25 marzo 2007

taffetas en rose

«Et dès que je m’aperçois,
Alors je sens en moi
Mon cœur qui bat.»

(Chan-son egocentrique: maintenant j’ai besoin de retrouver mon équilibre.)

24 marzo 2007

ivory tower report

Metto il naso fuori dall’Eburnea Torre quasi solo per raggiungere il Castello di Carte e la lezione bisettimanale di masochismo applicato. Indistinto buon umore, però ieri avevo mal di testa, oggi ho sonno, domani sarò scazzato. Principe del pleonasmo, mi colgo a fare constatazioni sempre più inutili. Vorrei poter sfogliare riviste con le pubblicità a sinistra e i testi a destra. Da tempo mi frulla per la testa il motivetto più cretino dell’anno: «Mai dire mai, soprattutto con i gay». Non ho proprio idea del giorno in cui ho fatto sesso l’ultima volta. Spero di ottenere qualche settimana di tempo extra-vita da dedicare al superfluo, tipo i videogiochi. Quando stamattina sono usciti dalla lavatrice, i cuscini di piume sembravano morti. I libri che mi vengono assegnati al Castello mi fanno sentire un sarto alle prese con la Merkel. Le saltuarie ispezioni sulle pagine arancioni servono a ricordarmi quel che c’è in giro – e il motivo per cui sono “non accompagnato”. Aspetto con impazienza documenta 12 per prendere un po’ d’aria dopo l’apnea. Mi manca “casa”. Mi chiedo se cambierà qualcosa quando la mia via, dicono prima dell’estate, sarà a traffico limitato. Vorrei che Doris Day tornasse a recitare. Spero che il prossimo romanzo sia indimenticabile.

22 marzo 2007

such an air of spring

«How strange the change
From major to minor,
Everytime we say goodbye.»

20 marzo 2007

tre figure paterne

1. Finito il matrimonio; nessun figlio, e non si era mai chiesto come sarebbe stato averne. A quarant’anni, sotto un’artefatta razionalità, Davide cova un’instabilità che spera di arginare entrando a far parte di una nuova famiglia, formata da una donna sul cui amore sa di poter contare, e suo figlio. Non riesce a sentirsi padre del giovane, lo tratta come un bizzarro adulto e si sente inadeguato, ma presto si affezionerà a lui; almeno finché, distratto da un’altra donna, si dimentica di quella con cui vive, e del ragazzo.
Davide avrà una seconda moglie e non vorrà avere figli. Non rivedrà mai l’uomo che gli ha fatto capire come sarebbe stato essere padre.

2. Il bambino lo chiama papà, e anche se non è suo figlio, Giulio lo considera tale. Facendogli copiare i caratteri dei titoli del quotidiano, gli insegna a scrivere. Lo porta in giro per l’Europa con la sua automobile rossa. Lo ascolta quando lui racconta le mattine all’asilo. Ma un giorno desidera un altro figlio, davvero suo, e la madre del bambino risponde di no; così, senza far rumore, se ne va.
Giulio si sposerà e avrà quattro figli. Non rivedrà l’uomo di cui è stato padre per sette anni.

3. Il figlio, già attraverso il vetro della nursery in clinica, è il suo ritratto. Pietro ha ventiquattro anni, ed è orgoglioso e spaventato da questa paternità. A casa il bambino è al centro delle sue attenzioni: ama fotografarlo e farlo giocare in giardino. Ma inaspettatamente Pietro incontra un’altra donna e si convince di amarla più della moglie. Così, un giorno, alla stazione, vede partire un treno, quello che porta lontano la moglie e il bambino.
Pietro avrà nuove compagne e nessun altro figlio. Non rivedrà mai più l’uomo che porta il suo cognome.

18 marzo 2007

breaking news

Una cappa d’odio è calata inattesa sulla Grande Città del Nord. Si segnalano cambiamenti repentini nei suoi abitanti. I fiumi sono in piena, potete stare a galla.

16 marzo 2007

sotto il tendone

Venghino, venghino siore e siori
Nel grande Circo dell’Indecisione:
Non sanno scienziati né professori
Dare risposte, qui sotto il tendone,

A noi, tristi clown dai vacui ideali,
Solitari trapezisti bendati,
Illusionisti dai trucchi speciali,
Grigi impauriti colombi ammaestrati.

Noi siamo tutti su un gran carrozzone
E non un pensiero né un’opinione
Riusciamo ad esprimere in libertà

Se ancora nuovi incubi e paure
C’impongono amarissime censure
E il ritorno a questo gaio varietà.

15 marzo 2007

déja vu: inciviltà dell’immagine

Ne parlavo mesi fa con Garçon: si era diviso il mondo degli esibizionisti del web (ovvero tutti noi incontinenti di futilità) in adepti dei Blog e seguaci di Flickr; due religioni parallele, e che in quanto tali non possono incontrarsi e fondersi, ma praticate da molti in modo simmetrico.
Oggi lo scrivere e il fotografare non hanno la stessa dignità: per mancanza di gusto e gusto dell’eccesso si è giunti a una dittatura nella quale l’immagine è comunque al centro della scena e ha sempre quel gusto dolciastro – dunque appagante – del già visto, del già provato.

Dei flickeranti mi annoiano spesso lo scioccare sciocco e la spocchia di chi s’illude di fare arte, e l’arte contemporanea, non solo fotografica, ignora. E i loro superflui album di foto mi ricordano le infinite sessioni di diapositive post vacanze a casa di amici, quelle sfibranti serate derise da decine di film.
Mi irritano soprattutto i commenti: sperticati elogi, sempre – con un frasario mai più che televisivo (una profusione di termini come “emozione”, “sentimento”). Davvero, nessuno che scriva: «Un soggetto banaluccio, e la luce fa cacare»; ma sarebbero quelli i commenti utili, almeno uno può farne tesoro e migliorare.

L’opposta fazione è quella della parola, che vive di un rinnovato fascino anche grazie ai blog, capaci di donarle un’inattesa leggerezza. I commenti sono la riprova: non si legge praticamente mai roba tipo «Troppo bello quello che hai scritto, mi ha toccato dentro», per fortuna, ma spunti che aggiungono, completano, a volte deviano, ma contribuiscono comunque ad arricchire non la vanità ma la comunicazione.

Chiarisco: un’immagine può essere potente, immediata, anche ambigua (l’ambiguità è sempre da perseguire, diceva la mia professoressa di greco parlando delle traduzioni, perché arricchisce di sfumature e muove la mente, ma è difficile da ottenere), e non oso contestarne la forza; metterei in crisi anche i fondamenti del mio lavoro.
Quel che ritengo deprecabile è la sua apparente facilità, che ne fa uno strumento abusato e anche pericoloso, non foss’altro che per il tempo. Intendo dire che se ho una pagina con un testo e una con varie fotografie, potrò leggere qualche riga qua e là della prima e farmi un’idea di quel che c’è scritto, ma non posso fare altrettanto con la seconda se la selezione di immagini è eterogenea: dovrò dedicare un po’ di tempo a ciascuna per capire che cosa racconta. E inoltre il vedere questo racconto mi priva della libertà di immaginarne luoghi e personaggi, di usare la fantasia.

Ma forse questo è un aspetto marginale, e mi trovo alla fine di questo sproloquio a cercare di tirare le somme e ad accorgermi che forse mi sto accanendo inutilmente e con argomenti miseri. Semplicemente dovrei dire che mi capita più spesso di trovare blog interessanti e ben scritti, piuttosto che belle fotografie scattate da amatori.
D’altronde, ne parlavo mesi fa con Garçon: si era diviso il mondo…

13 marzo 2007

candido golem

Chissà se è comune per chi scrive su un blog iniziare a elaborare qualcosa che non riesce a prendere forma, salvarlo come bozza e abbandonarlo per settimane prima di riuscire a trovare un senso – o il coraggio di cancellarlo.
A me accade di continuo. E mi scoccia un bel po’.

Da alcune settimane ho collegato queste pagine a un sito di rilevazione del traffico.
C’è chi capita qui cercando su Google “sandra milo oops” (spettatori di Blob), “è morto un sogno” (ma davvero ho scritto una frase così?), “piccoli segreti” (e quelli li ha trovati davvero); ci sono lettori fedelissimi – so dare una faccia solo a due di loro, però; sconosciuti che capitano qui da Cina e Portogallo.
Esperimento bislacco, davvero: non so che senso dare a tutto questo, o se ce l’ha. E mi scoccia un bel po’.

Scrivevo, in settembre, che non sapevo se avrei dovuto rispondere a quel messaggio. Chi ci fa paura dovrebbe stare lontano, anche e soprattutto quando ha le proprietà di una calamita (questo, è ovvio, vale anche per l’Oggetto dell’Ossessione Perduta). Un giorno dopo l’altro si aggiunge un piccolo errore cui segue una piccola correzione. E mi scoccia un bel po’.

Ho rivisto il compagno d’ipocondria. Pensiero di commiato: più o meno tutti cambiamo molto fuori, poco dentro. E mi scoccia un bel po’.

Sono andato al cinema con Effe, al solito mi ha spiazzato. Legge i miei pensieri/azioni in un modo così diverso e profondo che spesso impiego ore a capire quello che mi ha detto, e giorni a condividerlo. Alla fine convengo sempre che ha ragione; quasi sempre. E mi scoccia un bel po’.

E alla fine?
Elaborare qualcosa, dargli una forma. Smetterla di essere infastidito. Accettare il brutto, aspirare al bello. Cercare di dare un senso.

…And let us try before we die
To make some sense of life.
We’re neither pure nor wise nor good;
We’ll do the best we know;
We’ll build our house, and chop our wood,
And make our garden grow…
And make our garden grow.

5 marzo 2007

il labbro di giuda

Tradito da un incidente d’auto; braccio spappolato, labbro a pezzi.
Molte vite dopo, fingo di dimenticare l’anima di metallo e scelgo di farmi aggiustare la bocca.
Si pensa a una cisti, si scopre che è altro.
Ma da gonfio che era, il labbro è ora vuoto a metà; prima c’era qualcosa dentro, ora qualcosa fuori. E il fastidio è identico.
Già, nulla torna come prima. La sorte, talvolta, tradisce.

1 marzo 2007

viva l’itaglia

Senato, Sanremo, Calcio, Camorra.

«Viviamo in un paese dove si verificano sempre le cause e non gli effetti.» Italo Calvino