20 marzo 2007

tre figure paterne

1. Finito il matrimonio; nessun figlio, e non si era mai chiesto come sarebbe stato averne. A quarant’anni, sotto un’artefatta razionalità, Davide cova un’instabilità che spera di arginare entrando a far parte di una nuova famiglia, formata da una donna sul cui amore sa di poter contare, e suo figlio. Non riesce a sentirsi padre del giovane, lo tratta come un bizzarro adulto e si sente inadeguato, ma presto si affezionerà a lui; almeno finché, distratto da un’altra donna, si dimentica di quella con cui vive, e del ragazzo.
Davide avrà una seconda moglie e non vorrà avere figli. Non rivedrà mai l’uomo che gli ha fatto capire come sarebbe stato essere padre.

2. Il bambino lo chiama papà, e anche se non è suo figlio, Giulio lo considera tale. Facendogli copiare i caratteri dei titoli del quotidiano, gli insegna a scrivere. Lo porta in giro per l’Europa con la sua automobile rossa. Lo ascolta quando lui racconta le mattine all’asilo. Ma un giorno desidera un altro figlio, davvero suo, e la madre del bambino risponde di no; così, senza far rumore, se ne va.
Giulio si sposerà e avrà quattro figli. Non rivedrà l’uomo di cui è stato padre per sette anni.

3. Il figlio, già attraverso il vetro della nursery in clinica, è il suo ritratto. Pietro ha ventiquattro anni, ed è orgoglioso e spaventato da questa paternità. A casa il bambino è al centro delle sue attenzioni: ama fotografarlo e farlo giocare in giardino. Ma inaspettatamente Pietro incontra un’altra donna e si convince di amarla più della moglie. Così, un giorno, alla stazione, vede partire un treno, quello che porta lontano la moglie e il bambino.
Pietro avrà nuove compagne e nessun altro figlio. Non rivedrà mai più l’uomo che porta il suo cognome.

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