Come una mano di vernice, un manto di tristezza sembra avvolgere le persone che incontro.
Nei loro occhi riconosco la mia stessa amarezza.
La causa? desideri inappagati: voglia di fuggire, ambizioni lavorative, struggimenti amorosi.
Il punto debole che viene scoperto e dà il dolore più intenso, nell’attesa che la giostra concluda il giro e riparta con il suo gaio motivetto.
24 maggio 2007
23 maggio 2007
passaggi a livello
«La musique, bien différente en cela de la société d’Albertine, m’aidait à descendre en moi-même, à y découvrir du nouveau: la variété que j’avais en vain cherchée dans la vie, dans le voyage…»
singolare polirematica
Secondo me, la cosa immorale è che in questo Paese – una semidittatura da operetta – non ci si possa permettere neppure di avere un’associazione a tutela dei consumatori che sia davvero e soltanto a tutela di.
Tuttavia, visto che chiunque ritiene di poter dare liberamente giudizi di valore e di principio: Joseph! Angelo! avete qualcosa da aggiungere?
Tuttavia, visto che chiunque ritiene di poter dare liberamente giudizi di valore e di principio: Joseph! Angelo! avete qualcosa da aggiungere?
21 maggio 2007
hopeful embraces
«It’s sometimes just like sleeping,
Curling up inside my private tortures.
I nestle into pain,
Hug suffering,
Caress every ache.
I play dead,
It stops the hurting.»
Curling up inside my private tortures.
I nestle into pain,
Hug suffering,
Caress every ache.
I play dead,
It stops the hurting.»
18 maggio 2007
le mie ragioni
Alcuni giorni fa sono stato invitato dal surrealista eccellente a dire cinque buoni motivi per curare un blog.
Temo – al solito – la banalità (dans trop de films, de chansons et de livres), così condirò il tutto approfittando dell’occasione per raccontare perché è nato taffetas: avrei voluto farlo da tempo, ma la pigrizia, si sa…
1. Dopo la rottura con l’Oggetto dell’Ossessione (in seguito, “Perduta”) ho sentito di dover raccontare al mondo che quella fase della mia vita era finita, o almeno così sembrava allora, così ho deciso di farlo in un blog. Quale altro mezzo ha una platea teorica così vasta? La prima ragione è, lo ammetto, esibizionismo.
2. Il nome di questo blog viene da lontano. Preso in prestito dall’esilarante scambio tra Frederick Frankenstein ed Elisabeth, è stato quello di una sfortunata rivistina letteraria online; sfortunata perché, a causa della penuria di racconti, ebbe vita brevissima: solo due numeri. La seconda ragione, non solo per questo motivo, è memoria.
3. Da ragazzo, al liceo, scrivevo appunti su un diario, uno di quelli con il lucchetto. Riportavo i sogni più strani e cercavo di trasferire i cambiamenti repentini e inspiegabili che vivevo in quel sordo periodo, al fine di archiviarli per un remoto futuro nel quale, forse, li avrei compresi. Ai tempi dell’università scrivevo frasi in versi che chiamavo poesie, e lettere ad amici e amori impossibili (queste ultime non le spedivo mai). Poi, per anni, non ho preso in mano la stilografica, e mi ero convinto che non sarei stato più in grado di scrivere una riga. Non è stato così; la terza ragione è quindi rivincita.
4. Scrivere per essere letti non è ovviamente come farlo per sé stessi (sì, l’accento lo metto; nessuno è ancora riuscito a convincermi della sua inutilità), e questa glossa tra parentesi ne è un esempio, perché non l’avrei messa sul diario “solo per me”, quello con il lucchetto. Scrivo un blog per comunicare, ed è diventata una pratica che mi aiuta ad avvicinare l’essenza delle cose, ma anche a esercitare un po’ di controllo sullo stile, e inoltre incoraggia all’uso delle parole che riaffiorano alla mente dalla crosta di quelle quotidiane. È un piccolo impegno che mi stimola, migliora, fa superare la pigrizia. Così la quarta ragione potrebbe essere disciplina.
5. Alcuni ammettono di avere un blog per trovare un compagno/una scopata/un amico. Altri ce l’hanno per moda. Altri ancora per ottenere conferme attraverso i commenti dei lettori. Io invece credo di dover riconoscere che spesso preferisco un filtro (qui la maschera di un monitor) al rapporto diretto con il mondo. E dunque l’ultima ragione, purtroppo, è distacco.
È una catena, e così passo a mia volta il compito a 10am, della quale m’incuriosiscono le possibili risposte – spero troverà il tempo; ad Anadah, mio primo blogger – chissà se leggerà l’invito; a Countrypolitan, che credo detesti questo genere di obbligo – ma estinguerebbe un piccolo debito.
Temo – al solito – la banalità (dans trop de films, de chansons et de livres), così condirò il tutto approfittando dell’occasione per raccontare perché è nato taffetas: avrei voluto farlo da tempo, ma la pigrizia, si sa…
1. Dopo la rottura con l’Oggetto dell’Ossessione (in seguito, “Perduta”) ho sentito di dover raccontare al mondo che quella fase della mia vita era finita, o almeno così sembrava allora, così ho deciso di farlo in un blog. Quale altro mezzo ha una platea teorica così vasta? La prima ragione è, lo ammetto, esibizionismo.
2. Il nome di questo blog viene da lontano. Preso in prestito dall’esilarante scambio tra Frederick Frankenstein ed Elisabeth, è stato quello di una sfortunata rivistina letteraria online; sfortunata perché, a causa della penuria di racconti, ebbe vita brevissima: solo due numeri. La seconda ragione, non solo per questo motivo, è memoria.
3. Da ragazzo, al liceo, scrivevo appunti su un diario, uno di quelli con il lucchetto. Riportavo i sogni più strani e cercavo di trasferire i cambiamenti repentini e inspiegabili che vivevo in quel sordo periodo, al fine di archiviarli per un remoto futuro nel quale, forse, li avrei compresi. Ai tempi dell’università scrivevo frasi in versi che chiamavo poesie, e lettere ad amici e amori impossibili (queste ultime non le spedivo mai). Poi, per anni, non ho preso in mano la stilografica, e mi ero convinto che non sarei stato più in grado di scrivere una riga. Non è stato così; la terza ragione è quindi rivincita.
4. Scrivere per essere letti non è ovviamente come farlo per sé stessi (sì, l’accento lo metto; nessuno è ancora riuscito a convincermi della sua inutilità), e questa glossa tra parentesi ne è un esempio, perché non l’avrei messa sul diario “solo per me”, quello con il lucchetto. Scrivo un blog per comunicare, ed è diventata una pratica che mi aiuta ad avvicinare l’essenza delle cose, ma anche a esercitare un po’ di controllo sullo stile, e inoltre incoraggia all’uso delle parole che riaffiorano alla mente dalla crosta di quelle quotidiane. È un piccolo impegno che mi stimola, migliora, fa superare la pigrizia. Così la quarta ragione potrebbe essere disciplina.
5. Alcuni ammettono di avere un blog per trovare un compagno/una scopata/un amico. Altri ce l’hanno per moda. Altri ancora per ottenere conferme attraverso i commenti dei lettori. Io invece credo di dover riconoscere che spesso preferisco un filtro (qui la maschera di un monitor) al rapporto diretto con il mondo. E dunque l’ultima ragione, purtroppo, è distacco.
È una catena, e così passo a mia volta il compito a 10am, della quale m’incuriosiscono le possibili risposte – spero troverà il tempo; ad Anadah, mio primo blogger – chissà se leggerà l’invito; a Countrypolitan, che credo detesti questo genere di obbligo – ma estinguerebbe un piccolo debito.
13 maggio 2007
la strada verso casa
Una recente suggestione mi ha annunciato che sto affrontando un viaggio; un altro, parallelo all’ovvio nascita/morte.
Sono persuaso che sia così davvero: ne sono prova gli ultimi anni marchiati dalla precarietà – economica mentale degli affetti –, dominante caratteristica di un cammino.
Quella che non riconoscevo era la meta; si potrà dire che l’importante in un viaggio è la sua essenza, non l’arrivo: senza inizio e fine, però, il concetto di percorso si sfalda, e se talvolta la destinazione non viene raggiunta – magari davvero poco importa – deve comunque esistere perché dà senso alla spinta d’inizio.
Ecco: ora l’arrivo c’è, ed era quello più ovvio e più epico; l’ho riconosciuto e sono pronto a raggiungerlo per trovare conforto.
Sono pronto, pronto per il ritorno.
Sono persuaso che sia così davvero: ne sono prova gli ultimi anni marchiati dalla precarietà – economica mentale degli affetti –, dominante caratteristica di un cammino.
Quella che non riconoscevo era la meta; si potrà dire che l’importante in un viaggio è la sua essenza, non l’arrivo: senza inizio e fine, però, il concetto di percorso si sfalda, e se talvolta la destinazione non viene raggiunta – magari davvero poco importa – deve comunque esistere perché dà senso alla spinta d’inizio.
Ecco: ora l’arrivo c’è, ed era quello più ovvio e più epico; l’ho riconosciuto e sono pronto a raggiungerlo per trovare conforto.
Sono pronto, pronto per il ritorno.
6 maggio 2007
changes are taking the pace i’m going through
Eventi di straordinaria forza li hanno condotti su strade nuove, capaci di scelte che sembravano impensabili e si sono rivelate necessarie.
Tanti, diversi e lontani.
Ignari delle reciproche esistenze, danzano ai miei occhi una sincronica e inattesa coreografia, illuminando il loro futuro – e rivelando che è lì anche per me.
Tanti, diversi e lontani.
Ignari delle reciproche esistenze, danzano ai miei occhi una sincronica e inattesa coreografia, illuminando il loro futuro – e rivelando che è lì anche per me.
3 maggio 2007
(m)agone politico
«Quella del Partito Democratico è una inevitabile stronzata. Inevitabile perché il blocco di potere industriale-politico-mediatico spinge in questa direzione ormai da anni dappertutto. Stronzata perché manda in soffitta la lotta contro le disuguaglianze che è da sempre la vera artefice del progresso, nonché l’eredità più nobile di una storia politica liquidata con una fretta commendevole.» — Daniele Luttazzi, 1° maggio 2007
«Se aumenta il lavoro straordinario, non aumentano i posti di lavoro. Io propongo di dare lavoro a chi non ce l’ha. Soprattutto ai giovani, diplomati e qualificati che non hanno accesso all’impresa. […] Le 35 ore hanno permesso di occuparsi di più della famiglia. Sono un progresso sociale. […] Se aumenta lo straordinario, si fa un regalo alle imprese.» — Ségolène Royal, 2 maggio 2007
«Se aumenta il lavoro straordinario, non aumentano i posti di lavoro. Io propongo di dare lavoro a chi non ce l’ha. Soprattutto ai giovani, diplomati e qualificati che non hanno accesso all’impresa. […] Le 35 ore hanno permesso di occuparsi di più della famiglia. Sono un progresso sociale. […] Se aumenta lo straordinario, si fa un regalo alle imprese.» — Ségolène Royal, 2 maggio 2007
1 maggio 2007
mantenere i propositi
Ho iniziato l’anno con alcuni proponimenti, alcuni ambiziosi. A un terzo di 2007 mi ritrovo a capire perché in precedenza non avessi mai fatto l’idiozia di dichiarare a me stesso cose simili.
• Non ho aggiunto un solo pezzo nuovo alla casa.
• Il giorno della Liberazione ho fumato una sigaretta, ieri sera ho fatto quattro tiri da quella di M.
• Non sono ancora scappato dal Castello di Carte e ho spedito un solo curriculum.
• Continuo a sorridere troppo, però sto sulle palle a un po’ di persone in più. L’obiettivo non era questo, comunque.
• Non ho fatto nessuno sport, al di là del salire le scale e andare in bicicletta (d’altronde non ho ascensore né automobile).
• Teatro, cinema, mostre, buone letture, viaggi, e perfezionare la macchina del tempo, per trovarne di libero e cercarne di perduto – scrivevo. Ecco: davvero un buon proposito, complimenti.
• Non ho aggiunto un solo pezzo nuovo alla casa.
• Il giorno della Liberazione ho fumato una sigaretta, ieri sera ho fatto quattro tiri da quella di M.
• Non sono ancora scappato dal Castello di Carte e ho spedito un solo curriculum.
• Continuo a sorridere troppo, però sto sulle palle a un po’ di persone in più. L’obiettivo non era questo, comunque.
• Non ho fatto nessuno sport, al di là del salire le scale e andare in bicicletta (d’altronde non ho ascensore né automobile).
• Teatro, cinema, mostre, buone letture, viaggi, e perfezionare la macchina del tempo, per trovarne di libero e cercarne di perduto – scrivevo. Ecco: davvero un buon proposito, complimenti.
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