Non lo so; mi sorprendo solo della mancanza di pudore, non della debolezza.
Allora facciamo che comunque queste righe, le prime dell’incognito 2009, rimangono qui: ma non le hai lette, né tu né tutti voi altri “tu”.
Se però mi si volesse cercare, e restare, io sono qui, immobile.
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