26 aprile 2007

le regole dell’addio

«Oh, mio caro tesoro… oh, mio dolce amore… Conterò le ore che tu sei via…»
«Oh, tesoro adorato, anch’io…»
«No! Non sulle labbra!»
«Cosa?»
«Vado al party di Nanna e Nicky più tardi, non voglio avere sbaffi di rossetto, capiscimi.»
«Oh, ma certo…»
(Capotreno: «In carrozza!»)
«Oddio…»
«Beh, credo che ci siamo.»
«Freddy, tesoro, oh, come faccio a dire in due minuti quello che mi ci è voluto tutta una vita a comprendere?»
«Perché non provi?»
«D’accordo… Sei tutto maschio. Sono tua, fai tutto ciò che vuoi di me… che altro posso dire?»
«Mio dolce amore…»
«I capelli! Vengo adesso dal parrucchiere!»
«Scusami, scusami.»
«Spero che ti piacciano le nozze all’antica.»
«Preferisco le notti di nozze all’antica.»
«Ah! sei incorreggibile!»
«Vorrebbe dire… che mi ami?»
«Ci puoi scommettere le mutandine.»
«Oh, mio unico amore.»
«Taffettà, caro…»
«Taffettà, tesorino…»
«No, il vestito! È di taffettà, si sgualcisce!»
(Capotreno: «In carrozza!»)
«Lo odio quell’uomo orribile! Beh, vai via, prima che perda ogni controllo di me stessa!»

23 aprile 2007

fatigué

«J’aurais voulu te dire
J’aurais voulu te dire pourtant
Quelque chose
Quelque chose de gai
Ou de très différent
Mais je n’ai plus d’idées
Et je suis fatigué.»

22 aprile 2007

altre note dalla torre d’avorio

A giudicare dall’eco continuo dei clacson che soffia in casa con la brezza, l’Inter deve aver vinto il campionato di calcio – per quel che serve. È un momento di tale apatia che quasi stento a credere, al risveglio mattutino, di essere davvero vivo. L’argomento principale della passata settimana, in giro per la città, era la scadenza dei punti Fidaty; questa settimana non si è parlato che di eventi fuorisalone; chissà il tema stimolante della prossima. Ho rivisto l’Oggetto dell’Ossessione Perduta: non saprei dire se mi ha fatto bene o male; forse non mi ha fatto nulla, e il bene sarebbe questo – ma non ne sono del tutto persuaso. Ho trovato il coraggio di spedire un curriculum vitæ, il primo in tre anni, e ci credevo così tanto che il loro silenzio mi ha un po’ ferito. Al Castello di Carte i conti non tornano e si sentono tremolii sempre più forti: continua la fuga dei roditori, e quella eccellente di Sanguinaria Perniciosa lascia un vuoto (non certo nei nostri cuori) che sarà colmato da un nuovo innesto della Carta Matrigna – temo l’ennesimo despota incapace. Sempre al Castello, ho constatato per l’ennesima volta che le cose spesso non sono come sembrano: gli abusi famigliari di cui si legge sui quotidiani sono a volte troppo vicini – e sarebbe stato meglio non saperlo. La commedia di fine anno al Corso di Masochismo Applicato prevede che interpreti un becero à la “via Torino al sabato”, e questo mi demoralizza perché non vedo alcuno sbocco divertente – a parte l’ironia che sia proprio io a incarnarlo. Se qualcuno dovesse suggerire che anche il male al collo di questi ultimi due giorni abbia origini psicosomatiche, lo manderei a cacare. Tori Amos, a un primo distratto ascolto, cerca di tornare sulla retta via, quella dei primi album; Dolores O’Riordan rifà da sola il compitino dei Cranberries; Rufus Wainwright cavalca ancora, troppo deciso, l’onda che gli ha dato la prima spinta. Devo chiedere a qualcuno della Carta Matrigna (al suo traduttore non posso: ne subisco il fascino ma lui non subisce il mio, e un’interazione – anche verbale – pare impossibile) chi è il colpevole dello scempio fatto alle raccolte di David Sedaris in italiano: anche l’ultimo libro è un inspiegabile assemblaggio di racconti, questa volta di quattordici e dieci anni fa. Una persona molto vicina, non più giovane, ha dovuto cambiare lavoro: adesso è pagata a ore, come me e come tutto il personale di servizio, e intasca all’ora meno di un terzo di quanto guadagno io, che mi considero povero – in questo Paese la vita al ribasso è una realtà inquietante. Credo che mi obbligherò a usare il computer a casa per un tempo massimo prestabilito (tipo mezz’ora se non scrivo, altrimenti un’ora e mezza), un po’ come se, bambino, dovessi sottostare alle regole restrittive e idiote di genitori ottusi. È tutta la giornata che mangiucchio le unghie; non lo faccio mai: pessimo segno. Per essere più sereno, forse dovrei smetterla di essere così intransigente e accettare ipotesi come l’esistenza della telepatia, degli gnomi o di una qualche divinità.

21 aprile 2007

alternative alla fluoxetina

Stimolatori di adrenalina, complessi:
buttarsi da un dirupo (con un elastico);
dilapidare tutti i risparmi (alla roulette);
organizzare rapine in banca (senza complici);
diventare serial killer (e farli fuori proprio tutti).

Stimolatori di adrenalina, semplici:
litigare violentemente con un amico (per futili motivi);
leggere le dichiarazioni di Prosperini (fantasticando sulla sua fine);
evadere le tasse (se non lo si è mai fatto prima);
scovare su eMule quel che si cercava da anni (e riuscire a scaricarlo).

Mutatori della percezione, al risparmio:
bere vodka croata dell’hard discount (fino a stordirsi);
sniffare qualsiasi superficie orizzontale (nei cessi dei locali);
ascoltare un discorso di Berlusconi (effetto psichedelico);
guardare cartomanti televisive a tarda notte (effetto ipnotico).

Appagatori dell’ego, varî:
leggere la Recherche (che sta lì solo a raccogliere polvere);
fare televendite (e credendosi stelle, bearsi degli sguardi della gente);
comprare (tutto, per comprare tutti);
scrivere su un blog (sapendo che qualcuno ti leggerà).

8 aprile 2007

contrastanti e ingestibili

come tutti i sentimenti.

5 aprile 2007

la fine del giorno

sedici anni_facce ostili_parole sottovoce_orizzonte più nero del nero attorno_propaganda dei vescovi sui giornali_senso di colpa_la croce gronda sangue_branco cannibale_odio_il bozzolo imprigiona_violenza_il dolore lacera i pensieri_un passo_libero.

3 aprile 2007

sette frasi davvero indecenti

1. «Très chic!»
2. «Ti ho presentato la mia signora?»
3. «Che carini gli oggetti dell’Ikea!»
4. «Come donna e come madre…»
5. «L’ho letto su Metro.»
6. «Non sono razzista, ma…»
7. «Adesso ti spiego.»

1 aprile 2007

incontri casuali

Cari lettori, vi metterò a parte di qualcosa che neppure gli amici più intimi sanno (eccetto quello che mi ha colto in flagrante e al quale ho fatto giurare di non rivelare nulla – ma non mi fido, così mi denuncio da me).
Vi sarete accorti che da un po’ di tempo prendo in prestito parole non mie per il blog, che non sono mai in casa e rispondo di rado al telefono. La ragione, evidente nella sua banalità, è che ho vissuto una strana storia d’amore.
Passo indietro: tre venerdì fa, stremato da una settimana di lavoro devastante, mi sono trascinato verso l’Esselunga più vicina all’ufficio per dare l’illusione al frigorifero di casa che è stato acquistato non solo per la sua bellezza.
Mi aggiro per i corridoi con il cestino giallo in mano e lo sguardo che perlustra l’esposizione, quando mi scontro con un tizio che sta scegliendo una scatola di cioccolatini. Il tizio, quando lo guardo per scusarmi, è un coetaneo famoso. “Famoso” di quelli che proprio tutti conoscono. Ci guardiamo, gli sorrido. Mi sorride (i denti sono esageratamente bianchi e perfetti, me li ricordavo diversi). Penso: «Che ci fa al supermercato? Starà preparando una nuova trasmissione agli studi che ci sono qui di fronte? Beh, fico, dal vivo. Molto più alto e magro. Oddio: lo sto guardando troppo a lungo? Ma perché mi guarda lui, così a lungo?».
Ecco, penso tutte queste cose in qualche frazione di secondo (e intanto mi stupisco anche di come possa ancora succedere, vista la lentezza di reazione cerebrale da quando ho compiuto trent’anni) e cambio repentinamente direzione per evitare l’imbarazzo di un leggero rossore sulle guance.
Proseguo il cammino degli acquisti e intanto il cervello è lì che lavora. All’ultima corsia, mentre cerco le gallette di riso, è lì, fermo, e mi guarda. La gente con il carrello che ci passa di fianco lo riconosce; vedo coppie che parlottano indicandolo; una ragazza davanti a me lo sta mangiando con gli occhi. Ma lui, con una certa insistenza, guarda me. Me che improvvisamente muoio di caldo e inizio a sudare, me che ho occhiaie da venerdì sera, capelli sozzi e vestiti raccolti a caso dal mucchio. Soprattutto, me che sono un uomo. Ma lui non era…
Vabbè, la faccio breve, che se racconto tutto con questa prolissità trascorro l’intero pomeriggio davanti all’iBook.
Dicevo: lui è lì, attacca bottone chiedendomi dove ci siamo già conosciuti («Attraverso il vetro della tele», vorrei rispondergli, ma mi sembra una battuta pessima) e insomma, mi dà uno scontrino di un bar sul quale scrive il suo cellulare. Nessuno mi ha mai abbordato in maniera così esplicita.
Torno a casa tutto felice ma pensieroso («Farà così con tutti»), mangio una pizza surgelata guardando la mia trasmissione preferita e a un certo punto, tra gli ospiti, ecco lui. Incredibile. Da film.
Gli scrivo un messaggio sul telefono e alla fine del suo intervento mi risponde e propone un aperitivo in zona Navigli per il giorno dopo.
La faccio ancora più breve: ci si vede per l’aperitivo e il piccolo bar è vicino a casa sua, dove mi invita dopo poco, e dove restiamo vestiti meno di tre minuti.
Serata indimenticabile, settimane successive meravigliose: il tutto tenuto gelosamente segreto. Lui, ufficialmente, non è gay.
Non vi annoierò con il finale, perché c’è ahimè un finale, dato dal suo prossimo impegno che lo terrà lontano per un po’. In realtà, visto che non ci siamo “messi insieme”, non ci siamo nemmeno “lasciati”; gli ho detto che lo andrò a trovare tra qualche settimana, e magari lo farò davvero, non so. È tutto complicato (e quando non lo è?), ma avrei voglia di stare ancora un po’ con lui. Ancora, tipo, una cinquantina d’anni.
Ecco, cari lettori. Ora sapete quello che neppure gli amici più intimi sanno (e l’amico che mi ha visto uscire da casa sua, mentre lui mi salutava dalla finestra, può spettegolare liberamente).

31 marzo 2007

extra-mi

So di deludere le vostre aspettative, ma alla Stramilano non ci sarò.

27 marzo 2007

di questo e d’altro

«Di questo e d’altro ti racconterei, quando vuoi.
Di questo e d’altro parlerei, se lo vuoi.
La fragilità che porto in fondo a me, l’altalena dei perché, le mie malinconie.
Volano le idee, il vento sono io e non ho altre nubi per nasconderle.
Vieni via con me.
Lentamente salpano le navi a vela, e i sogni muoiono qui.
L’amore è un eroismo semplice: tamburi e bandiere, e non combattere mai, e non arrendersi mai.
Di questo e d’altro parlerei, quando vuoi.
Di questo e d’altro parlerei, se mi ascolterai.
Si accendono falò di breve intensità, e non ho molto tempo per riflettere.
Vieni via con me.
Rinunciare è difficile: cambierà la mia perfetta realtà.
Le idee si alzano come cicogne che migrano.
Ascolta: sta cambiando qualcosa anche in me.
Di questo e d’altro parlerei, quando vuoi.
Di questo e d’altro parlerei, solo a te.
Piano…»