Non ho mai visto così poca televisione come da quando vivo solo. Sarà che resto in casa la sera soltanto se le troppe ore a far finta di inventare qualcosa di buon gusto per la casa editrice mi hanno stremato e non ho la forza di affrontare neppure gli amici meno festaioli. Sarà che, come sento ripetere da anni, a) alla televisione non c’è più nulla da vedere; b) le trasmissioni più interessanti sono sui canali satellitari; c) per guardare un film è meglio noleggiarsi uno qualsiasi dei dvd affastellati sugli scaffali di Blockbuster (a proposito: sono rimasto l’ultimo in città senza la tessera? esiste qualcun altro che di quei negozi detesta tutto – soprattutto l’odore?). Comunque se sono cose che dicono tutti probabilmente non sono vere: al solito, è suggestione collettiva.
Mi sono accorto, però, che m’interessa sempre meno parlare di cose “viste”: alla televisione, ma anche al cinema. Vorrei che le persone attorno a me raccontassero quello che fanno, che pensano, le loro incongruenze, i piaceri, i desideri, le paure. Vorrei, ma so che è quasi impossibile. Sono pronto a essere stupito da qualcuno, comunque.
La televisione, dicevo.
Mi manca, del tempo in cui la guardavo, la serialità. La ripetizione del medesimo modulo narrativo, con gli stessi personaggi, e specialmente gli intrecci che questi generano quando si conoscono, si amano, si lasciano. Sento il bisogno di appassionarmi per situazioni diverse, lontane ma che ritrovo come anche mie.
È soprattutto per riempire quest’assenza (ma, ahimè, anche per inesorabile voyeurismo) che sono diventato un divoratore di blog. Non quelli politici o sociali o d’informazione, ma i diari personali. Gli stessi che scrivono tutti gli adolescenti, nascosti in fondo al cassetto assieme ad altri piccoli tesori segreti o proibiti; quelli abbandonati sulla rete, però, sembrano messaggi in bottiglia – o piccole confessioni urlate a un megafono muto, a disposizione di chiunque le voglia cercare.
Le pagine in cui mi perdo sono racconti di stati d’animo, soprattutto. E sogni, ed esperienze, e storie.
Percepisco spesso, in quelle righe, una solitudine di fondo, un’amarezza, un’incapacità di accettare regole (nelle relazioni sociali, sentimentali, al lavoro), un’irrequietezza che sento anche mie.
È strano, me lo ripetono gli amici, che delle persone di cui leggo sappia tanto (gusti, desideri, azioni) senza conoscerle davvero, senza che loro sappiano che esisto.
Sì, è strano. Ma questi blogger sono gli attori della mia soap opera preferita: un racconto che non è un reality show, perché loro recitano la parte che si scrivono e non mostrano elementi inutili, non funzionali alla storia che hanno deciso di raccontare. È un appassionante feuilleton che si intreccia da un blog all’altro e soddisfa il mio bisogno di “racconto di esperienze” e di “rispecchiamento”.
D’accordo, lo ammetto: un bel po’ di dipendenza ce l’ho già.
Spero soltanto di non trasformarmi in una frustratissima casalinga alcolizzata: detesto i grembiulini a fiori.
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