Non avere una cucina funzionante è una frustrazione. Vorresti stare in casa, la sera, e prepararti un piattone di pastasciutta da mangiare spaparanzato sul divano davanti al televisore (oddio, che immagine orrenda! Diciamo: vorresti gustare un flan ascoltando un adagio di Brahms) ma non puoi. E il peggio è che sei tu il colpevole di questa situazione: lo è la tua pigrizia, lo sono le tue fobie incomprensibili e la tua inspiegabile indecisione.
Sei frustrato, ti senti in colpa e (peggio) ti senti uno stupido.
Salti di sera in sera da una casa all’altra di amici e parenti, che presto non nascondono una viva irritazione alla tua epifania, e i ristoratori dei locali a buon mercato ti sorridono con aria mesta già attraverso la vetrina, prima che varchi la soglia, dispiaciuti più di quanto lo sia tu al vederti immancabilmente solo. Forse, semplicemente, dà loro fastidio che occupi solitario un tavolo al quale potrebbe sedere anche un altro cliente/pagante, o magari due.
Fatto sta che nell’ultimo anno sono andato al ristorante (da solo e non) come mai prima.
Scelgo locali economici e, pur malsopportando la routine, sempre gli stessi – paura del nuovo e necessità di cambiare; ecco l’odierna contraddizione…
Ma stavo parlando di ristoranti.
La Fontana perché è vicino e ha lasagne strepitose (bisognerà pure che mangi carne, ogni tanto, altrimenti rientrerei in un’ennesima categoria: il vegetariano – e mi bastano tutte le altre in cui mi si confina), La Fabbrica perché è ancora più vicino e fa la pizza con un pomodoro che non mi dà mai allergia al palato (ma è possibile avere allergie assurde come alla schiuma da bagno? al grana padano – e più di rado al parmigiano? alla Novalgina? Non sarebbe più normale, chessò, un’allergia agli acari della polvere, al polline o a qualche cibo più “tradizionalmente allergenico”?).
Ho mangiato in osterie, trattorie, locali mai usciti dagli anni ’80 e ristorantini pretenziosi dei quali parlo male appena posso. Ho assaggiato cibi tradizionali di molti altri Paesi, ma ho dovuto dire addio al cinese sotto casa, con fama di essere uno dei migliori della città, dopo essere stato male ben due volte, con allucinazioni notturne, per pesce e gamberetti andati a male. Chissà: forse altri avventori ci tornano proprio per risparmiare su acidi e funghi allucinogeni…
Ogni tanto, però, non ho soltanto voglia di mangiare, ma – soprattutto se sono solo – di intrattenimento, e poiché i lap dance restaurant, supponendo che ne esistano in città, non sono “pane per i miei denti”, rimedio su una trattoria in via Casati e su una pizzeria in via Morgagni.
Lo spettacolo, in questi locali, è assicurato da due cameriere fisicamente all’opposto ma accomunate da una chioma platinata e da una non sottile vena di follia.
Come si riconosce un pazzo?
Forse la domanda più corretta sarebbe «Cos’è un pazzo?», ma non ho strumenti culturali, dialettici e morali tali da rispondere.
Riconoscerlo, invece, è più facile.
Lo sguardo, innanzitutto. È penetrante, o al contrario sfuggente; gli occhi fissano te o il vuoto oppure si muovono rapidissimi come a cercare qualcosa. Una descrizione da “tutto e niente”, eppure lo sguardo del folle è assolutamente, incontrovertibilmente riconoscibile.
E poi i movimenti: improvvisi, senza motivo – o al contrario l’immobilità. Anche questa è una descrizione “tutto e il suo contrario”, ma i movimenti del corpo di un matto, e la sua fissità, ne dichiarano in maniera palese la follia.
D’accordo: un po’ di follia esiste in tutti, ma la linea che divide il matto da chi non lo è si riconosce in maniera universale.
E così le mie due cameriere che danno spettacolo possono essere riconosciute come un po’ matte da chiunque, e sono certo che molti, come me, le amino per questo. E se può sembrare cinico ridere dei pazzi alle loro spalle, beh, un po’ lo è. D’altronde, ridere delle disgrazie altrui è normale (e riuscire a farlo delle proprie, poi, è divino).
Dov’ero rimasto? Perché non riesco a evitare incisi lunghissimi e inutili?
Dunque: le mie due icone bionde.
La bionda di via Casati è molto nervosa, parla velocissimo e ti chiede in continuazione se va tutto bene. È un folletto iperpresente che però non sembra per nulla a suo agio nel ruolo che svolge. La guardi aggirarsi per le sala con l’occhio impazzito e il grembiule (l’ha sempre addosso) e non puoi fare a meno di sorridere. Temi che stia per avere una crisi di qualche tipo da un momento all’altro – e in fondo non desideri altro. Vorresti che interpretasse la parte della strega cattiva, e lo sguardo alla papaRatzi ce l’ha.
La bionda di via Morgagni parla con un accento strano. Forse viene dall’Europa dell’Est. È misteriosa. Magrissima, ha grandi occhi azzurri, una bocca grande che sorride sempre. Il locale è piccolo, ma sempre pieno; la gente aspetta fuori: lei è sola a servire, ad assegnare i tavoli (secondo un suo disegno imperscrutabile), a prendere le ordinazioni, e invece di farsi prendere dall’ansia o da un attacco isterico, sorride. Rapida, attenta, ti ringrazia mille volte. Non puoi non rispondere al sorriso: ispira tenerezza e simpatia. Vorresti che interpretasse la parte della fata buona. L’ultima volta che sono andato da lei a mangiare mi sono alzato lasciando i soldi sul tavolo e l’ho cercata con gli occhi mentre era indaffaratissima tra un’ordinazione e i conti al registratore di cassa. Mi ha visto in piedi, le ho indicato i soldi sul tavolo, li ha guardati e ha fatto un cenno con la testa. Poi, senza dire una parola, si è messa una mano sulla bocca e mi ha mandato un bacio. Come non amarla?
(«Domani sera dove si va a mangiare?»)
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento