24 aprile 2008

della perfidia inattesa

Cari lettori, il vostro beniamino è tornato da qualche tempo a guardarsi in giro, in quella maniera tutta sua tra azione e attesa, tra aspettative e realtà. Non si combina nulla da troppo tempo, ma non è la questione: semplicemente, ora la solitudine mi pesa.
Chi c’è intorno – lo spasimante di sempre, il nuovo collega «un bel tipo, però…» – è troppo noioso da ghermire, così si ritorna al mondo filtrato dal monitor. Nuovo nome su Pagine Arancioni e simili (lo so, oggi vanno di più MySpace e Flickr, ma penso che un mezzo valga l’altro – per esperienza, nel mio caso valgono tutti assai poco), ed ecco tornare volti e parole dal passato; soprattutto ecco riaffiorare ricordi sparsi degli ultimi quattro anni: belli, inutili, divertenti, spiacevoli.

La parola “perfidia” ha le otto lettere di chi un paio d’anni fa ha messo in scena solo per me un violento diorama di spettacolare cattivo gusto, approntato con il duplice scopo di farmi soffrire e di mostrare una sprezzante superiorità.
Non saprò mai quanto abbia contato l’aiuto di colui che ho perduto, soprattutto grazie a quella gratuita rappresentazione. Non m’importa, in realtà, perché non è la sua nota perversione a stupirmi, quanto la cattiveria tra sconosciuti: come si può essere crudeli con qualcuno che non hai mai incontrato, con cui non hai parlato, che ti è estraneo?

Perfido Inatteso vive secondo una logica del consumo che mi fa orrore. Vampiro d’aspetto e d’indole, consuma corpi, esperienze, luoghi, parole – dei quali tenta di fermare il ricordo con l’ossessivo ricorso alla fotografia (a lui affine: la forma espressiva più fredda, facile e dittatoriale – il glutammato dell’arte).
Causa di litigi tra amici di vecchia data, motivo di rottura brutale tra coppie storiche, Perfido mischia sesso e amicizia, confonde vita e rappresentazione della stessa, si aggira travestito da lupo o da agnello, a seconda del luogo, del tempo, del pubblico; comunque, tra una citazione e la pagina di un libro, non è mai se stesso.
Predatore terrorizzato dall’idea di essere preda, presuntuoso ed egocentrico – la sua firma su ogni cosa e persona che ha toccato –, brama il potere, è violento con i deboli e sottomesso con i potenti, definisce con accortezza le strategie venture (nelle mie previsioni, la scalata è ora al Produttore).
È intelligente, e nel suo lavoro accessorio, bravo. Ma vive in un’illusione, e, anche per questo, è pericoloso.

Insomma: cercando un’improbabile anima gemella, mi sono tornate in mente persone belle, inutili, divertenti, spiacevoli. Ed è a causa di queste che ritrovo intatto l’astio generato dall’immotivata violenza subita, e mi accorgo infine che anche per me è possibile essere crudele con uno sconosciuto, seppure per rivalsa.

17 aprile 2008

cantiere/reiche und arme

«C’è un maniaco sul Corriere della Sera, la sua mano per la zingara di Brera è nera. Ha un filtro contro la gelosia o una ricetta per l’allegria; legge il destino (ma nelle stelle) e poi ti dice solo cose belle.»

«E quando tu mi lascerai io mi innamorerò di cose più importanti, di samba riguardanti a felicidade. L’amore viene, l’amore va (senza l’amore come si fa?) ma se hai paura fai come me: metti davanti un “se”.»

I Baustelle sono i Ricchi e Poveri di questi anni, con più presunzione e meno ironia.

«Se m’innamoro (se m’innamoro…) – se m’innamoro sarà di te.»

15 aprile 2008

esterni milanesi

Spazio In.Transi.Gente presenta neocontenitori postdesign e sedute organiche destrutturate.
Soopagruppo espone selezione fotografica nell’ambito del progetto Meet-in-town / Azioni distorte.
Evento fuori salone alla pensilina dei taxi sul lato est della stazione Centrale, sabato mattina alle 5.45. Buffet freddo, solo su invito.

11 aprile 2008

inevitabile stronzata

1993. «Come posso salvare le mie aziende sull’orlo della bancarotta ed evitare la galera? Scendo in campo, bevo l’amaro calice e mi dipingo un po’ di leggi addosso.»
2008. «La politica è il miglior investimento della mia vita. Alcuni li convinci con un po’ di denaro (che tanto torna indietro con gli interessi), la massa la fotti con un po’ di pubblicità. E poi, non c’è il due senza il tre.»
E così, dopo mille ripensamenti, mi ritrovo a votare Democrazia Veltroniana per contribuire ad arrestare il saltimbanco dittatore.

Mi tappo il naso da quando ho diciott’anni, ormai più per il tanfo che per altro, e mi chiedo quanto ancora sopravviverò senza respiro.
Luttazzi ha detto che il PD è un’inevitabile stronzata. Per me, la è anche votarlo.

6 aprile 2008

l’ordine dei ricordi

Quando vivi solo e non hai ereditato la sindrome da orsetto lavatore (ne hai semmai le occhiaie, ma è un’altra storia), la tua casa può somigliare a un magazzino sporco.
Prima o poi arriva il momento nel quale ti rompi i coglioni: di vedere solo scatole che custodiscono la prova degli anni passati, di polvere che ti trasforma in un asmatico, di mobili inutilizzati ma scelti con cura che servono solo a dare il nome alle stanze – se c’è il lavello scollegato, cucina; le sedie e il tavolo carichi di bollette libri giacche cartacce, sala da pranzo; il divano polveroso che ospita pile di riviste, soggiorno; l’armadio ancora vuoto e gli abiti ammassati per terra, camera da letto.
Aspetti quindi la domenica, apri decine di scatole dal contenuto misterioso, come in un volgare telequiz, ed ecco improvvisamente riaffiorare matasse di ricordi che non sapevi più di avere. Degli oggetti non sai che fartene. Non giocherai con il Lego e non ammirerai più le gomme profumate, ma ti rendi conto che non puoi buttare nulla, che tutto deve rimanere con te, a ricordarti il periodo più sereno, quello delle novità e della scoperta, e a riempire il vuoto attuale.
Verso sera ti guardi intorno e tutto è ancora disperatamente sottosopra, forse ancora più di prima: il panorama è cambiato come dopo il passaggio delle ruspe su una montagna di detriti.
Vai a letto, un po’ stanco, un po’ contento di te ma non abbastanza, un po’ triste che domani sia lunedì e non ci sia modo di sfruttare ancora quest’energia sbocciata all’improvviso dalla solita pigrizia.

4 aprile 2008

onirico

«Ci si risveglia ancora in questo corpo attuale
dopo aver viaggiato dentro il sonno.
L’inconscio ci comunica coi sogni
frammenti di verità sepolte.»

1 aprile 2008

varie dall’eburnea torre

Non pubblicare appunti per più di tre settimane mi fa sentire un po’ in colpa – non so però nei confronti di chi: me? i lettori affezionati? la divinità che sorveglia i blogger? – e un po’ frustrato, perché i post accennati smozzicati assemblati e incompiuti sono ormai dieci. Constato che per me scrivere non è facile, spesso – o per lo meno, che iniziare è più facile che finire (è il contrario, nelle storie d’amore). Per mesi ho disertato i cinema, e non ricordavo neppure quale fosse stato l’ultimo film che avevo visto: Van Sant all’Anteo? Arcand al Brera? (il Brera: ha chiuso tre mesi fa.) Ma sabato – evento – mi sono scrollato di dosso un po’ di naftalina per Virzì. Grazie, Paolo (tutt’e due, intendo). Alcune mattine fa è comparso in ufficio un nuovo collega. Simpatico, carino, interessante. Interessato, lui? Credo di no («Esco da una storia di otto anni con un tipo»). Interessato, io? Sì, all’inizio. Almeno finché non ho visto due paia delle sue scarpe. Il reportage-romanzo di Saviano ha venduto più di un milione di copie. In quanti hanno letto quella che hanno comprato? Pochi, visto che la psicosi da mozzarella tossica è cominciata solo ora. Ignoranti, senza memoria e criminali, gli italiani. Ne daranno prova anche tra un paio di settimane, con la matita copiativa in una mano e il fotocellulare nell’altra? La nuova famiglia allargata inizia a replicare i fastidiosi costumi di quella classica: discorsi inutili o noiosi, discussioni irritanti o assurde, domande superflue o incomprensibili, affetto simulato o inadeguato. Al pranzo del lunedì dopo Pasqua avrei voluto prendere mia madre sottobraccio e, dimentichi degli altri, passeggiare chiacchierando per la campagna solo con lei – quando vivevamo insieme non la sopportavo; ora, che le parlo al telefono ogni cinque o sei giorni e la vedo ogni tre settimane, mi manca. Avevo espresso un desiderio, all’inizio dell’anno. È ancora troppo presto per disperare? Gli amici, talvolta, si allontanano. Quando succede, talvolta, ci mancano. Finché, talvolta, ritornano. Milano ha vinto la data della sua morte: sette anni di disgrazia per i suoi abitanti, che vorrebbero più verde, più servizi, più vita e troveranno più affari illeciti, più arroganza, più disequilibrio. Perché in Italia ogni occasione è un’occasione mancata, e comunque non c’è più la mezza stagione. Sono la barzelletta degli amici per la ormai cronica incapacità di dare un indirizzo a questa casa. Non l’ho voluto neppure sull’elenco telefonico, e mai gesto fu più premonitore. Comunque, è deciso che entro un mese e mezzo tutto dovrà, se non essere perfetto, almeno funzionare – e così finalmente mi dedicherò alle gioie della cucina, tipo preparare uova à la coque.

10 marzo 2008

message personnel

Lo ammetto, Mr. Turnstiles: sono un idiota. Non ti ho neppure degnato di uno sguardo, in coda alla cassa – mentre sentivo il tuo su di me, curioso e impudico – ma avevo solo voglia di sparire perché

grondavo di sudore
avevo i capelli a nido
la barba di due settimane
un alito fetido
una felpa da profugo
lo zaino Invicta per portare la spesa
occhiaie da procione
e puzzavo anche un po’.

Se m’ignorerai a tua volta, quando c’incontreremo ancora, capirò.
Ma fino ad allora continuerò a sognarti tra le mie braccia.

9 marzo 2008

imitatore

Una mattina livida, piove. Sotto il piumone, ho ricominciato a leggere il settimanale con il quale mi sono addormentato ieri. La giornalista guarda la sua ristretta famiglia e ripensa a quella dell’infanzia, numerosa, rumorosa, piena: di affetto e diversità e vita.
Ho ricordi simili anch’io – ma quella famiglia era acquisita, e non c’è più – così mi sono sciolto in una commossa nostalgia. Quello che avevo che non ho raccolto che ho dimenticato che ho lasciato che mi ha abbandonato che ho sognato, e ho perduto.
Quando il pensiero ha iniziato a seguire un’altra strada, ho sentito il bisogno di scrivere – quattro righe qualsiasi, non importa – e mi sono accorto che la scrittura per me è un processo imitativo: leggo un testo interessante, scritto con uno stile che mi piace, e la pigrizia in cui avvolgo le giornate si dissolve.
E poiché il pensiero mi è ancora difficile da domare, ritorno a quando ho capito che potevo fare a meno delle rotelle di sostegno, perché in un parco inglese avevo visto un padre insegnare al figlio il principio dell’equilibrio dato dal movimento in bicicletta – stacchi il piede da terra dopo la prima pedalata e la bici non cade. O ripenso a quando ho iniziato a travestirmi come la mia ossessione ora perduta; o quando, guardando la libreria di Chiara, ho provato curiosità per gli autori contemporanei, quelli di cui parlano tutti; o quando ho letto il mio primo blog, sono stato ammaliato da chi lo compone e mi sono detto: voglio farlo anch’io.

È tutto già pensato scritto detto ascoltato capito ignorato vissuto dimenticato provato passato. L’unicità è illusione. E così, mentre mi meraviglio ancora – delle cose, dei cambiamenti, degli altri, di me – mi scopro provetto artefice, abile creatore e al contempo imbroglione incallito. L’uomo imitatore.

25 febbraio 2008

alcuni sembrano dietrologi

Alcune persone, alla televisione e non solo, sembrano scegliere un nuovo colore per l’iride al fine di apparire diverse o più belle, ma con più probabilità nascondono solo pupille stupefacentemente dilatate.

Alcune catene di mediocri pizzerie dai nomi suggestivi, comparse in città come muffa negli ultimi anni, sembrano la copertura ideale per camorristi impegnati nel riciclaggio di denaro.

Alcune opinioni anacronistiche ed estreme di personaggi pubblici, installate sulle prime pagine dei quotidiani per settimane, infiammano l’opinione pubblica ma sembrano voler distogliere l’attenzione da problemi molto più attuali e preoccupanti – e paiono inoltre orchestrate da quei conservatori che, nel non appoggiarle, si travestono temporaneamente da progressisti allargando i propri consensi.