30 luglio 2006

buio in sala

Come in ogni finale, si trascinano per un po’ i titoli di coda. Si accendono le luci; uno può scegliere se restare o alzarsi e uscire dalla sala.
Il film era davvero triste. Conoscevo le musiche, gli assistenti, lo stuntman, l’aiuto regista e tutti i luoghi in cui è stato girato, così ho deciso di andarmene subito, con la gola annodata e le lacrime lì a mezzo, decise a scendere, ma solo più tardi.

Esci dal cinema e ti senti sempre un po’ come il protagonista della storia che hai appena visto sullo schermo. Da bambino provavo a volare con il pugno teso come Superman e mi guardavo alle spalle con la coda dell’occhio come 007.
Anche oggi la storia del film fatica a scivolarmi di dosso e la vita senza pubblico a riappropriarsi di me; non m’identifico però più in un solo personaggio: sono più spesso l’ambiente, i luoghi e soprattutto le relazioni a coinvolgermi e a permettere una vita parallela nella quale mi emoziono più che in quella presente.

Mi piacciono molto i finali felici. I baci infiniti. O i numeri musicali, una canzone con l’orchestra impazzita, coreografie faraoniche e il carrello con l’elicottero. O gli sguardi in primissimo piano che fanno capire quello che le parole renderebbero stucchevole o ridicolo.
Mi piacciono molto i finali tristi. «Dai, chiudi la porta», e lui la chiude per sempre. O un interno, una figura che piange, orchestra di soli archi, carrello lento verso il cielo. O lo sguardo in primissimo piano che fa capire quello che le parole renderebbero retorico o inutile.

Insomma, da quel film con il finale triste me ne sono andato e i titoli di coda erano ancora lì che scorrevano.
«Dai, chiudi la porta.» In quel cinema, l’ultimo spettacolo.

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