1 luglio 2008

experimental prophecy

«We were working secretly
For the military.
Our experiment in sound
Was nearly ready to begin.
We only know in theory
What we are doing:
Music made for pleasure,
Music made to thrill.
It was music we were making here until

They told us
All they wanted
Was a sound that could kill someone
From a distance.
So we go ahead,
And the meters are over in the red.
It’s a mistake in the making.

It could feel like falling in love.
It could feel so bad,
But it could feel so good.
It could sing you to sleep
But that dream is your enemy.»

29 giugno 2008

cose di cui non ho bisogno

Pettorali guizzanti stile 5 su 7 in palestra.
Anello al naso stile vacca al macello.
Tatuaggio tribale stile maori de’ noantri.
Capelli rasati stile «Sono maschio perché ho i capelli corti».
Basettoni alla mandibola stile «Avrei voluto esserci nei Mitici Settanta».
Vestiti grondanti firme costose stile coperta di Linus.
Occhiali a goccia stile Cruise, effetto Venditti contro Funari.
Orpelli ornamentali stile specchietto per allodole.
Orpelli hi-tech stile «Butto i miei scarsi guadagni in orpelli hi-tech».
Amicizie superficiali inesauribili stile «Meglio male accompagnato».
Sesso a consumo rapido stile «Non mi aspetto di meglio dalla vita».
Letture, visioni, ascolti da classifica stile «Non mi va che mi si crede ignorante».
Letture, visioni, ascolti elitari stile «Non mi va che mi si creda un bifolco».
Approvazione stile attore insicuro.
Comprensione stile cucciolo bisognoso d’affetto.
Adulazione stile Web 2.0.

28 giugno 2008

l’incontro casuale

Quando l’ho conosciuto era seduto sul sedile posteriore dell’auto del suo datore di lavoro, l’uomo con il quale avevo una relazione. Forse troppo giovane per me, ma mi è piaciuto subito (intanto la mia relazione, appena cominciata, si era già esaurita). Occhi profondi, lunghe ciglia. Flessuoso, profilo eccezionale. Silenzioso, misterioso.
Negli anni ci siamo incrociati più volte, salutati con baci sulle guance, cenni del capo, talvolta ignorati.
Non ho mai capito se gli piaccio. Siamo apparentemente molto diversi – gli stereotipi cui mi rifaccio più o meno consciamente sono diversi dai suoi – e ho sempre pensato che questa fosse ragione di scarso o nullo interesse da parte sua.
A me invece lui piace proprio per questo: perché è tenebroso e diverso da me, perché pare avvolto da un gorgo che può prenderti e portarti lontano. Mi attrae, e come sempre quando qualcuno m’interessa davvero, non so farlo capire. Anzi: faccio e dico tutto quello che non dovrei, sopraffatto dall’emozione e dall’imbarazzo. Come un sedicenne; o meglio: come un sedicenne di vent’anni fa.
Purtroppo non sbaglia chi crede ch’io sia più giovane della mia vera età: la solitudine non ha permesso a modi e pensieri di maturare, e rimango così, nel mezzo del cammino, ma sprovveduto e inadeguato.
E intanto l’omonimo dagli occhi profondi sarà ancora là, e starà bevendo l’ultimo drink con qualcuno che non ha paura di fargli un sorriso.

24 giugno 2008

errori di programmazione

Ricevo la telefonata mentre ho al mio fianco un molesto autore con il quale sto discutendo i ritocchi, smisuratamente marginali, alla copertina del suo libro.
Un numero che non ho registrato nella rubrica, telefono fisso, Milano, 29... La zona è la loro: di quelli che cercano un grafico. Il cuore non capisco se sia fermo o batta troppo in fretta. «Scusa, devo rispondere», e m’involo nel corridoio, lontano da orecchie, invidie e curiosità.

Premo il tasto verde e avverto stupito che il senso di colpa valica l’emozione: come potrò lasciare l’incerta sicurezza degli ultimi sei anni? e il mio nuovo capo, l’uomo grazie al quale l’estratto conto non mi deride a fine trimestre e andare in ufficio non è la condanna perenne, come ai tempi di Sanguinaria Perniciosa?
No, non ci siamo. Il senso di colpa in una situazione come questa è proprio fuori luogo.

Ma la domanda più seria è: non ho neppure sostenuto il primo colloquio. Già m’immagino a dare l’addio al Castello di carte? Io, l’uomo equilibrista, che si getta in una nuova avventura, nella quale probabilmente non mi sarà neppure offerta una parte (perché sono troppo vecchio, troppo costoso, troppo specializzato – o poco flessibile, poco determinato, poco raccomandato)?

Ho appena controllato, ma non è ancora pronto: aspetto con ansia un aggiornamento del mio sistema operativo.

18 giugno 2008

la persistenza della memoria

Ti impegni, ti eserciti, le provi tutte per dimenticare chi hai amato e ti ha fatto soffrire, e alla fine t’illudi di esserci riuscito. Il suo volto, i gesti, le parole talvolta ritornano, ma in quel modo strano e confuso con il quale ricordi i sogni di giorno, e provi più fastidio che dolore, più insofferenza che astio.
Poi cambi il lenzuolo del piumone, e lui è lì: di fianco a te, ora come quella volta prima di fare l’amore, e ti prende in giro perché sei un disastro a rifare il letto, e ridete insieme, e tu senti un tuffo al cuore, e ti accorgi che dopo è ricomparso tutte le volte che hai cambiato le lenzuola, e lo sai: ogni volta che lo farai in futuro, lui sarà con te.

16 giugno 2008

à sa première page

«Un jour se lèvera sur trois branches de lilas
Qu’un enfant regardera comme un livre d’images
Le monde autour de lui sera vide, et c’est ainsi
Qu’il inventera la vie à sa première page .

En dessinant la forme d’une orange
Il donnera au ciel son premier soleil.
En dessinant l’oiseau, il inventera la fleur,
En cherchant le bruit de l’eau, il entendra le cri du cœur.

En dessinant les branches d’une étoile
Il trouvera, l’enfant, le chemin des grands,
Des grands qui ont gardé un regard émerveillé
Pour les fruits de chaque jour et pour les roses de l’amour.»

7 giugno 2008

1978

Io chi sono
Io sono bravo, metto a posto quando c’è disordine, aiuto la mamma. Ho degli amici e litigo un poco con loro perché fanno sempre i cattivi. Mi piace venire all’asilo perché posso fare dei bei disegni e perché gioco. Qualche volta sono intelligente e allora faccio dei bei disegni, dico delle belle cose.

Io in famiglia
Io vado sempre a vedere delle cose con la mamma e il papà. La mia mamma deve andare a lavorare; non mi piace che la mamma vada a lavorare, mi piace che stia sempre con me. Quando lei è a lavorare, sto con la Patrizia. Il mio papà mi porta con lui nel suo studio, ma poche volte, perché non può portarmi: deve lavorare e non può stare con me.

Io chi vorrei essere
Voglio essere una farfalla, è una cosa che mi piace perché le farfalle sono belle e colorate, poi volano e volare mi piace e posso andare sugli alberi, sui fiori. Di sera, posso andare a dormire su una foglia e così posso vedere le stelle e la luna, le macchine che vanno a casa e gli aeroplani che passano nel cielo.

29 maggio 2008

dalla torre d’avorio (vivo cantando)

Da un po’ di tempo mi trovo molto antipatico: poca ironia, troppa rabbia. Immagino che questo sentimento sia largamente condiviso, e mi stupisco davvero quando talvolta qualcuno afferma il contrario. L’esperimento di felicità programmata non ha avuto buon esito. Diecimila minuti non sono bastati perché il destino ci facesse ritrovare. Ma forse è meglio così. Comunque ho scoperto con stupore che scrivere fuori contesto e con passione sui siti di annunci è come accendere una lampadina per le falene. Mi annoio troppo rapidamente di tutto. E pensare che mi facevo un vanto della capacità di sopportazione; invece somiglio a un adolescente figlio del telecomando e della tastiera. Si avvicina l’estate: il tempo è orrendo, ma fa già troppo caldo. E con questo clima vorrei una vacanza; non il bel viaggio già deciso, che sarà un tour de force, ma qualche giorno a poltrire lontano da casa, senza telefoni, internet, suoni e immagini. Le onde, la focaccia ligure a colazione. Non è un sogno, è un bisogno. Perdo troppo tempo e sonno appassionandomi a cose sempre più sciocche, come le canzonette spagnole anni Sessanta (Desde que llegaste ya no vivo llorando: vivo cantando, vivo soñando. Sólo quiero que me digas qué está pasando, que estoy temblando de estar junto a ti). Aiuto.

26 maggio 2008

amara cassandra

Preoccupato. Infuriato. Spaventato. Impotente. Perplesso. Sconfortato.
Credevamo che l’orlo dell’abisso fosse prossimo, ma non ci siamo accorti che stavamo già cadendo. Senza difese.
Chi è ancora sul crinale, fugga. Subito.
Chi pensa di restare, e di combattere, non ha speranza di salvezza.
Chi spera di nascondersi guardando da un’altra parte, s’illude – ed è destinato alla sofferenza.
Solo al ritorno tutto sarà cambiato.

22 maggio 2008

contemporaneamente

Intanto rimangono le piccole cose che vorrei fare e probabilmente resteranno lì a giudicarmi, monito dell’ignavia: andare al concerto, visitare l’Havana prima degli statunitensi, spedire il curriculum a quelli là, passeggiare nel parco dietro casa, vedere quel film.
Intanto cerco chi ho abbandonato quattro anni fa, e lo faccio nel mio solito modo ingenuo e indiretto; ’sta volta c’è un’incosciente determinazione che credevo non mi appartenesse.
Intanto ho difficoltà a gestire questo scetticismo disperato. I contatti il lavoro la città la società; quando non avrò più rabbia, giunto alla rassegnazione, temo sarà il giorno del giudizio.
Intanto dò un senso alle dipendenze: antidoto al suicidio.
Intanto impegno dieci minuti di vita a cercare opinioni e quindi a capire se per me la regola debba essere «accento sì, comunque, perché possa differenziarsi dalla nota» (omologa a quella del accentato anche con stesso. Di questo passo, userò í e ú, regola dandy adottata in Einaudi. D’altronde, quel che resta è la forma).
Volere, cercare, temere, dare, impegnare. Con le dita sulla tastiera, contemporaneamente.