28 febbraio 2009

turris eburnea mmix

«È già l’ultimo giorno di febbraio? Devo scrivere assolutamente sul blog: non voglio che manchi un mese nel calendario dell’archivio…»
Da quando trascorro le domeniche a preparare la lezione del giorno seguente, ho smesso di seguire blog – il mio e quelli altrui. Mi dico che sono troppo stanco e non ho tempo, ma credo semplicemente di non avere voglia. L’umore è pessimo, perché ho la sensazione che siano per me tempi senza equilibrio o sbilanciati verso il basso, e cose da dire ne ho sempre meno. Ma non sono il solo, probabilmente.

«Sono stato un po’ nel panico e non mi sono fatto vivo, scusa. E se ci si beccasse in settimana?»
È incredibile come detesti locuzioni fruste ma non riesca a farne a meno nella conversazione. Troppi libri comperati e non letti, temo.
Comunque la vita da recluso, in questi primi mesi dell’anno, è stata ancora più intensa. Isolato nella torre d’avorio. Non immaginavo che a un capodanno popolato di amici vecchi e nuovi sarebbe seguito un anno così solitario. I pochi che mi hanno cercato (oh! uno spunto di riflessione non da poco, questo) hanno chiacchierato con un grumo di angosce, al di là della cornetta. Non dev’essere stato piacevole, immagino.

«Vorrei che teneste spento il cellulare, ma se suona e volete rispondere, almeno uscite dalla classe.»
Sono uno dei pochi che spegne il telefono portatile durante la notte, al ristorante, al cinema, e inoltre dimentica di accenderlo. (E ora che ci penso, non è un “riaccenderlo”, ma proprio “accenderlo”, perché per me la sua condizione naturale, come quella di qualsiasi elettrodomestico, è quella di essere spento. Molto strano, me ne rendo conto: sono sorpreso anch’io da questa rivelazione.)
Insomma, mi sembra che pochi sappiano fare a meno della reperibilità perenne, secondo me banalmente terrorizzati all’idea di perdere contatto con la rete anti-solitudine dei conoscenti anche durante le due ore di un film o in quei pochi minuti sulla metropolitana o sul cesso.
D’altronde, mi accorgo di essere vecchio non tanto per l’approssimarsi dei quarant’anni (anche se…), né perché mi trovo a pensare che i giovani siano maleducati a tenere acceso il telefono durante le lezioni (ma lo sono, cazzo!), né perché mi ritrovo a dire, con termini nuovi, quello che ci ripetevano irritati i professori (e la cosa un po’ mi fa sorridere), ma perché quando andavo a scuola non c’erano telefoni cellulari e internet, e questo mi rende più simile a mio nonno che a un ventenne, mi sembra.

«Ma davvero, quanto tempo…»
Mi ero fatto una promessa: avrei ritrovato di nuovo la mia più grande amica del passato, persa quindici anni fa, solo se avessi costruito qualcosa di importante, in me o attorno a me. Abbiamo fatto colazione assieme, due sabati fa. Lei è sempre la stessa, si è fermata ad allora: vive e fa parte di un passato per me morto, e questo mi ha intristito. Ma alcuni giorni dopo, ripensandoci, ho sentito un chicco di felicità, perché in effetti qualcosa d’importante, in questi anni, l’ho ottenuto, e la più grande amica del presente, anche se un po’ lontana, c’è.

«Dottore, desidera un caffè?»
Poche settimane fa, d’improvviso, mi sono accorto che so scrivere con il computer senza guardare la tastiera; era un’abilità che invidiavo molto alle segretarie e ora eccola anche nelle mie mani, non richiesta. È come quando scopri che sai ancora parlare una lingua imparata vent’anni prima e mai usata: le capacità che ti sorprendono. Un giorno scoprirò di saper volare, forse.

11 gennaio 2009

barcelona

«So you’re pretty much home free, unless you… blow it.»
«Blow it?»
«Yeah.»
«Blow it. You mean ruin the moment?»
«Yeah.»
«And how would I do that?»
«I don’t know. It could be anything from… some inane comment to… wearing the wrong kind of shorts. Although, somehow, by looking at you… I think you’re wearing the right kind of shorts.»
«You’re very hard to please.»
«Yeah, well… I am famous for my intolerance.»
«And what do you want in life besides a man with the right shorts?»
«I don’t know. I know I’m not going to settle until I find what I’m looking for.»
«Which is what?»
«Something… else. I want something different, something more. Some sort of… counterintuitive love.»
«Meaning?»
«Meaning, uhm… I don’t know. I don’t know what I want. I only know what I don’t want.»

6 gennaio 2009

debole

È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Ci sono cose che devo fare, hanno una scadenza vicina. Dovrei assolutamente agire, ma mi faccio soffocare dalla paura, fingo che tutto quello che avviene fuori da questa soffitta non esista, e mi rifugio tra i cuscini del divano, impersonando eroi che salvano città devastate da maremoti, o scambiando mobili e magliette colorate con gli animali che vivono lungo la spiaggia, o fingendo che le quattro trentenni incasinate e i sei giovani buffi di New York siano anche amici miei, o spiando dallo schermo del Mac uomini che fanno la doccia.
E poi rileggo i nostri vecchi messaggi, le conversazioni via chat, guardo le fotografie – quanto siamo cambiati. Ripenso a quegli anni, quando mi precipitavo da te, vicino o lontano, per aiutarti, soccorrerti, consolarti; talvolta per un motivo sbagliato, o per egoismo, ma ci sono stato sempre.
Ecco: mi sono reso conto che ora sto affondando, ma in una maniera lenta e indolore, come se non accadesse a me, come se non mi coinvolgesse, come se presagissi la catastrofe senza riuscire a correre al riparo. Non riesco a chiederlo a nessun altro: gere curam mei finis. Ho bisogno che da questa situazione sia tu a salvarmi.
O che qualcuno mi salvi da te.
O mi salvi da me.

È sempre così, quando resto da solo in casa per troppi giorni: non faccio altro che accumulare errori.
Cosa significano questi appunti? È solo un’immatura richiesta di aiuto – o di affetto? L’ennesima ambivalente
captatio benevolentiæ? Un semplice sfogo fatto con compiaciuto egotismo? Una dichiarazione onesta, benché sfrontata e imbarazzante? Dovrei cancellare tutto? Non lo so; mi sorprendo solo della mancanza di pudore, non della debolezza.
Allora facciamo che comunque queste righe, le prime dell’incognito 2009, rimangono qui: ma non le hai lette, né tu né tutti voi altri “tu”.
Se però mi si volesse cercare, e restare, io sono qui, immobile.

31 dicembre 2008

oubliable

A parte la scoperta di una nuova città dei sogni, il ripostiglio che dopo tre anni chiamo comunque cucina, l’amico di sempre ritrovato in poche righe, la conoscente plagiata, il fallimentare esperimento trimestrale sulla rete sociale, il rimpianto del fidanzato e dell’amante perfetti perduti, lo specializzando sadico e i denti sabotati, la paura imposta e i dubbi suggeriti riguardo al futuro, la proposta accettata con troppa leggerezza, l’irritante delusione accentata, la rabbia per le ingiustizie al Castello di carte, l’automobile non mia costata quaranta giorni di stipendio, i ritorni belli e inattesi, le promesse che mi hanno illuso, il secondo casto anniversario, la faticosa serata barbarica, il desiderio irrealizzato, la Milano che non riconosco, il tempo perso senza consapevolezza, i film del cuore sempre in tasca, la faccia nuova cerchiata di celluloide – ecco: a parte questo e forse qualcos’altro, un anno dimenticabile.

28 dicembre 2008

che qualcuno le pubblichi, presto

«Se escono mie telefonate lascio il Paese.» S.B.

18 dicembre 2008

fondata sull’abuso

Finché dura, trascorro in ufficio fra le trentotto e le quarantadue ore ogni settimana. E sono stanco già il giovedì.
Se un giorno fosse venuto un tizio a dirmi di lavorarne sessantacinque, di ore settimanali, avrei pensato a uno scherzo. Eppure…

«Più flessibilità!»
Flectar, non frangar (ma non si gridava l’opposto, in altri ventennî?)
E io che credevo nel «Lavorare meno, lavorare tutti». Sono davvero altri tempi: mortemporanei.

Forse sono solo uno scansafatiche viziato.
Viziato da chi e quando, però, non saprei proprio dirlo.

11 dicembre 2008

poco più di un anno fa

«C’è una legatoria storica proprio in via Giusti.»

23 novembre 2008

dettagli tricologici

Me ne lamento con chiunque mi capiti a tiro, e l’ho già fatto anche su queste pagine, ma la perdita dei capelli – quasi un’ossessione tra i sedici e i ventisei anni – è infine una spiacevole realtà. Nessun taglio tattico regge più: quando un’amica che non mi vedeva da qualche tempo dice «Ti trovo più… maturo. Ma era ora, no?», capisco che ormai non appartengo più alla categoria “Giovani”, e non è solo un dato anagrafico.
D’altronde, però, questo è il meno; la completa e precoce calvizie dei parenti maschi mi aveva già preparato al peggio, e posso dunque considerarmi quasi fortunato ad avere ancora qualche riccio che orni il cuoio capelluto. Ciò di cui nessuno mi aveva avvertito è il rovescio della medaglia pilifera: la sgradita comparsa di nuovi, irregolari filamenti di cheratina sulle spalle.
Già vedo persa la battaglia, seppure con pinzetta e specchio in mano: sarà meglio che mi ci abitui e prosegua sulla strada dell’incuria quasi totale. In fondo, non sono mai stato in sintonia con il mio aspetto; neppure quando avevo capelli come coralli e qualcuno diceva «Sei bellissimo».

20 novembre 2008

short message service

Finirà tutto, con un sms.

18 novembre 2008

traditore

Non sono un campione in molti campi, ma nel senso di colpa non mi si batte: come riesco a farmi paralizzare turbare addolorare io, ce la fanno in pochi.
Da dove è venuta la forza sfacciata di dare quello schiaffo? è stata davvero la mia mano?
Come ho potuto infilare in tasca quelle matite senza pagarle? con quale imprudente spavalderia?
Erano proprio i miei occhi a guardarla, così presto? davvero irrinunciabile, la voglia di anticipare le stagioni?
È sconcertante scoprire che sei capace di azioni impreviste o deplorate negli altri.

E poi è successo che una volta mi sono innamorato, senza essere vittima di un’ossessione. Sono stato l’Altro in un amore proibito, inatteso, segreto, come in un romanzo da poco.
La passione, gli appuntamenti, il sesso impacciato. Le nostre omissioni, poi le sue bugie: prima a lui, quindi a me – e così, l’ipotesi di un grande amore cancellata da poche parole al telefono. Cosa mi aspettavo, del resto, da un traditore seriale?
Per la prima volta, ecco perdere troppo: con il prospettato compagno, la speranza e la fiducia; con il mio agire irresponsabile, l’onestà, la correttezza, un amico. Per una volta ancora, ecco tornare il senso di colpa, più che mai divorante.
E infine, quella volta sola, lo stupore di scoprirmi infido, e il sentirmi una pessima persona. Cosa mi aspettavo, del resto, da me, novello traditore?